Vetro, acciaio, flash, led. Rievocazioni cosmiche che arrivano da un’altra galassia. Il 5 dicembre, al Grand Palais, il duo francese degli Air ha settato un nuovo standard: altro che turismo interstellare per pochi, selezionati, miliardari; il pubblico, seduto, cosciente ma in una bolla, si consegna senza condizioni al sofisticato sortilegio sonoro di Nicolas Godin e Jean-Benoît Dunckel. Una resa volontaria, sulla scia di una rotta onirica. L’occasione è una di quelle da segnare sul calendario: la tournée che celebra l’anniversario di “Moon Safari”, album d’esordio del 1998, ma il cui fascino rimane inalterato nel tempo, ora a Parigi in versione sinfonica.

Ancora una volta, il viaggio è totale, scandito da quel personalissimo mix tra classica ed elettronica che rende la loro musica un magmatico caleidoscopio in cui, nell’alternanza di geometrie, puoi vedere ciò che vuoi. Talento, intuizione. Il biglietto è di sola andata. Al centro della struttura, come nelle precedenti tappe, un parallelepipedo luminoso, quasi l’altra faccia del monolite nero di Kubrick, per una performance che trasforma il monumentale padiglione espositivo della capitale francese in un organismo pulsante: l’edificio prende vita, muta e si accorda. Respira, in sincrono, al battito degli elementi dell’orchestra che accompagnano live tastiere e sintetizzatori. A rafforzare il concetto – qualora non fosse chiaro – il fitto reticolo di led posizionato sulla cupola che diventa prima cielo stellato, poi pioggia multicolore di meteoriti, infine vortice psichedelico senza scampo. Persino le ali laterali non sfuggono alla contaminazione visiva.
Il suono, un capitolo a parte. Atmosfere ovattate, umide, rarefatte che evocano immagini di altri mondi e civiltà: capsule, proiettate verso l’iperspazio, che massaggiano, quasi fisicamente, la corteccia cerebrale, stimolano le sinapsi e ti fanno chiedere se, effettivamente, non si tratti di un’allucinazione collettiva. Conoscenza, progresso, curiosità, sperimentazione. Quello slancio, mai scontato, nello spingersi sempre un passo oltre il consentito, al di là del conosciuto. Così, a distanza di quasi trent’anni, in una divisa bianca di precisione chirurgica, gli Air mettono in atto una sorta di incantesimo contemporaneo, con tutta probabilità compiuto da un’entità aliena, celebrando un rito minimalista che rasenta la perfezione.

L’apertura è affidata all’intrigante “La Femme d’argent”: e tu potresti essere lì, immerso nel fascio di luci gialle e arancioni così come, al tempo stesso, nella golden hour di una spiaggia balinese. In fondo il calore, nonostante sia dicembre, quasi si avverte e forse, pensi, stiamo davvero per schiantarci sul Sole. Qualche altro giro e il lighting design restituisce un’atmosfera in cui i toni del blu e dell’indaco parlano di artico, freddo e glaciali buchi neri. L’imperscrutabile. Come seconda traccia “Sexy Boy”, pezzo che ha segnato una generazione; un videoclip, rimasto nella storia, con una scimmia resa icona da fumetto sognante che ribalta il simbolismo di King Kong.E poi, ancora “Kelly Watch the Stars”: folle e determinata ripetizione che ha subito il sapore di agonismo (non a caso il video dell’epoca raffigurava una partita di ping-pong), di un maratoneta in loop che punta dritto alla meta. Ma anche se l’album è quello storico del debutto, la virata verso successi come “Cherry Blossom Girl”(Talkie Walkie) e “Highschool Lover”, indimenticabile colonna sonora del film di Sofia Coppola “Il giardino delle vergini suicide”, è dietro l’angolo. Per poi approdare alla più energica “Don’t Be Light” o alle suggestioni dark e cupe di “Run”.
Alla fine, sebbene lo studio al millimetro dietro uno show così si percepisca tutto – estetico ma di sostanza, essenziale ma d’impatto – il bis concesso della band è pura emozione.
Ormai l’ingranaggio della struttura ha scaldato i motori. Perfettamente oliata, la cupola-bozzolo pare aver completato la sua metamorfosi in una medusa elettronica prossima al decollo. “Alone in Kyoto” chiama a raccolta il pubblico che, in piedi, inconsapevolmente dondolando, si avvicina sempre di più al palco, nucleo attraente ed ipnotico come una rampa di lancio. Siamo ancora a terra o già in orbita?
Infine, il brano definitivo – “Electronic Performers” – la traccia manifesto che chiude un concerto unico nel suo genere – una liturgia futuristica, matura, elegante – e consegna ai suoi adepti, tra echi robotici che sanno di genio, una sorta di testamento: We are the synchronizers, we are electronic performers. Chi è lì non può che concordare, fluttuante, contagiato da chissà quale microchip, telepaticamente configurato come parte di un sistema in fase di aggiornamento. È così che ingranaggi, metallo ed anima si fondono: sì, siete voi. Merci.
Articolo di Antonella Andriuolo
Set list Air Parigi 5 dicembre 2025
Moon Safari – Symphonique
1. La Femme d’argent
2. Sexy Boy
3. All I Need
4. Kelly Watch the Stars
5. Talisman
6. Remember
7. You Make It Easy
8. Ce matin‐là
9. New Star in the Sky (Chanson pour Solal)
10. Le Voyage de Pénélope
11. Radian
12. Venus
13. Cherry Blossom Girl
14. Run
15. Highschool Lover
16. Dirty Trip
17. Don’t Be Light
18. Alone in Kyoto
19. Electronic Performers
