Il Circolo Magnolia di Segrate si trasforma, oggi 21 agosto, in un campo di battaglia del Metal, ospitando il Battlefield Metal Fest, un evento di casa Hellfire che ha saputo scaldare l’animo degli appassionati anche in pieno agosto, e soprattutto anche sotto pioggia, vento e grandine: al mio arrivo in tanti sono già in coda, sopravvissuti alla tempesta, un po’ intirizziti e un po’ spettinati come umidi pulcini. Niente e nessuno può tenere lontani i fan da questo evento: un appuntamento imperdibile per chi cerca una selezione di band di qualità, spaziando tra diverse sfumature del genere. L’atmosfera del Magnolia, con la sua location estiva immersa nel verde, e resa ancora più suggestiva ed epica grazie a nubi nere e fulmini in lontananza, e una leggera nebbia tra gli alberi, è perfetta per evocare una battaglia a suon di decibel e di riff.
Il menù della serata ha offerto un mix di band storiche e talenti emergenti, creando un’atmosfera dinamica e coinvolgente: ogni gruppo ha portato sul palco le proprie armi, ovvero la propria energia e il proprio stile, contribuendo a un’esperienza sonora ricca e variegata. Le esibizioni, seppur con qualche problema tecnico qua e là, sono state intense, cariche di cuore e passione, con gli artisti che hanno saputo creare da subito una connessione autentica col pubblico: pubblico che è accorso numeroso e rumoroso nonostante il maltempo, con impermeabili, poncho, sacchetti della spesa in testa, tutti uniti dalla passione per il Metal.

Sotto una pioggia leggera e davanti a uno stuolo di fan e amici osannanti, il Bel Paese fa gli onori di casa schierando in campo i milanesi Drakkar, nome di riferimento per gli appassionati di Power Metal in Italia, attivi fin dalla metà degli anni ’90 e con 10 album all’attivo, l’ultimo dei quali “Spread Your Wings” ha visto la luce nel 2024. Noti per le loro performance telluriche, la loro esibizione è un trionfo di energia grezza, alimentata da riff di chitarra massicci e ritmiche potenti. Gli artisti, aizzati dai numerosi amici e fan, riescono a coinvolgere tutti fin dalla prime note.

Sebbene la band abbia evoluto il proprio sound nel corso degli anni, i loro concerti offrono un mix di elementi classici e moderni del Power Metal, un’ode che non perde mai di vista la sostanza, e i loro brani vengono sempre accolti come veri e propri inni. I Drakkar dimostrano grande passione e un entusiasmo palpabile sul palco: tutti i musicisti, in particolare il chitarrista e leader Dario Beretta, sono portavoce della scena metal e mostrano di vivere l’essenza del genere stesso, mentre la luce rossa dei riflettori regna sovrana sullo stage, ricordando sanguinosi scontri in battaglia.

Nonostante i cambi di formazione e l’evoluzione musicale, i Drakkar rimangono fedeli al loro stile e anche l’esibizione sul palco del Magnolia è una celebrazione del Power Metal epico e fantastico, con vari riferimenti anche alla letteratura fantasy, che ritroviamo sia nei brani in scaletta che nell’atmosfera generale. Presumo non abbiano scelto a caso il loro nome, che deriva dal norreno “dreki”, “drago”, e si riferisce alle navi più grandi e spesso ornate da una testa di drago scolpita sulla prua, simbolo della potenza vichinga.

Solidi come il granito i loro lavori, come “Horns Up!” che vede le sei corde raschiate dal plettro, e che assolo! Una scaletta che è una manna per gli appassionati del genere: fortunatamente molto lontani dai ritornelli pop oriented tanto di moda negli ultimi anni.


Benché facilmente individuabili nei vari Gamma Ray, Hammerfall, Accept, con un goccio di Iron Maiden pure, i Drakkar sono ben lungi dallo scopiazzare, poiché tutte queste influenze vengono rimescolate, come un mazzo di carte, in chiave personale e sempre arricchite da un buon numero di variazioni: un sound carico di adrenalina che fa venir voglia di salpare con la nostra nave da guerra norrena, verso i confini inesplorati del Metal tricolore, nella loro mezz’ora abbondante di esibizione.

