16 giugno, mentre il sole tramonta dietro i tralicci del Carroponte a Sesto San Giovanni, i Palaye Royale escono a riscaldare il pubblico in una già calda giornata di giugno e lo fanno con la loro eccentrica estetica e la grinta che li contraddistingue.


Sebastian Danzig con le sue lussuose chitarre Gretsch bianche e nere e la mise da gentleman, Remington Leith con pantaloni bianchi decorati da scritte e top nero che presto sparisce lasciando in vista i numerosi tatuaggi, dallo stile canoro che probabilmente ha ispirato il nostro Damiano, Emerson Barrett che, ripresosi meno di tutti dal lutto della morte della madre, preferisce stare in disparte alla tastiera che pestare sulla batteria, lasciata al bassista Logan Baudéan che la suona sorprendentemente bene, e l’impiegato Andrew Martin alla chitarra.


Imperversano per il palco con i loro look eccessivi ed eccentrici e apostrofano il pubblico come animatori di un villaggio turistico Rock chiamando hand-wave, battiti di mani, pronuncia di mamma mia e facendo cantare, e attraversano momenti come il lancio di grandi palloni bianchi durante “No Love in LA” e il crowd… rafting, cioè crowd surfing fatto su un canotto, sì, un vero canotto di gomma sul quale Remington si butta e si fa trasportare.


“Death or Glory”, “Showbiz”, i ragazzi sgranano la scaletta per concludere con il finalone corale “For You”, e la rullata alla Love Gun di Logan segnala fine del set con il lancio delle bacchette e lascia il posto allo smontaggio veloce del palco mentre il bassista-batterista esce portando personalmente il suo rullante sotto il braccio. Spettacolo di intensità forse non adattissimo al pubblico degli Avenged Sevenfold che però non sembra lamentarsi e partecipa.

Mentre scende il buio, l’attesa per gli Avenged Sevenfold è tangibile, e le prime prove di luci e scene scatenano diverse chiamate Se-ven-fold! fino all’apparizione degli eroi. Perché questo sono, questa è la celebrazione di un rito, M Shadows sorge dalle luci con la maschera in volto e una felpa decorata con croci bianche fra le grafiche sui tre megaschermi che presentano la sequenza di parole che apre il brano da musical Metal “Game Over”.

Shadows, o Sanders, come lui stesso più avanti si nomina, è una presenza più statica e statuaria nel suo metro e ottantacinque del nervoso vocalist che lo ha preceduto sul palco, e canta con voce ormai stabilizzata dopo le operazioni alle corde vocali. A mio parere è notevolmente compresso e contenuto, come se dovesse preservare, e deve direi, lo strumento, e avere benzina per lo scream che si concede; mio figlio, che è venuto al concerto da spettatore e conosce il repertorio e la storia della band meglio di me, sostiene che sia al suo meglio.

Ma non si può assistere a un concerto di questa band senza chiedersi da che pianeta del professionismo provenga Synyster Gates, il chitarrista. D’accordo che la sua catena del DNA è fatta con corde Ernie Ball, dato che suo padre Brian Haner, con cui ha fondato anche una scuola gratuita di chitarra, è un rinomato ed esperto chitarrista, ma anche il suo contributo vocale è sbalorditivo.

Per citare solo al secondo posto la precisione e la velocità degli assoli, ma solo perché sono più scontate; comunque lo spettacolo di questa band si fonda in gran parte su di lui. Gli Avenged Sevenfold, o A7x, sono una compagine compatta come i quasi omonimi eroi Marvel, ora che la formazione è stabile da dieci anni con il batterista Brooks Wackerman, che siede sullo sgabello dopo Arin Ilejay e l’ospite speciale Mike Portnoy, entrambi chiamati a colmare il vuoto lasciato da The Rev, morto nel 2009.

