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Architects live Milano

Tour che ha confermato il peso specifico degli Architects nel panorama metalcore contemporaneo

Una Milano grigia, di quelle che sembrano fatte apposta per il cemento armato e le distorsioni basse, accoglie, grazie a Hellfire Booking, il 29 gennaio l’ultima data europea del tour degli Architects. Il Fabrique è la tappa finale di un percorso che ha visto la band di Brighton attraversare i principali palchi del continente, accompagnata dai francesi LANDMVRKS, definiti non a caso “dei piccoli fratelli” da Sam Carter stesso, e dalla rivelazione inglese PRESIDENT, qui al primo live italiano.

Le porte si aprono alle 18:45 e la sensazione è subito chiara: non è una di quelle serate che partono piano. La gente entra con passo deciso, c’è fame di palco e voglia di arrivare sotto, molto sotto.

PRESIDENT

Alle 19:30 precise salgono i PRESIDENT e la sala è già ben oltre la metà capienza, mentre fuori la fila continua a scorrere. Segnale inequivocabile che il sold-out non è solo merito degli headliner, ma di una line-up costruita con criterio, vincente. Il live dei PRESIDENT è breve, sei brani e poco più di mezz’ora, ma densissimo. Il frontman mascherato guida una band che gioca con identità, anonimato e immaginario, fondendo Elettronica e Metalcore in un rituale più che in un semplice concerto. Tutto l’ep “King of Terrors”, uscito il 26 settembre 2025, viene eseguito dal vivo, da “Fearless” e “Dionysus” fino alla chiusura solenne di “In the Name of the Father”. The President, Heist, Protest e Vice, pseudonimi che sembrano usciti da un manifesto distopico più che da un backstage, costruiscono un’esperienza fortemente visiva, liturgica, quasi teatrale. Quando il set finisce, sembra durato la metà, e, a mio avviso, è sempre un buon segno.

LANDMVRKS

Poco tempo per respirare e alle 20:20 è il turno dei LANDMVRKS, di ritorno in Italia dopo il passaggio allo Slam Dunk dello scorso giugno (il nostro report). Il Fabrique ora è praticamente pieno e basta l’attacco di “Creature” per trasformare la platea in un corpo unico che salta, rimbalza, spinge.

Il mix tra le parti rap di Florent Salfati e le violente accelerazioni metal funziona come sempre, con una naturalezza che spiega perché la band marsigliese sia diventata una colonna del Nu-Metal e Metalcore contemporaneo.

La set list ricalca in gran parte quella dei mesi precedenti, con “Blistering” che lascia spazio a “La valse du temps”, entrambi tratti da The Darkest Place I’ve Been (2025), album da cui arriva la maggior parte dei brani eseguiti. La chiusura con “Self-Made Black Hole” è un colpo secco che lascia la sala calda al punto giusto per ciò che sta per arrivare.

Architects

Alle 21:30 le luci calano e parte “Don’t Stop Me Now” dei Queen. Non serve molto altro per capire che è il momento: il Fabrique è stracolmo, il sold-out annunciato con largo anticipo è lì, compatto, rumoroso e trepidante. Gli Architects salgono sul palco e partono senza giri di parole: “Elegy”, “Whiplash”, una vera detonazione, e “When we were young” aprono lo show come una dichiarazione d’intenti.

Infatti è subito chiaro che “The Sky, The Earth & All Between” (2025) sarà il fulcro della serata, ma senza dimenticare le tappe fondamentali della loro storia. La scaletta pesca con intelligenza anche da For “Those That Wish To Exist”, “Holy Hell”, “The classic symptoms of a broken spirit”, “All Our Gods Have Abandoned Us” e “Lost Forever // Lost Together”, con le immancabili “Red Hypergiant” e “Gravedigger”.

Momento da segnare: “Brain Dead”, ormai traccia culto dell’ultimo disco, viene eseguita con Florent Salfati dei LANDMVRKS come ospite sul palco, e l’incastro funziona alla perfezione; viene spontaneo chiedersi se non sia un’anticipazione di qualcosa che, prima o poi, potrebbe anche prendere forma in studio.

C’è spazio anche per l’emozione collettiva, “Everything Ends” viene accompagnata con le torce dei telefoni accese, luci puntate su Sam Carter, e subito dopo arriva il ricordo, sempre presente e mai retorico, di Tom Searle, con un estratto di “Gone With The Wind”. Un momento breve ma intenso, che tiene insieme memoria e presente.

Il finale è una scarica controllata di energia con “Blackhole” che spegne le luci e sembra mettere il punto, ma il quartetto, accompagnato da due turnisti, torna sul palco per l’ultimo schiaffo al pubblico milanese con “Seeing Red” e “Animals”.

È la chiusura perfetta di un live che convince su tutti i fronti, musicale e scenico. Un saluto degno, rumoroso e sudato, per il pubblico italiano e per un tour che ha confermato, se mai ce ne fosse stato bisogno, il peso specifico degli Architects nel panorama metalcore contemporaneo.

Articolo e foto di Alberto Bocca

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