Cosa scrivere che già non sia stato detto del ritorno dei C.S.I., e cioè il Consorzio Suonatori Indipendenti, la band che più di altre ha rappresentato, e rappresenta, la musica italiana dopo la stagione d’oro del cantautorato e quella del disimpegno anni ’80. Forse poco, o forse solo punti di vista diversi che, nella nostra autonomia, possono dare un piccolo contributo a raccontare questo evento.

Abbiamo assistito al ritorno a Marzabotto (Bo) il 28 agosto, e alla terza data del tour in essere, a Villafranca (Vr) il 31 agosto. Come è già noto, la scaletta è la stessa, e così dovrebbe restare fino al termine di questa – si spera – prima parte del progetto biennale del ritorno dei C.S.I. Quanto detto dagli stessi protagonisti, e in particolar modo da Giovanni Lindo Ferretti in un video ormai virale della conferenza stampa di presentazione, è che il progetto è di due anni, e che si concluderà in Mongolia nel 2027. Quindi, di fatto, abbiamo assistito alla partenza del viaggio, seguendo il titolo di questa operazione: “In viaggio”, appunto… Così, semplicemente, abbiamo deciso di raccontare quello che abbiamo visto, ascoltato e vissuto di questo avvio del viaggio.
Marzabotto: Montesole
Marzabotto. Luogo iconico, non solo per la storia di questo Paese, ma anche per la band in questione. Qui, 25 anni fa, dalle macerie dei C.S.I. nacquero i PGR, nuova incarnazione di un gruppo formidabile di artisti. Cinque lustri fa era tutto diverso, e solo la location era la stessa. All’epoca eravamo pochi, rispetto ai circa 5 mila del 28 agosto 2026. Non c’erano telefonini, non c’erano token, non c’erano QRcode, attese, code, stand e auto assiepate ovunque. D’altronde, a ben vedere, questa era – senza togliere nulla alle altre band – il ritorno più atteso e desiderata. Oltre a questo, però, il 28 agosto 2026, 25 anni dopo, c’era un pubblico diverso. I 20enni di allora oggi sono 50enni, presenti a Montesole con famiglie, figli e figlie, donne incinte, amici, compagni e compagne. Una grande festa di popolo, di certo non popolare, ma fatta di vera gioia di esserci. Alcune difficoltà ci sono state, non si possono negare. La location, pur se evocativa, forse non era l’ideale per 5 mila persone. A questo si aggiunga che i 50enni sono diversi dai 20enni, e se i tempi sono cambiati, sono cambiate anche le esigenze e le richieste. Oltre al fatto che – lo abbiamo scritto parlando dei Litfiba (il nostro live report) – essere 50enni oggi vuol dire fare i conti con così tante delusioni che è normale scaricare frustrazioni su quello che si vorrebbe che fosse ancora come 30 anni fa.


Al netto di tutto questo, l’attesa del concerto è stata caratterizzata dalle prove, con le prime emozioni nel vedere passare i membri della band, nel sentire attacchi e accordi provati, pezzi di canzoni abbozzati fino ad intravedere il lavorìo sul palco. Alle 18 si sono aperti i cancelli, e già era chiaro che lo show sarebbe stato anche una lezione di estetica che avrebbe potuto non essere gradita da molti. Niente Pit, niente divisori, niente Gold ecc.. Tutti liberi di conquistare la transenna, di mettersi al meglio per assistere ad un concerto che non prevedeva visual, schermi ed orpelli vari. Ci sarebbe stato da ascoltare, e stop. E questo – ne sono convinto – vogliono i C.S.I, e questo stanno proponendo: un’esperienza di ascolto, senza nessun abbellimento. La scaletta dello show è lì a testimoniarlo. Prima di addentrarci in questo aspetto, vale la pena ricordare anche un’altra cosa.


