Il 15 aprile ha visto esibirsi all’Alcatraz di Milano Apparat, una delle figure cardine della scena elettronica contemporanea, coinvolto da inizio anno in un lungo tour europeo con lo scopo di promuovere il nuovo album “A Hum of Maybe”: un’occasione ghiotta per godere della potenza immaginifica delle raffinate composizioni del musicista tedesco, qui impegnato insieme alla sua band in un live set da pelle d’oca.

Nato a Quedlinburg, in Germania, nel 1978, Sascha Ring inizia la sua carriera musicale nella Berlino di fine anni Novanta, dove si immerge nella vivace cultura clubbing della capitale teutonica. Propone inizialmente una IDM (Intelligent Dance Music, ndr) orientata soprattutto all’ambito dance floor, dalla quale però si distacca rapidamente per esplorare territori musicali più intimi e introspettivi, forte di una propensione alla melodia che avvicinerà gradualmente la sua poetica a sonorità sempre più eteree e complesse. Nel 2002 fonda con gli amici Gernot Bronsert e Sebastian Szary – meglio conosciuti come Modeselektor – il progetto Moderat, il quale debutta nello stesso anno con l’EP “Auf Kosten der Gesundheit” ma che, a causa di disaccordi artistici e di pianificazione dei vari impegni, non viene più ripreso in mano fino al 2009, quando esce il primo album omonimo.

Questo è uno dei momenti di svolta per la carriera di Ring, con i Moderat a raggiungere un grande successo di critica e pubblico grazie a singoli efficaci come “A New Error”, la voce e le melodie malinconiche di Apparat a fare da contraltare alle strutture techno dei due Modeselektor. Il progetto Moderat continuerà il suo percorso parallelamente a quello di Apparat, con il più recente lavoro “More D4ta” pubblicato nel maggio 2022 e la fama meritata di aver rivoluzionato, con una manciata di produzioni, l’intero panorama Elettropop europeo.

Per quel che riguarda la carriera da solista, invece, Apparat dalla metà degli anni Zero inizia a sperimentare con i suoni, evolvendo il suo linguaggio verso una forma canzone che prevede l’utilizzo, oltre che della componente elettronica, di strumenti acustici come chitarre, archi e pianoforti, nonché della sua voce, spesso e volentieri filtrata, modificata, processata fino a essere resa irriconoscibile: è questo il periodo in cui il nome di Apparat si consolida a livello internazionale come quello di maestro indiscusso dell’Indietronica, forte di album seminali come “Walls” del 2007 e “The Devil’s Walk” del 2011, dal quale è tratta la popolare “Goodbye”, utilizzata in seguito, tra le altre cose, come tema principale della serie fantascientifica “Dark”.

Da una decina d’anni, il nome di Sascha Ring è sempre più di frequente associato al lavoro di compositore per il cinema: sono sue, per esempio, le colonne sonore dei film di Mario Martone “Il giovane favoloso” – grazie alla quale vince il premio Piccioni alla Mostra del Cinema di Venezia, senza contare una candidatura ai David di Donatello – e “Capri-Revolution”, oltre che di produzioni teatrali come “Dämonen”, pièce basata su “I demoni” di Dostoevskij. Torna alla carriera come Apparat nel 2019 con “LP 5”, che rappresenta una sintesi magistrale del percorso dell’artista fino a quel momento, per arrivare infine al 2026 e all’uscita del già citato “A Hum of Maybe”.
Bi Disc
La serata è aperta dal set di Bi Disc, pseudonimo dietro al quale si cela il dj e producer tedesco Jan-Philipp Lorenz. L’artista propone al pubblico meneghino sonorità caratterizzate da un notevole range dinamico, con atmosfere rarefatte a contrapporsi senza preavviso a beat organici creati campionando suoni naturali o domestici, i cosiddetti field recordings. Illuminato dalle strobo colorate che tagliano l’oscurità del palco come spade laser, Bi Disc si muove nervosamente da una parte all’altra della console mentre controlla, con tocchi rapidi e precisi, ondate di suoni alieni ma allo stesso tempo caldi e avvolgenti, come l’apparizione di un disco volante sopra al verde delle colline durante un assolato pomeriggio di tarda primavera.

Malgrado la qualità indiscutibile dell’esibizione, il pubblico sembra ancora in fase di rodaggio e non troppo coinvolto da ciò che succede sullo stage, con relativamente poche persone a prestare veramente attenzione alla musica e la maggior parte dei presenti impegnati invece a scolarsi una birretta fresca al bancone, se non addirittura ancora fuori in coda, in attesa di poter entrare all’interno della venue.