La pioggia da leggera diventa più battente, il cielo più buio, ma il pubblico non se ne cura proprio: i Drakkar hanno fatto un lavoro più che egregio di riscaldamento, e ora sono tutti pieni di aspettativa ed eccitazione. Anche io sono ignara di quella botta di energia che mi attende, mentre strofino e asciugo l’attrezzatura: finalmente posso ascoltare Ross The Boss dal vivo.

Ross The Boss: ma quanto è metal questo signore di nero vestito, quasi in disparte nell’angolo del palco, anziché stare nel mezzo in tutta la sua storica gloria? Molto metal, veramente: pochi sanno essere metal come lui. Leggenda della chitarra, forza trainante del Power Metal, co- fondatore dei Manowar: e scusate se è poco. Ogni suo concerto è un appuntamento imperdibile per rivivere la magia di un’epoca, con la potenza e l’autenticità che solo un’icona come lui può offrire.

Veniamo chiamati alle armi dall’urlo di guerra di Marc Lopes: aare youuu fuckin’readyyy? Autentico maschio alfa, vocalist dei Metal Church, semplicemente una forza da non sottovalutare mai. Che frontman, ragazzi!

Eric Adams, cantante dei Manowar, si è lasciato alle spalle un compito e un’eredità vocale mica da ridere, e Lopes è uno tra i pochissimi eletti con capacità tecniche e voce adatti a offrire questo bouquet di canzoni, che molti non avrebbero nemmeno pensato di provare ad affrontare. Sia chiaro che non si tratta di un clone di Adams: Lopes ha delle caratteristiche vocali uniche e inconfondibili, e una buona percentuale del fascino della sua performance è dovuto proprio a questo.

Durante la serata scopriremo tutti che questo portentoso cantante è la punta dell’iceberg di questa band. Altro sangue reale al basso, grazie alla presenza di Dirk Schlaechter dei Gamma Ray: animale da palcoscenico in ogni sua cellula, grintoso e preciso, ci offre intermezzi e mini assoli dannatamente perfetti. Sembra quasi occupare un posto diverso nel tempo e nello spazio rispetto a tutti gli altri artisti, pur mantenendo una presenza assoluta e divertita. Padroneggia linee di basso già intricate per conto loro, poi, solo per il gusto di farlo, aggiunge tocchi di note a intervalli regolari.

Il batterista Sean Elg (KK’s Priest) è potenza pura sotto forma di essere umano, un piacere da guardare dietro le pelli dove è un vero showman mentre regala ai brani la spinta che meritano. E poi, poi c’è lui: Ross “The Boss” Friedman, e non dovremmo sorprenderci della sua bravura. Invece siamo tutti lì, sospesi in quel limbo tra le sei corde e le dita che scorrono, accarezzano, pizzicano senza sosta. Il suo tocco, dal suono potente, distorto e ricco di armoniche, riporta immediatamente all’epoca d’oro dell’Heavy Metal.

Con molta semplicità, esegue ciò che meglio gli riesce, ciò che porta nel DNA: suonare la sua chitarra. Tecnicamente eccellente, la sua abilità nei riff e negli assoli è evidente in ogni brano, la pulizia del suo suono, anche dal vivo, è impressionante. Niente pose da rockstar vissuta, trucchi vistosi, salti o capriole: come un guerriero heavy metal che marcia in battaglia, Ross lascia che sia la sua arma a parlare per lui. Letale, inarrestabile. La sua interazione col pubblico è diretta, amichevole, mentre Lopes si siede sulla transenna, osannato e stropicciato dalle prime linee, sotto la pioggia rinfrescante.

Di fronte a canzoni come “Sign Of The Hammer” era ovvio che il filo conduttore era che tutti i presenti fossero cresciuti e istruiti dalla pura potenza dei primi dischi dei Manowar, sui quali si incentra la scaletta. Vedere così tanti alzare corna, mani nel gesto del martello, cantare e coinvolgersi in quel modo mi ha certamente ricordato, nel caso ce ne fosse bisogno, perché amo e ho stretto un profondo legame col Metal fin dai tempi della scuola: è una liberazione, è divertente, è potente e crea connessione.


