La grigia quotidianità che caratterizza il moto di questa palla di acqua e fango che noi terrestri chiamiamo casa, ci regala ogni tanto l’ascesa di figure mitologiche, veri giganti in grado non solo di apporre la propria firma a caratteri cubitali sulle pagine ingiallite del Libro Mastro della Storia, ma anche di influenzare con il loro operato la cultura pop e le arti tutte: pensiamo a un John Lennon, a un Malcom X, a una Marilyn, a un Gandhi, a un Albert Einstein, personaggi ai quali, nel corso del tempo, è stata dedicata una quantità sempre crescente di opere d’arte, saggi, biopic, canzoni, che ne hanno esaltato le doti ma anche messo in luce gli aspetti più contraddittori del loro percorso di vita, cristallizzandone l’immagine in una capsula del tempo destinata solo a chi è veramente riuscito ad abbracciare l’immortalità.

Qui in Italia c’è solo un nome a rimbalzare tra le sinapsi quando si prova a definire cotanta grandezza, e sono sicuro saremo tutti d’accordo: quello di Luca Giurato. E se vi state chiedendo cosa c’entri in tutto questo il compianto signor Giurato e soprattutto la sua discutibile quanto iconica padronanza della lingua di Dante, i casi sono due: a) avete il mudo di Merlino al posto del cuore, oppure b) non eravate tra i fortunati ad aver assistito al concerto dei BardoMagno lo scorso 27 marzo, in quel del torinese sPAZIO211. In quest’ultimo caso, possiamo provare a rimediare.
I menestrelli de lo Imperatore

I BardoMagno sono diretta emanazione della pagina satirica “Feudalesimo e libertà”, lo vero e unico partito politico che, per volontade divina, difende gli interessi de lo popolo. Capitanata dal cantante e chitarrista Valerio Storch, già conosciuto per essere uno dei pilastri dei Nanowar of Steel e qui nelle vesti di “Abdul il Bardo”, la band propone un Medieval/Folk/Heavy Rock (definizione fumosa questa che può starci come no, visto l’eclettismo che contraddistingue la formazione, nonché il vortice di generi e sottogeneri in cui si può incasellare tutto ciò che gravita intorno al mondo del metallo e affini ) con testi cantati in una lingua parodistica.


Questa mescola italiano, volgare, termini latini e neologismi freschi di conio grazie alla quale vengono narrate le gesta più o meno eroiche di cavalieri, dame e imperatori di epoca medievale, così come quelle di personaggi pubblici del mondo contemporaneo, allo scopo di farsi una grassa risata ironizzando in modo intelligente sulle storture della società nell’anno del Signore 2026.

Insieme ad Abdul alla chitarra e voce, troviamo sul palco il batterista dei Folkstone Edoardo Sala, meglio conosciuto dai fan dei BardoMagno con il nome di “Fra’Casso da Montalcino”, il tastierista degli Evil Wings Joseph “Beroardo Arpeggiapalle” Ierace e il polistrumentista Massimo Volontè, proveniente dalla scena Celtic Metal che ruota intorno ai Furor Gallico, il quale, calandosi nei panni di “Svenwalter il Normanno”, si occupa di riempire i pochi frammenti di spazio sonoro lasciati liberi dai suoi sodali con flauti, cornamuse, bouzouki e, ultime ma non per importanza, vaporose sventagliate di capelli da fare invidia a una pubblicità a caso della Pantène.

Il locale è stipato al massimo della capienza per l’occasione, preso d’assalto dalla feroce orda di seguaci dei quattro valorosi menestrelli: un esercito quantomai eterogeneo, che vede candide pulzelle saltare e applaudire gomito a gomito con vassalli dal capello argentato, impegnati a ripetere con religioso fervore le litanie intonate dalla voce potente di Abdul.

La maggior parte dei presenti è vestita a tema, con i meno eccentrici a sfoggiare semplicemente una t-shirt di “Feudalesimo e libertà” o del gruppo, mentre eleganti abiti da principesse dai colori cangianti, cotte di maglia indossate a mò di cappuccio della felpa, frati che fanno svolazzare la gonna del proprio saio mentre si scatenano a ritmo di musica e addirittura una papessa appaiono tra il pubblico come le talpe durante una partita di Whac-A-Mole.
Gaudio uditivo pe’ lo volgo

Come detto, è molto difficile incasellare i BardoMagno in un genere musicale prestabilito: sicuramente la componente dominante è quella del Metal colorato da influenze celtiche, come dimostrato per esempio dalla cavalcata di “Lotta al patriarcato”, che anzi sconfina addirittura nei territori del Power e del Prog con il duello a suon di trentaduesimi tra la seicorde di Abdul e la keytar di Beroardo.