Bi Disc scende dal palco salutato dagli applausi dei presenti: l’attesa sembra infinita mentre un piccolo esercito di roadie si prodiga a staccare cavi, spostare strumenti e a trascinare via l’ingombrante banco da dj, per fare spazio alle attrezzature dell’headliner e dei suoi musicisti. Bastoncini di incenso vengono accesi e posizionati sopra alle due tastiere che affiancano la postazione di Mr. Ring, con il pubblico che ha ormai riempito la platea dell’Alcatraz. Ci siamo, finalmente.
Apparat

L’etereo tema di piano che introduce “Glimmerine” risuona da una parte all’altra del locale come i ritocchi di una campana e Apparat, con una Telecaster nera tra le mani, prende il suo posto al centro dello stage, davanti al microfono. La voce è modulata da un delay che ne moltiplica all’infinito la melodia allargando a dismisura lo spazio sonoro, almeno finché l’energico drop guidato dalla sezione ritmica non squarcia improvvisamente l’atmosfera onirica facendola collassare su sé stessa, spaghettificata da un buco nero di groove sospeso tra analogico e digitale.

It’s a little early for a technical fuck up, I think! dice al pubblico Sascha Ring, mentre un problema tecnico impedisce l’esecuzione del secondo brano previsto dalla scaletta, “A Slow Collision”. Poco male: “Dawan” è un piccolo gioiello di musica contemporanea, dove pad di tastiera luminosi si sovrappongono al suono percussivo dell’archetto sulle corde del violoncello, mentre la linea vocale in falsetto vola sovrastando un beat di batteria martellante.

Il suono della band è incredibile, tridimensionale, coinvolgente, da subito perfettamente bilanciato, il che non dovrebbe essere una sorpresa, vista la passione dichiarata per il sound design da parte dell’artista tedesco. “Little feet” è introdotta da una miriade di note che sembrano arrivare da ogni direzione, incrociandosi, sovrapponendosi, scambiandosi, facendo girare vorticosamente la testa ai presenti, un puzzle i cui pezzi si incastrano perfettamente ma la cui immagine ottenuta risulta incomprensibile, almeno fino all’entrata della linea vocale di Apparat, la quale raddrizza il timone e porta il brano verso il bell’arpeggio dove le due chitarre e il basso si coordinano con precisione millimetrica, come se fossero controllati dalla stessa mente alveare.

Il trombone colora invece con tocchi sapienti l’atmosfera delicata di “Williamsburg”, fatta in seguito a brandelli da un pad distorto al limite, che fa sprofondare senza preavviso questa tenera ninna nanna in un incubo cyberpunk.

L’ostinato pizzicato del violoncello apre “You Don’t Know Me”, dipingendo, insieme al violino, una atmosfera malinconicamente romantica come in un quadro di Friedrich, mentre “Laminar Flow” conclude il set, con il suono piangente del trombone di nuovo protagonista fino all’entrata della cassa della batteria, che cambia il volto al pezzo facendolo crescere dinamicamente.

Ovviamente non possono mancare i bis: accompagnati dal boato del pubblico, Apparat e i suoi musicisti rientrano sul palco per lanciarsi a testa bassa nel tema stridente di “Caronte”, con i quarti in staccato degli archi a guidare la band in stile “Eleanor Rigby” versione clubbing acido e un break centrale che fa colare miele dall’impianto. Il trombone è la sirena di una nave in partenza nell’ultimo pezzo “Black Water”, salutato da tutti i presenti da un battimani a tempo con il groove della sezione ritmica e, ovviamente, da un’ovazione entusiasta alla fine del brano, che stampa sul volto di Sascha Ring un largo sorriso di sincera gratitudine.

Quando le luci si riaccendono e l’odore dell’incenso si dissolve tra la folla impegnata a defluire verso l’uscita, la sensazione che resta addosso è la prova tangibile che anche le macchine possano battere con un cuore pulsante, tra glitch digitali e vibrazioni analogiche. Il concerto appena concluso ha dimostrato che la tecnologia non è un limite all’emozione, ma il linguaggio necessario per tradurre l’astratto in brividi disegnando un orizzonte nuovo, intimo, complesso e, proprio per questo, profondamente umano.
Articolo di Alberto Pani, foto di Silvia Sangregorio

Set list Apparat Milano 15 aprile 2026
- Glimmerine
- Dawan
- Ash/Black Veil
- An Echo Skips a Name
- Hum of Maybe
- Little Feet
- Williamsburg
- Heroist
- Jam 9
- Dark Anthem
- Pieces
- You Don’t Know Me
- Laminar Flow
- Caronte
- Black Water