Per qualcuno questa band potrebbe risultare un po’ troppo legata al passato, concentrandosi quasi esclusivamente sul repertorio dei Manowar; questo potrebbe non soddisfare chi cerca un’esperienza più varia o un focus maggiore sul materiale più recente. Tuttavia, è proprio per questo motivo per cui i fan hanno affrontato pioggia e grandine, si scatenano in headbanging sotto il poncho, alzano mani al cielo bigio e no, gli occhi non brillano per colpa della pioggia.


In conclusione, questo concerto è stato un viaggio nel tempo che celebra l’eredità di uno dei generi più potenti del Rock, guidato da uno dei suoi chitarristi più iconici, e si conclude con un Ross The Boss che lancia plettri alle persone come pane ai piccioni, scatenando lo stesso putiferio.


Nel vasto e variegato universo dell’Heavy Metal, poche band possono vantare una carriera così longeva, controversa e artisticamente complessa come quella che segue subito dopo: i Virgin Steele nascono nel cuore di New York nei primi anni ’80, e si sono evoluti da una promessa dell’Heavy Metal classico a un’entità unica nel suo genere, fondendo epicità, lirismo e una teatralità inconfondibile, che li ha resi un vero e proprio culto tra i fan di tutto il mondo. La storia di questa formazione inizia nel 1981 con il visionario vocalist e tastierista David DeFeis e il chitarrista Jack Starr, la cui alchimia musicale si manifesta fin da subito nel loro sound, che si distingue per una combinazione di potenza grezza e arrangiamenti sofisticati.


I primi album, come l’omonimo “Virgin Steele” del 1982 e il successivo “Guardians Of The Flame” mostrano una band che si muove tra l’Heavy Metal tradizionale e il Power Metal nascente, con riff taglienti e la voce unica, teatrale e potentissima di DeFeis, che ne diventa il tratto distintivo. In particolare, “Guardians Of The Flame” è ancora oggi considerato un capolavoro del genere, un disco che ha influenzato generazioni di musicisti.

Raggiungono l’apice della loro espressione artistica negli anni ’90: DeFeis, motore creativo e indomito, dà vita a una serie di “metal operas”, concept album che fondono musica, poesia, mitologia e dramma. Dischi che non sono semplici raccolte di canzoni, ma veri e propri viaggi sonori attraverso miti e leggende. A quasi quattordici anni dalla loro ultima esibizione italiana, a Bologna, i Virgin Steele ci offrono un’energia completamente diversa da quella distribuita dalla band precedente: più colta, raffinata, cerebrale, con un DeFeis che salta e sgroppa per il palco e il pubblico in adorazione, anche se diviso in due sezioni.


Poiché la sua voce, lo dico con la morte nel cuore, specialmente nella prima parte del concerto è dura da sentire, se non i suoi acuti squittii che squarciano la sera, c’è chi dice che la sua potenzialità è ormai arrivata al capolinea e sarebbe meglio ricordarlo ai tempi d’oro, e chi invece attribuisce queste lacune a problemi tecnici che indubbiamente sono presenti: suoni impastati, oltre che la mancanza del basso, DeFeis che spesso si porta le mani agli auricolari. Come se lui stesso faticasse a volte a sentirsi, con evidenti sbalzi di volume che si abbassa drasticamente.

Selvaggio come un leone dagli occhi blu sotto la criniera nera, DeFeis è ancora magnetico e accattivante, camaleontico maestro dell’Epic Metal, e al di là delle difficoltà di un concerto tecnicamente ostico il cuore che mette nella sua esibizione è infinito, e alla fine lui, leggenda vivente, scende dal palco e si inginocchia davanti ai fan, a firmare autografi e farsi immortalare in selfie ambitissimi dagli astanti in delirio, che creano una coda disordinata e rumorosa.