Questa sarebbe però una semplificazione sotto tutti i punti di vista, dato che il cuore del progetto rimane comunque l’immaginario medievale che rende i live del quartetto l’incontro perfetto tra le atmosfere ironicamente sword & sorcery à la “Army of Darkness” e la follia dei Monty Python.

Ma soprattutto, un atteggiamento musicalmente onnivoro che va a toccare stili lontanissimi da ciò che ci si aspetterebbe – il Reggaeton di “Cerveza y latifondo” ne è un fulgido esempio – se non addirittura a parodiare direttamente brani ormai entrati nella cultura popolare, come “Hanno ucciso Carlo Magno” o “Notte prima degli esami di Storia”, dove il vocalist, armato di parruccone e occhiali a goccia d’ordinanza, si prodiga in un’imitazione di Antonello Venditti talmente esasperata da far sembrare la “Grande raccordo anulare” di Corrado Guzzanti un sentito e rispettoso omaggio al cantautore romano, il tutto ovviamente eseguito dai quattro bardi con una perizia tecnica da fare invidia alla più scafata formazione progressive.

Facciamo un passo indietro e torniamo al simbolo non solo della serata, ma oserei dire della poetica tutta dei BardoMagno, come dimostrato anche dall’effige cavalleresca a sua guisa che campeggia sulla pelle della grancassa: a Luca Giurato è infatti dedicato l’inno “Chiedo scudo”, che sulle note di un Epic Metal martellante vede la nomina a Cavaliere del prode Abdul, in un rito di investitura farcito dalle citazioni più memorabili del conduttore romano, mentre la sala intera invoca i nomi del cane Giorgio e del suo padrone Lampino negli stacchi centrali.

Il delirio prosegue con “Clodoveo”, dove scopriamo che il responsabile dell’omicidio di Garlasco è in realtà Clodoveo I di Francia: una rivelazione che scagiona i precedentemente sospettati Andreotti da Paola Perego con lo sguardo laser eEnrico IV, ricordati da Svenwalter, che guida la band in questa caricatura del Pop italiano da classifica anni Novanta; lo stesso Svenwalter introduce “Giovanna Pulzella” con un tema di flauto che potrebbe essere un outtake della sigla de “L’almanacco del giorno dopo”, finché il feroce canto di guerra Mazzate nel nome di Dio! non unisce tutti i presenti contro il malvagio Duca di Bedford e i suoi seguaci della Terra d’Albione.

La scaletta “ufficiale” si conclude con “Clero Mania Dance”, che vede i quattro musicisti guidare il pubblico in una danza scatenata degna di un villaggio vacanze di infima qualità, mentre il ritorno sul palco per gli attesi bis è affidato al classico “Li bardi son tornati in locanda” e, soprattutto, alla fan favorite “Magister Barbero”, anche se spetta alla title track dell’ultimo album “Valvassori del Bardfolk” dare l’arrivederci a sPAZIO211 e alla platea torinese.
Lo tirar delle somme

..Così si spengono li focchi de li braceri e tace lo fragore de li liuti elettrificati, lasciando lo sPAZIO211 immerso in uno sudore peccaminoso che sa di idromele e puzzo di eretico. Quella de li BardoMagno non est stata una mera esibizione de menestrelli, bensì una pugna contro lo tedio de la modernitade ove lo sberleffo più sguaiato è parimenti affilato de la lama impugnata dal Cavaliere. Sia lode all’Imperatore, sempre! E che i bardi tornino presto in locanda, che la nostra sete di decime et distorsioni è lungi dall’esser placata.
Articolo di Alberto Pani, foto di Silvia Sangregorio
Set list BardoMagno 27 marzo 2026 Torino
- Intro/Italienzug
- Lotta al patriarcato
- Marco Polo
- Clodoveo
- Terre d’Arda
- Giovanna Pulzella
- Rolando lo scureggione
- Chiedo scudo
- Notte prima degli esami di Storia
- Cerveza y latifondo
- Hanno ucciso Carlo Magno
- Clero Mania Dance
- Li bardi son tornati in locanda
- Magister Barbero
- Nel mio feudo
- Valvassori del Bardfolk