Con Zacky Vengeance alla chitarra ritmica e Johnny Christ al basso, hanno un motore ritmico affidabile e potente, ma è Gates a magnetizzare su di sé i momenti del concerto in cui si lancia in sconvolgenti scale di sweep-picking, mai fini al solo virtuosismo, ma sempre parte di un discorso musicale riconoscibile e armonico, tanto che i suoi assoli per quanto troppo veloci per farlo vengono cantati dal pubblico quanto le parole delle canzoni, o quando usa una sorta di sintetizzatore talk-box guidato dalla voce, o associa la sua voce alle parti di Shadows o ai cori.

È in “Mattel” che Shadows toglie la maschera e rivela una pettinatura a mullet e una corta barba, e si butta nel brano eseguendo alcuni scream, contenuti e controllati, ma al loro posto. “Afterlife” è una celebrazione collettiva cantata da tutto il pubblico che Shadows affronta in t-shirt, mostrando i tatuaggi e facendo cantare il pubblico su questo ritornello ciclico che poggia sul terremoto di Christ e Vengeance e ha a sua volta un assolo memorabile di Gates. “M” ha sempre il suo carisma ma la t-shirt abbondante rivela una pancetta da papà.

Italians are always the fucking loudest… why are you so loud? Chiede, dichiarando il suo amore per l’Italia anche nella vita privata, avendo sposato una donna, pare bella agguerrita, che, anche se ha cambiato il suo nome in Sanders, o Shadows, da nubile faceva DiBenedetto.

Ci racconta che, al di là dei festival, hanno cercato di continuare il tour in posti unici e speciali, che avessero una certa anima, ed è qui al Carroponte alle soglie di Milano che una folla scuote l’aria al grido di “Hail to the King”. È una festa, una celebrazione di un pubblico fedele. La gente canta a memoria assoli di sestine di sedicesimi, anche se questo non è tra i più veloci di Gates. Noto la t-shirt di Zacky, che omaggia i Misfits. La grafica presenta un re-scheletro coperto da un drappo. Lo scheletro, o meglio il teschio, con le ali e chiamato “Deathbat”, è un po’ la loro mascotte, quello che è “Eddie” per gli Iron Maiden.

Un’uscita per qualche cambio sul palco, e ritornano per “Buried Alive”, introdotta da luci a cono di laser blu su Synyster Gates che con la sua chitarra-simbolo a righe verticali introduce il brano, e anche questo è un canto corale di gruppo. Nei megaschermi viene usata la AI per creare un effetto che trasfigura in tempo reale il video live, nel quale band e pubblico diventano demoni rossi. Stiamo celebrando la musica dell’album “Nightmare”, composta dalla mente musicale del gruppo, il batterista Jimmy Sullivan, The Rev, scomparso prima del completamento di questo album al quale ha contribuito comunque, e le cui parti di batteria sono state eseguite da Mike Portnoy, idolo batteristico di The Rev. Comunque Brooks Wackerman, anche se inizia un po’ a somigliare a tua zia, non è da meno nell’esecuzione.

La intro con hammer-on, o tapping, o fingerpicking secondo autorevoli fonti, annuncia “The Stage”, brano dal coinvolgente assolo a due chitarre, proveniente dall’omonimo primo album dei “nuovi” A7x, quelli con Wackerman fisso alla batteria e di una nuova complessità stilistica e filosofica, dopo la fine del lutto musicale di “Nightmare” segnando una nuova identità della band dopo la prova più standard di “Hail To The King”.

Johnny Christ ha quasi sempre uno sguardo soddisfatto verso il pubblico, sembra godersi il palco, mentre Zacky Vengeance ha un’espressione più impenetrabile. Sono tutti agghindati con uno stile ben definito, Gates con catene e catenazze e abiti con dettagli metallici, capelli simil-half-shaved, non sono un parrucchiere e potrei sbagliare, Vengeance con anfibi e jeans con risvolto alto, un singolo guanto nero con disegno scheletro e chitarra con il numero “1999”, Christ simil-punk. Più sobri Shadows e Wackerman, in total black.

Se questa è una messa, siamo alla comunione, perché Shadows presenta il brano seguente ricordando il citato The Rev e il suo essere una di quelle persone che hanno un milione di migliori amici, una persona che ti faceva sentire ascoltato e che probabilmente come spesso succede ha nutrito la sua altissima sensibilità e il suo grande cuore, metaforico e non, visto che soffriva di cardiomegalia, con le sostanze sbagliate.

