Come ogni ultimo weekend del mese di luglio, quest’anno a cavallo con l’inizio di agosto, torna il Serravalle Rock, festival nella cittadina medievale di Serravalle Pistoiese, in Toscana. La proposta è sempre di qualità assicurata, con proposte del miglior Rock indipendente, non solo nostrano. La seconda serata, sabato 1 agosto, sono schierati due purosangue della scuderia Go Down Records: i TO THE MAX! e gli Ananda Mida.
TO THE MAX!: Take me to the top



E dopo averne recensito il nuovo lavoro “Two The Max!”, uscito il 13 marzo su Go Down Records, e averli intervistati, finalmente abbiamo l’occasione di misurare anche dal vivo il valore dei TO THE MAX!, trio veronese che propone una fusione sperimentale di Garage, Hard Rock, Funk e Punk, superando i confini di genere.



Un concerto ad alto volume, ad alta energia, ad alta onestà artistica, senza moine, senza perdite di tempo in chiacchiere, senza prove di abilità per distinguersi a tutti i costi, dove i riff di chitarra cupi, pesanti e non necessariamente velocissimi hanno trovato intreccio perfetto con il basso dai suoni complessi e con i colpi di chi, dietro le pelli, si è fatto carico anche della parte vocale.

Il tutto, essendo immediato ed energetico, sembra facile, come spesso tendiamo a pensare quando l’attitudine è punk, ma nel casi dei TO THE MAX! non lo è; le partiture sono ricercate, le sonorità pensate, studiate e realizzate peraltro in modo totalmente analogico. Qui, e lo vedremo poi anche con gli headliner della serata, si procede con testate valvolari e pedalini, anche molto di nicchia.



50 minuti di set che sono passati troppo velocemente, lasciandoci la voglia di ritrovare i TO THE MAX! presto headliner di serata per ascoltare ancora di più del loro repertorio, che vanta un ep e due lp.
Ananda Mida: Take me to my inner self


Lasciano il palco agli Ananda Mida, band italiana unica, che suona molto all’estero, soprattutto nei paesi di lingua tedesca, e che in Italia trova spazio quasi soltanto al centro-nord, appunto verso il confine. Riaverli in Toscana è un’occasione importante, e siamo grati all’organizzazione del festival, coraggiosa nello scommettere sempre sulla qualità. Nel 2025 hanno festeggiato i 10 anni di attività, ma nel loro caso non dovremmo parlare di band, bensì di collettivo, che ha visto molti mutamenti nella line up, oscillando dai 3 ai 6 membri, senza però perdere mai identità e anima.


Attualmente in cinque, ma sempre guidati dalle sapienti bacchette di Max Ear e dalle sei corde di Matteo Pablo Scolaro, hanno pubblicato, preceduti da un singolo, tre album in studio, oltre a un ep e un lp dal vivo, il tutto stampato anche su vinile. Trovate la discografia su Bandcamp e sul sito di Go Down Records.


“Sintesi” deriva dal greco synthesis e significa composizione, ma non è un miscuglio: gli elementi che ne fanno parte ne creano uno ex novo, unico e diverso da quelli che incorpora. Questa descrizione si applica perfettamente alla musica degli Ananda Mida: Desert Rock, Psichedelia, Stoner, spezie prese dallo scaffale anni Sessanta e early Settanta, formano poi quello che loro stessi hanno definito “psykraut’n’roll”.


In sanscrito “Ananda” significa gioia, felicità suprema, beatitudine, e indica una condizione di pace interiore profonda e spirituale che non dipende dalle cose esterne o dai momenti passeggeri, ma rappresenta la vera natura dell’essere. Mida è una figura mitologica capace di trasformare ogni cosa in oro, spesso associata nei testi filosofici alla ricerca della conoscenza e del limite umano. Il nome Ananda Mida riflette dunque l’approccio psichedelico e di ricerca interiore del gruppo, dove la musica diventa il mezzo di transizione verso una “riconciliazione” spirituale e sensoriale.


Il collettivo ha strutturato la produzione artistica con la trilogia di album “Anodnatius”, “Cathodnatius” e “Reconciler” (la nostra recensione) ispirandosi al testo mistico “I racconti di Belzebù a suo nipote” del filosofo George Gurdjieff, quindi potete già capire che questo non è un concerto di intrattenimento, da “beviamoci due birrette, facciamo quattro salti e divertiamoci”. È un concerto intenso, immenso, un’esperienza immersiva nella musica, e un viaggio personale, se capaci di lasciarsi andare e non percepire distrazioni. Uno di quei concerti che io personalmente vorrei ascoltare in un piccolo teatro dall’acustica perfetta, senza fotografi che girellano sul palco, gente che chiacchiera e via dicendo. Ma non si può avere tutto, e quanto offerto stasera è stato ampiamente appagante.


L’attuale formazione vede, oltre ai due fondatori, Davide Bressan al basso, Pietro Salmaso alla chitarra e Conny Ochs alla voce. E Ochs non è soltanto un cantante, è un performer incredibile i cui fili del corpo sono manovrati non solo dalle note, ma soprattutto dalle vibrazioni impalpabili e invisibili che i cinque creano con le loro mani e con la loro mente (e con gear totalmente analogico, come la band che li ha preceduti), concentrandosi sulla musica e non sul dare sfoggio di una qualche performance. I brani scorrono come in un’unica suite – “Swamp Thing”, “Blank Stare”, “Doom And The Medicine Man (pt V), (pt VI), (pt VII)”, “Heropas”, “Aktavas”, una cover di Giorgio Moroder, “From Here To Eternity”, “The Pilot”, “Anulios”– che pescano da tutta la discografia, perché qui si porta sulle assi un progetto, non la promo di un album e neanche una vetrina della carriera.


Il pubblico pian piano entra in una sorta di trance, dalla quale si scuote soltanto quando ormai i nostri sono scesi dal palco; sono richiamati a gran voce per il bis in cui si gettano come se fosse un nuovo set, ma a mezzanotte scocca l’ora di Cenerentola, il Comune chiede il silenzio, e le luci si spengono. Ora non vi chiederete più perché hanno pubblicato due lavori dal vivo, perché dal vivo non si può proprio mancare di vederli. Aspettiamo anche una nuova uscita discografica, forse un nuovo viaggio dentro la loro musica, che ci accompagnerà in un personale viaggio interiore.
Articolo e foto di Francesca Cecconi

[foto post-prodotte con Adobe LR/PS che integrano modelli AI]
