Adoro l’autunno, quei suoi colori che sembrano usciti da un quadro maledetto e quel freddo che finalmente scaccia il dannato caldo estivo, quello che sa di crema abbronzante e dei soliti tormentoni da aperitivo che ti si infilano nel cervello come larve di tenia. E poi, arriva novembre: mese piovoso, umido, perfetto per metter su un bel disco di Black Metal, quello algido, severo, magari d’annata, con quell’inconfondibile aroma nordico che sa di foreste ostili e fiato ghiacciato. Come meglio vivere al meglio novembre se non sotto il palco del Defrag il 22 con il concerto dei Deathless Legacy? Preceduti da tre opener che hanno evocato come poche altre volte le vibrazioni occulte della serata. Ma andiamo con ordine, Avvicinatevi con me sotto il palco del Defrag. Questa sera “sotto” è letterale: ci separano dai musicisti solo i monitor. Niente pit, niente transenne. Siamo un’unica anima nera e dannata, pubblico e band fusi insieme.




I primi a entrare in scena sono i capitolini Pomerium, incaricati di tracciare il confine sacro del palco e lo fanno a colpi di metallo pesante e ben suonato, ogni nota un maglio di ferro nello stomaco. La loro presenza scenica non passa certo inosservata e danno il via alla serata nel migliore dei modi. Una mezz’ora di schiaffi sonori, fra inediti e un omaggio ai Metallica, poi si procede al primo cambio palco.


È il turno dei Neurasty, un’altra creatura romana, questa volta votata a un Metal tecnico, moderno, chirurgico senza essere per questo asettico. Le voci di Viviana Schirone e Gabriele Vellucci -quest’ultimo anche chitarra – s’intrecciano fra cantato e scream con un’alchimia unica, come un cocktail che accarezza il palato, ma ti brucia le viscere un istante dopo.


Sul finale arriva anche Elisa, l’ugola dei Chasing People, a cantare l’ultimo brano. E prima del nuovo cambio palco, lasciate che levi il cappello davanti alla drum machine umana dei Neurasty: David Folchitto, vero perno di un numero impressionante di progetti metal italiani.


Vi ricordate cos’ho detto a inizio articolo sul “confine sacro” segnato dai Pomerium? Ecco, il motivo arriva. Sta salendo sul palco l’incarnazione musicale della divinità silvestre guardiana dei limiti: Selvans. Il progetto porta con sé il profumo delle selve abruzzesi, unendo tradizioni italiche a un black metal gelido, ferino e tutto rigorosamente in italiano. Un mix micidiale che raccoglie tantissimi fan anche stasera. L’ingresso è teatrale, primordiale: Selvans avanza battendo un femore su un tamburo di pelle. Si inizia con “Il Capro Infuocato”, e che il rito pagano abbia inizio!


Si procede fra “Panta-fica” e “Fonte dei Diavoli”, passando per una cover di “Come to the Sabbath” dei Mercyful Fate (e sì: per teatralità e vocalità il nostro Selvans ricorda parecchio King Diamond), poi “Il mio maleficio” e la splendida “Lupercale”. Se non avete mai ascoltato questo progetto, rimediate: nel fitto sottobosco – mai metafora più adatta – del Metal italiano, è tra le realtà più affascinanti e ispirate a livello musicale e di scrittura.


Selvans ci lascia brandendo il femore come un cimelio rituale mentre ci avviamo all’ultimo cambio palco. Tutto è pronto per i maestri di cerimonie: Deathless Legacy. Prima avevamo i monitor come ultimo confine; ora spariscono. Via ogni barriera: siamo nel cerchio rituale. Si inizia con “Damnatio Aeterna”, dall’ultimo album. L’atmosfera accoglie i fedeli radunati sotto il palco e introduce l’arrivo della celebrante. No, non è una metafora: entra davvero una celebrante con un’ostia che viene incendiata. Spettacolo per occhi e orecchie: una perfetta entrée blasfema.


Si continua con “Rituals of Black Magic”, poi “Miserere”. A un certo punto Steva, frontwoman carismatica come poche, dice che questo concerto a Roma sarebbe il luogo ideale per ottenere l’agognata scomunica. Ci riusciranno? Chissà. Quel che è certo è che qualcuno “al piano di sopra” avrà percepito forte e chiaro il loro messaggio infernale veicolato questa sera a suon di musica. E da buono eretico, blasfemo e miscredente, io faccio assolutamente il tifo.

Il concerto è tanto da ascoltare quanto da guardare: ogni brano ha una messa in scena che richiama anche i classici dell’horror, come accade in “Your Blood is Mine”. Simbolismi ovunque e tutto carico di un’esoterica teatralità.


La cerimonia termina con “Dominus Inferi”. Nessun finto bis: come in un vero rito, ciò che finisce, finisce. Rimetto a posto la macchina fotografica, chiudo lo zaino ed esco nel gelo di novembre. Alzo il bavero del cappotto e mentre cammino penso a quella frase che si usa spesso: musica celestiale. Sarà. Per me, da sempre, la musica migliore profuma di zolfo e porta le corna proprio come quella di questa serata.
Articolo e foto di Daniele Bianchini