Ovviamente il brano è “So Far Away”, che ha reso radiofonicamente accessibili gli Avenged Sevenfold per molte persone, celebrazione dell’amicizia e dei nostri cari che ci aspettano a casa, che sono fra le poche cose che possono distoglierci dal dubbio sull’utilità dell’esistenza.

Parlando di esistenzialismo, soprattutto citando quello di Albert Camus, fonte anche se non unica di ispirazione dell’album “Life is but a Dream…”, da cui “Nobody” è tratta, ascoltiamo questo mid-tempo quasi orchestrale dal riff grasso che un chitarrista comune avrebbe accompagnato con accordi ma Synyster Gates no, lui fa arpeggi in sedicesimi di sweep-picking.

Per chi non è un tecnico, roba veloce e che indica una padronanza notevole soprattutto quando suonata senza sbavature, e poi si lancia in un assolo non dei suoi più veloci ma che lascia affascinati dalla fluidità soprattutto dal vivo. La canzone ha poi interventi vocali con una sorta di talk box ed è la conferma dell’eccezionalità di questo musicista, che si conferma pilastro delle esecuzioni dal vivo della band.

Fumi Verdi annunciano un altro momento celebrativo, il brano “Nightmare” scritto in parte da The Rev che ha assunto un significato ancora più profondo e inquietante dopo la sua morte nel sonno, e che viene praticamente cantato interamente dal pubblico, sempre assoli compresi, a cui Shadows rivolge volentieri il microfono alla conclusione del ritornello sullo stop musicale your fucking nightmare. Sembrerà anche tua zia, ma Wackerman con la doppia cassa fa stare zitti tanti batteristi.

“Not ready to die”, sorpresa nella scaletta, è un brano scritto per il videogame Call Of Duty: Black Ops (modalità Zombie) molto amato dai fan, probabilmente anche in Italia, e ripresenta la tecnica video che trasforma la band questa volta in zombie, richiamando il gioco, Segue un “inedito” dal vivo, ovvero “Creating God” da “The Stage”, esercizio tecnico per tutta la band, dal ritornello cantabile e magnetico, e poi una presentazione che tocca il tema ormai onnipresente dell’AI e dell’onnipresenza dell’AI nelle nostre vite introduce “Bat Country”, dal video a tema glitch su cui Shadows chiede agli italians di cantare, e che è parte di una trilogia-shred che include la seguente “Unholy Confessions” con assolo di batteria di Wackerman, un test scientifico sull’esistenza di cervelli multipli, con continue rullate in controtempo che sembrano eseguite da ogni arto scollegato con l’altro in una poliritmia virtuosistica che cita anche “Moby Dick” nel finale.

La conclusione della trilogia è la suite un po’ Burtoniana e Dannyelfiana “A Little Piece of Heaven”, testamento macabro di The Rev nella storia d’amore e morte teatralizzata nell’album eponimo, accompagnata da scene di animazione che sottolineano i momenti chiave della storia.

Dopo la celebrazione del rito chiediamo il bis, ma la zia, buttando le bacchette nel pubblico, ci fa capire che è finita, e ci lascia defluire nell’indifferenza di tanti verso la canzone che gli altoparlanti diffondono, ovvero la versione Avenged di “God Only Knows”, scelta non casualmente ma per ricordare lo sfortunato genio musicale Brian Wilson recentemente scomparso, ponendo fine a un concerto indubbiamente per appassionati ma dal livello esecutivo ed emotivo altissimo.
Articolo di Nicola Rovetta, foto di Simona Isonni
Set list Avenged Sevenfold live Sesto San Giovanni 16 giugno 2025
1. Game Over
2. Mattel
3. Afterlife
4. Hail to the King
5. Buried Alive
6. The Stage
7. So Far Away
8. Nobody
9. Nightmare
10. Not Ready to Die
11. Creating God (Live debut)
12. Bat Country
13. Unholy Confessions
14. A Little Piece of Heaven