Anche stasera sono in prima linea nel viaggio della storia della musica, e l’eredità dei Virgin Steele va ben oltre le classifiche di vendita. Sono una band che ha plasmato il genere dell’Epic Metal, punto di riferimento per chiunque voglia esplorare la fusione tra Heavy Metal e temi mitologici, storici e filosofici. La loro musica è un inno al coraggio e alla bellezza, un’ode alla forza interiore che si manifesta attraverso riff maestosi, assoli incandescenti e la voce inconfondibile del nostro frontman, un vero king of drama del Metal. I Virgin Steele sono, e rimarranno, un baluardo di epicità e icona di un genere che, grazie a loro, ha trovato la sua anima più profonda e lirica.

In un batter d’occhio ci ritroviamo a essere pronti per il gran finale, la ciliegina sulla torta di una serata che ha visto battagliare all’ultima nota gruppi superlativi. Si respira un’aria di magia, quasi di un mondo parallelo, ai piedi del palco ora: i preparativi sono meticolosi e certosini. Sono alle prese con il loro “The God Machine Tour”, dato dall’ultimo album omonimo pubblicato il 2 settembre 2022 da Nuclear Blast, che vede una scaletta rappresentativa della loro lunga carriera: headliner di questa edizione del Battlefield Metal Fest sono ancora loro, i Blind Guardian, nella loro unica data italiana del 2025: questo fa sì che in tempo zero la zona antistante il palco si riempia come non mai.


Questi sovrani del Power Metal provengono dalla Germania e nascono a Krefeld nel 1984 e sono conosciuti anche più semplicemente come “i Bardi”, soprannome che ha origine da uno dei loro celeberrimi brani, “The Bard’s Song”. Venti album all’attivo, snocciolati in più di quarant’anni di viaggio musicale, sempre caratterizzato da veloci chitarre elettriche e dalla doppia cassa martellante, classici del Power Metal, ma pressoché unici nel loro genere per l’uso dell’overdub, per creare un suono estremamente denso, spesso, epico. Specialmente evidente nelle parti vocali e di chitarra, l’impressione è che un’armata di musicisti suonino all’unisono e cantino in armonia.


Stasera ci offriranno tutta la loro potenza: ci sono momenti in cui sono molto più heavy di tutto ciò che è davvero heavy, e momenti di rara bellezza, fragile come bolle di sapone. Ci dimostreranno che sono molto, ma molto di più del ristretto stereotipo del Power Metal, e che, se fatto come si deve, questo genere va molto oltre semplici favole strappate ai manuali di Dungeons&Dragons o dai libri di Tolkien. Semplicemente, sono una band metal per persone riflessive.

Non si tratta, però, solo di delicati momenti di narrazione da menestrello: i Blind Guardian sono stati influenzati tanto dall’adozione del Thrash in Germania quanto dai racconti di lunghi viaggi in terre lontane. Quando parte l’intro, partono anche i cori e le urla dei fan che risvegliano dall’intirizzimento causato dalla pioggia, mettendo sull’attenti il personale di sicurezza: forse non tutti riescono a vedere che i Blind Guardian sono già lì, in un angolo del palco, a osservare i propri strumenti.

Sembrano attendere un cenno, una conferma, un via libera, e magicamente questa chiamata alle armi avviene, udita solo dalle loro orecchie: seguendo ognuno il richiamo del proprio strumento, gli artisti si posizionano sullo stage, e il pubblico perde il lume della ragione. In questo momento tutto sembra più grande, dilatato nel tempo e nello spazio, mentre l’acclamatissimo e accattivante vocalist Hansi Kuersch ripete squillanti richiami che risuoneranno tutt’intorno al Magnolia per il resto della serata.

Questo è uno di quegli attimi sorprendenti in cui ti rendi conto che, sebbene questa storica band possa anche essere sconosciuta a chi vive la sua monotona vita al di fuori dei concerti, per chi è presente stanotte significa davvero tutto. Sono attimi di puro risveglio spirituale, di intreccio tra band e pubblico grazie a una connessione e interazione sempre presenti e costanti. Direi che è palese che i Blind Guardian tengono ancora molto a quello che fanno, una band che adora suonare in una band, cosa abbastanza rara al giorno d’oggi.