A Marzabotto ci sono stati tre eroi. Lo so, non è parola che piace ai sei artisti, ma lo abbiamo detto all’inizio: nella nostra autonomia – poi spiegheremo – ci piace un poco forzare i termini. Eroe nell’etimo dunque, non nel significato abusato di questi anni. L’eroe, nell’antichità, era una figura intermedia tra l’uomo comune e la divinità, spesso un semidio o un discendente degli dei capace di imprese prodigiose. I nostri eroi sono nell’ordine, Giorgio Canali, che ha tutto fuorché dell’eroe; Gianni Maroccolo, idem del suo chitarrista; e Ginevra di Marco. Canali, a Marzabotto, è restato tutto il tempo fra il pubblico. Selfie, chiacchiere, bevute, sorrisi: era euforico, felice. Il ritratto della persona che si stava godendo una bella festa. Maroccolo aveva gli stessi occhi, ma è stato più defilato. L’ho incontrato per un breve saluto poco prima dello show: aveva occhi brillanti, ed erano pieni di vera gioia. Poco prima dell’inizio si accolla l’onere di parlare alla folla chiedendo pazienza: devono entrare tutti, altrimenti non suoniamo. È l’ammissione che qualcosa non è andato, ma allo stesso tempo è l’umanità di una band così grande da essere capace di attendere il suo pubblico, e non viceversa. Di Marco guida Ferretti (anche a Villafranca) ma non da badante, come alcuni severi ascoltatori frustrati ribadiscono, ma come allieva che oggi è pari, se non superiore, al maestro. Trovo questi suoi gesti semplicemente belli, pieni di grazia.


Il concerto prevede 4 cover, e la prima è in apertura. “Noi non ci saremo”, brano di Francesco Guccini, omaggio inatteso qui, ma giusto e corretto; canzone apparsa nel “Tributo ad Augusto Daolio”, e in questo tour finalmente valorizzata. Era stato il saluto dei C.S.I., perché così si intitolavano le due raccolte che hanno chiuso gli anni ’90, e quelle parole oggi – Noi non ci saremo – fanno da apripista per il ritorno. La scaletta è il best of perfetto, dura affermare che non sia così. Certo, ognuno ha le sue preferite, che sempre mancano, ma a conti fatti questi sono i brani che servono per conoscere la band. Poca concessione alle novità e ad arrangiamenti diversi. I CCCP, a ben vedere, erano stati più generosi. Qui solo “Cupe Vampe” risente dei panni sciacquati nei PGR. Il resto è da manuale. Meno sul fonte dell’esecuzione, a Marzabotto.


Il nostro modo di leggere la cosa è questo. In primis, le sbavature, qua e là, hanno reso il tutto vero, sincero e onesto. Poi, dopo un’attenta riflessione, sono giunto alla conclusione che non sia questione di prove, o di mancanza di tempo. Sul palco ci sono sei artisti che, in 25 anni, hanno fatto la loro vita in musica. Hanno fatto loro queste canzoni (quasi tutti), e le hanno portate nel mondo d’appartenenza. Il Consorzio nasceva come vero collettivo paritario. Oggi – al momento – non è più così, o quanto meno non è facile che subito torni ad essere in quel modo. Questi artisti hanno storie singolari, esperienze musicali e professionali importanti. Rimettersi insieme non è fare la somma delle parti, perché c’è ormai un di più che forse esonda e trabocca, e va gestito. Da qui, a mio avviso, le sbavature. Il rodaggio ci farà capire se e come siano le potenzialità di questi nuovi, pur se sempre gli stessi, C.S.I. Già a Villafranca la differenza si è sentita, e i margini di miglioramento sono enormi.


Le altre tre cover sono la ben nota “E ti vengo a cercare” che, oggi, acquista tutta la sua bellezza, celata forse in tutti questi anni. “Depressione Caspica”, brano dei CCCP, il pre, dunque, C.S.I, e “Montesole” dei PGR, il post C.S.I. Fatemelo dire, “Montesole” da sola vale tutta l’esperienza dei PGR. Anzi, è davvero una delle poche belle canzoni scritte negli anni 2000. E come sempre accade in questo Paese, la bellezza resta celata e ai margini. Le parole di Ferretti a Villafranca, per giustificare la presenza di “Montesole” ancora in scaletta, mi sono parse più una confessione al pubblico per rimarcare che non ci sono tensioni nel gruppo. Non servivano, è una cover come le altre tre, ma torna quanto detto prima: artisti che hanno vissuti importanti e che si ritrovano. “Montesole” nasceva dopo una rottura, e aveva bisogno di una rappacificazione.
Villafranca


