Seconda tappa del nuovo tour di Davide van De Sfroos (la nostra ultima intervista), una serie di concerti che sono partiti il 23 novembre da Varese. La seconda tappa, alla quale abbiamo assistito, è stata nella città dei Gonzaga, al Teatro Ariston. Fuori, pioggia e tanto freddo, con accenni di neve; dentro un pubblico non delle grandi occasioni.

Peccato, perché Davide Van De Sfroos è affezionato e vuole bene a Mantova, ma la città non sempre risponde con entusiasmo ai suoi progetti. Laddove ci sono già sold out annunciati, Mantova invece regala un teatro pieno, ma non di certo gremito. Peccato, detto ancora una volta, perché i progetti invernali di Van De Sfroos sono sempre interessanti e soprattutto sono il frutto di un lavoro onesto e genuino, per presentare sempre qualcosa di nuovo al proprio pubblico.

Quanti ricordi qui a Mantova. Veniva da Villafranca, dove mi trovavo per il servizio militare. A quel tempo c’era la nebbia, tanta nebbia. Saluta così il pubblico dell’Ariston Davide Van De Sfroos, fan storici e fidelizzati che hanno applaudito il suo repertorio fatto di storie, uomini e donne di un tempo andato: quello dell’infanzia e dei villaggi, piccoli e ristretti, attorno al Lago di Como, terre magiche diventate, nella penna e con la chitarra di Van De Sfroos, terreno universale per raccontare storie valide in tutta Italia.

La scelta musicale di questo nuovo tour è quella della presenza in scena di una Folk Orchestra di nove elementi, ai quali si aggiungono i musicisti di sempre che accompagnano Van De Sfroos. Il risultato è stato molto apprezzato, perché ha saputo ben bilanciare momenti corali a situazioni più intime.

In scaletta, spazio ai classici come “Pulenta e galena fregia”, “New Orleans”, “Ninnananna del contrabbandiere”, “La Balera”, e a pezzi meno frequentati, come promesso nelle interviste che hanno anticipato il concerto di Mantova. Sui classici Van de Sfroos si attiene alle riletture fatte in questi anni, soprattutto agli arrangiamenti proposti nel “Best of” uscito un anno fa. Lì, in quel triplo disco, le 40 canzoni erano state già portate nei tempi presenti, riviste e sistemate cioè per essere pronte ad affrontare un mondo che non le ha viste nascere.

La scelta in scaletta, dunque, è di tenere fede a quel modello, lavorando però su arrangiamenti che, confesso, mi aspettavo più folk e meno orchestrali. Attenzione però: non si tratta comunque di un concerto con orchestra – anche perché quello è un progetto già sullo scaffale, con tanto di registrazione live ufficiale – ma ero convinto, a bocce ferme, che l’aspetto folk avrebbe prevalso.

Invece, tolti alcuni passaggi dove però i rimandi sono più al mondo sonoro dei Calexico che a quello del primo Dylan, il sound folk non è così marcato. Anzi, si può dire che questo è quasi un concerto acustico arricchito, qua e là, da un cappotto di buona sartoria musicale, che non snatura affatto la musica e gli intenti del Nostro, e delle sue canzoni. Insomma, si tratta di uno spettacolo invernale che riesce nel suo intento: quello di raccontare storie, e spingere l’ascoltatore a rivivere, anche se già note, quelle vicende che da anni Van De Sfroos ci canta e ci propone. Un po’ come essere stati davanti al fuoco, con un cantastorie a disposizione, che racconta, interpreta e vive le sue storie, in una fredda notte d’inverno…

Per quanto riguarda, invece, la parte meno frequentata, il cantautore comasco ha proposto, per esempio, “Madam Falena”, “Sügamara”, “Il cavaliere senza morte”, “Breva e Tivan”, canzoni accolte tutte con lunghi applausi dai fan storici, che non hanno mancato di cantarle dalla prima all’ultima nota. La scaletta perfetta, poi, non esiste, è fatto ormai noto e che fa letteratura. Tuttavia, lasciare fuori “Il minatore di frontale” è lesa maestà.

Credo che ci siano artisti che pagherebbero per riuscire a scrivere un testo come questo; una canzone che dovrebbe essere sempre presente non solo nei concerti di Davide Van De Sfroos, ma in tutte le playlist delle migliori canzoni d’autore della musica italiana di sempre. Va però anche detto che il Nostro può vantare un repertorio ottimo, consolidato in anni di attività, e permettersi dunque di dimenticare anche alcuni capolavori. D’altronde, anche Dylan ha lasciato spesso fuori “Blowin’ In the Wind”, e De Gregori ha fatto anni a non cantare “La donna cannone”. Privilegio dei grandi, e Davide Van De Sfroos ormai lo è, senza dubbio, nel panorama nazionale.

Il concerto si snoda comunque fra ricordi, spiegazioni delle canzoni, aneddoti, senza diventare mai pesante e pedante, anzi. Ci sono momenti divertenti, altri riflessivi, altri ancora legati alla vita vissuta, momenti dolorosi che è meglio esorcizzare sul palco, con la famiglia del proprio pubblico. Non ultimo, poi, fatto assai piacevole, alcuni omaggi al mondo della musica. Come intro ad alcune sue canzoni, infatti, la band e Van De Sfroos hanno scelto di cimentarsi, per esempio, in “Luglio, agosto, settembre (nero)” degli Area, “Chan Chan” di Compay Segundo (esecuzione splendida), il tradizionale “Tumankuque”, e il tema di “Game of Thrones” per la presentazione della band. Bello, una scelta che nobilita tutti, senza escludere nessuno.

Fra gli intermezzi poi, Van De Sfroos si è anche cimentato con il dialetto mantovano, dimostrando ottime attitudini per i suoni, i termini e le perifrasi tipiche del dialetto cittadino e della Bassa. A conti fatti, dunque, il nuovo tour, pur se non è legato a un album nuovo o a canzoni inedite, permette di riascoltare i classici con una nuova veste musicale, che non modifica la sostanza, ma consente di godere al meglio del nuovo abito.

Soprattutto per brani come “Akuaduulza” (già proposto così lo scorso anno), “New Orleans” con un ottimo finale, la versione acustica de “La figlia del tenente” e di “Yanez”. I bis sono affidati a due grandi classici, “La corriera”, eseguita solo dalla band, molto simile alle versioni estive di piazza, e “La balera”, che non sarà mai più come nei primi live (o come nella versione dei 4 cd dal vivo usciti con il Corriere della Sera negli anni ’00 del nuovo millennio), ma che resta comunque un pezzo che spinge tutti ad alzarsi in piedi e gridare: “ancora due ore”. Di sicuro non avrebbero pesato a nessuno, anche perché fuori c’era la pioggia, il freddo e un mondo duro, ben diverso da quello cantato da Davide Van De Sfroos.
Articolo di Luca Cremonesi, foto di Moris Dallini

Set list Davide van De Sfroos Mantova 24 novembre 2026
- Nona Lucia
- Madam Falena
- Pulenta e galena fregia
- El Carneval de Schignan
- Infermiera
- New Orleans
- Sügamara
- E seem partii
- Breva e Tivan
- La figlia del tenente
- Ninnananna del contrabbandiere
- Crisalide
- Fendin
- Il cavaliere senza morte
- El fantasma del zio Gaetan
- Yanez
- Akuaduulza
- La corriera
- La balera