Praticamente di casa a Milano, l’interazione è simpatica, scherzosa, con numerosi riferimenti a episodi del passato e battute: we came to Italy thinking we would have found nice, warm weather...sorride sornione Hansi Kuersch mentre osserva prima il cielo e poi noi: you fooled us once again… battute che fanno ridere come a una serata tra amici. Questo è un artista che sa come conquistare il pubblico e coinvolgerlo nella performance, tanto che alla fine potrebbe quasi non cantare, i fan fanno un ottimo lavoro anche da soli, accompagnati dagli assoli fulminei di Andrè Olbrich, dalla solida chitarra ritmica di Marcus Siepen e affiancati da Frederik Ehmke alla batteria.

Sempre a proposito del vocalist, onestamente non so come sia riuscito a mantenere lo stesso timbro di voce per 40 anni, sbalordendoci tutti, mai una nota di stanchezza, mai una sbavatura o incertezza. Talmente impressionante al punto che potreste ascoltare qualsiasi versione live di qualsiasi loro canzone, e non sareste in grado di dirmi l’anno in cui è stata registrata. Questo è ciò che lo rende uno dei migliori cantanti e frontman dell’intero mondo metal, non sapete cosa vi perdete se non l’avete mai visto in concerto. Diciamo che è un’esperienza quasi obbligatoria per chiunque ami la buona musica, non solo il Metal.

Tornando al concerto stesso, i Blind Guardian hanno miscelato sapientemente alcuni dei loro migliori e più maestosi classici tra i quali “Time Stands Still (At The Iron Hill)” e “Lost In The Twilight Hall”, con i nuovi brani dell’ultimo lavoro “The God Machine” del 2022, come “Blood Of The Elves” e “Violent Shadows”, e non pensate che poiché sono le più recenti suonassero fuori posto durante il set; al contrario, le nuove tracce hanno avuto lo stesso impatto ed energia di quelle classiche, il che è in linea su quello che dicevo su Hansi, perché la sua voce trasforma ogni canzone dei Blind Guardian in un viaggio senza tempo.

La reazione dei fan è stata fantastica, con infiniti pugni in aria, corna alzate al cielo, urla e persino qualche mosh pit generati durante i momenti più veloci del concerto: una sincronia tra artisti e fan che è durata per tutto il tempo. Nessun concerto di questo gruppo può dirsi completo senza l’esecuzione di “The Bard’s Song – In The Forest”, e naturalmente Milano ha avuto il piacere di cantarla insieme ai nostri teutonici Bardi. Ogni singola persona presente ci ha messo cuore e anima nel cantarla, a dimostrazione del perché questa sia una delle migliori ballate metal di ogni tempo.

Concludendo il set con “Mirror Mirror”, altro classico indiscusso, e scatenando pura follia metal con il power inno “Valhalla”, i fan rendono Hansi davvero orgoglioso ed emozionato dalla reazione più che calorosa del Bel Paese. Mentre il mondo attende con impazienza le prossime mosse dei Blind Guardian, la band continua a mietere successi dopo successi su ogni palco. Non sono solo un gruppo, sono cantastorie, sono bardi moderni che usano la chitarra elettrica al posto del liuto e la batteria al posto del tamburo, sono un’istituzione del Metal: con una carriera che spazia su oltre quattro decenni, hanno plasmato il genere e ispirato intere generazioni di musicisti e fan, accompagnandoli in un epico viaggio attraverso mondi di fantasia, un connubio unico tra il Power Metal più incalzante e arrangiamenti orchestrali complessi, ispirati alla musica classica e al Folk medievale.
In un panorama musicale spesso dominato dalla superficialità, i Blind guardian offrono un’alternativa ricca di profondità e significato. La loro musica è un invito a sognare, a immergersi in mondi lontani e a scoprire che anche il Metal può essere una forma d’arte raffinata e complessa.
Articolo e foto di Simona Isonni
Set list Blind Guardian Milano 21 agosto 2025
- The Ninth Wave
- Blood Of The Elves
- Nightfall
- Tanelorn (Into The Void)
- Time Stands Still ( At The Iron Hill)
- Violent Shadows
- A Past And Future Secret
- Mordred’s Song
- Lost In The Twilight Hall
- The Bard’s Song – In The Forest
- And The Story Ends
- Lord of The Rings
- Mirror Mirror
- Valhalla