Fra Marzabotto e Villafranca cambia poco, e cambia tutto. Il poco che cambia è la scaletta, di fatto la stessa. Il resto è tutto diverso, dal palco, alto e che permette di vedere bene i nostri, alla resa musicale. Il rodaggio funziona, gli attacchi vanno tutti in porto e solo il suono, nel trittico iniziale di “In viaggio”, “Occidente”, “Del Mondo”, risente di volumi non ben tarati. “A tratti” parte come un pugno nello stomaco, e tutto poi scivola via. “Irata” ridiventa la poesia che è, con Maroccolo che dà il meglio di sé alla chitarra. “Esco” e “Blu” esaltano un Canali in forma eccelsa, capace di regalare chitarre disturbate e disturbanti. Ferretti recupera la voce tremolante di Marzabotto, soprattutto su “Linea Gotica”, che a Villafranca è come sull’album: esecuzione da manuale. Canta in piedi Ferretti, meno teso, più sereno, sempre guidato da Di Marco. Lei, Ginevra, è voce totale: sorregge e sostiene in brani come “In Viaggio”, “Forma e Sostanza”, “Unità di Produzione”; ma è anche valore aggiunto in “Esco”, “Blu”, “Cupe Vampe” ed “E ti vengo a cercare”; allo stesso tempo è vero balsamo nel finale di “Del Mondo” e in “Bolormaa” e, forse, nel gioco di ciò che manca, ci stava anche una quinta cover, e cioè la sua esecuzione di “Ederlezi”.


Alla fine dei conti, De Gregori aveva ragione, come sempre. Tutti lo hanno criticato, ma alla fine, come ha detto lui, ciò che conta davvero sono le canzoni. Queste parlano, non c’è da dire altro. Un artista dice quello che deve dire nelle canzoni, come un pittore nei colori, uno scrittore nelle frasi e un poeta nei versi. La band non concede nulla, se non saluti e poche frasi di Ferretti che, come al solito, fanno centro. A Marzabotto: “non è facile stare sul palco dei C.S.I.”; a Villafranca: “siete tanti, meritereste una frase intelligente, ma non c’è”. Allora concentriamoci sulle parole delle canzoni: Noi non ci saremo, ma alla fine siamo qui In viaggio. E nel viaggio c’è tutto quello che ci deve essere, dall’Europa in fiamme (oggi come allora), alla riscoperta dell’essere umano, fino alla necessità di viaggiare per conoscere il mondo che, come allora, è in guerra, e vede la pace come una professione e un’ideologia, e non come forma d’esistenza. Alla fine di questo viaggio, dove gli spunti e le riflessioni sono tanti, una triste constatazione: i tempi sono duri e ci sono sempre meno garanzie. “Nessuna garanzia per nessuno…” viene ripetuto, come un mantra della Mongolia, nella metà del brano “Buon anno ragazzi” che viene proposto come chiusa dello show.

Un ritorno importante, carico di significato. Non indifferente. Diverso perché diversi sono loro sei. Però, ora, non andate più via, perché di artisti così c’è bisogno, anche solo per ritrovarsi, di tanto in tanto.

Solo per dovere di cronaca, e per chiudere, spieghiamo la nostra autonomia. Su due concerti, dei quali qui parliamo perché questo ritorno è un evento vero, e noi siamo per descrivere gli eventi veri. Chi scrive si è pagato i biglietti e tutto quanto annesso. La nostra direttrice a Marzabotto è stata messa – unica fotografa alla quale è toccata questa sorte – dietro al mixer, in pendenza, fra il pubblico, mettendo in pericolo l’attrezzatura. A Villafranca le fotografie ci sono state concesse da un fotografo già nostro collaboratore. Ad altri le riflessioni e l’ardua sentenza.
Articolo di Luca Cremonesi
Foto a Marzabotto di Francesca Cecconi
Foto a Villafranca di Marco Olivotto x C.S.I.
Set List Marzabotto 28 agosto 2026 Marzabotto (Bo) e Villafranca (Vr)
- Noi non ci saremo
- In viaggio
- Occidente
- Del mondo
- A tratti
- Inquieto
- Cupe vampe
- Linea gotica
- Irata
- Esco
- Bolormaa
- Blu
- Forma e sostanza
- Brace
- Ongii
- Unità di produzione
- E ti vengo a cercare
- Depressione caspica
- Fuochi nella notte
- Montesole
- Matrilineare
- M’importa ‘nasega
