[Diana Krall no ha voluto fotografi]
Diana Krall è tornata al Vittoriale e al Festival Tener-A-Mente il 16 luglio. Ci sono artisti che legano il loro nome ad alcune location, e Krall vede il suo integrato nella storia della dimora del Vate. Qui è di casa, i passaggi sono tanti ed ogni volta è una magia diversa. Estate 2026 la ricorderemo per vari motivi. La presenza di Marc Ribot al suo fianco (ecco, un nome per la prossima edizione… sarebbe un bel sogno, se si considera che due anni fa suonò in una palestra a Moniga del Garda), il marito Elvis Costello, defilato, fra il pubblico, e una notte di tempo splendido, prima dell’uragano che ha fatto danni al parco e al teatro del Vittoriale. La nostra solidarietà va a tutta la struttura di Tener-A-Mente, vi siamo vicini perché di realtà importanti come questa ce ne sono poche, e gli agenti atmosferici, se almeno non vogliono aver rispetto del Vate, lo abbiano di chi, con dedizione e competenza, porta avanti un ottimo lavoro.
Gianni Clerici, grande e indimenticato maestro di giornalismo e di letteratura, mi disse: racconta alle persone quello che loro non possono vedere. Mai come in questo caso è necessario, dato che il live è stato perfetto, ricco di classe raffinata, con un Ribot anomalo, ma proprio per questo speciale, che ha dato ulteriore peso specifico all’esibizione dell’artista canadese. Va detto – ma sinceramente non so se sia un bene o un male, io propendo per la prima versione – che Krall viaggia su orbite ben distanti da quelle del pubblico, e non fa nulla per colmare questa distanza. Se lo può permettere, e chi è lì lo sa bene (magari non tutti, ma ne parliamo a breve), un po’ come quando calcò quella scena Keith Jarrett (che serata, mamma mia…). Lo spettacolo si è aperto con “I’ve Got You Under My Skin”, grande classico che ha subito fatto capire che la performance sarebbe stata – nonostante Ribot in squadra – a tinte raffinate, vellutate, con toni pacati. Fra le altre esecuzioni “Cry Me a River”, “Let’s Fall in Love”, “Night and Day”. Un concerto chiaramente jazz, e dunque meno pop-jazz degli ultimi due passaggi al Duse. Complici Dennis Crouch al contrabbasso e Jay Bellerose alla batteria, che con Ribot hanno completato la band, la pianista canadese ha dunque regalato un concerto elegante, intimo e ritmato come non se ne vedevano, qua al Vittoriale, da alcuni anni (la memoria mi spinge a risalire fino al duo Fresu-Einaudi di un lustro fa). Il tutto sorretto da un’atmosfera da piano bar, con luci soffuse, sei lampioni giallo-arancio, come le vie di Bruxelles, e da un’amplificazione morbida che è stata spesso, e mi viene da dire con perversione diabolica, disturbata da rumori.
Fino a qui quello che tutti hanno visto, con Krall ispirata, che ha più volte lasciato comunque libero Ribot di regalare qualche passaggio acido, piccante e secco, tipico del suo sound. Poi c’è la parte che, alla Clerici, magari pochi hanno visto. In primis, una coppia di giovani – forse gli unici due così giovani – che, a un tratto, nell’area fumatori – un corridoio all’aperto che porta a una casa secondaria della dimora del Vate – si sono messi a ballare alla maniera dei “lenti” sulle note di Krall. Un momento di vera poesia, dove due corpi longilinei, attenti a non far rumore, educati e silenziosi, si sono lasciati coinvolgere dalle note dell’artista canadese e della sua band. Può sembrare strano, ma questa immagine ha fatto da contraltare alla prepotenza di chi, arrivato all’ultimo, pretendeva posti in prima fila, centrali, magari senza nessuno in sala. Non solo, se avesse potuto avrebbe anche fermato la cantante per chiederle qualcosa di più veloce, io ho comunque pagato, e comunque non sono mica per addormentarmi. Si arriva a prediligere i cani, che al Vittoriale possono entrare senza problemi, con i padroni. E che, ad oggi, non hanno mai disturbato alcun spettacolo – a differenza di alcuni umani – tanto meno un mostro sacro come l’artista britannico Morrissey.
Stessa cosa per chi, nonostante i 35 gradi notturni – anomalia che poi, purtroppo, è stata pagata cara nel corso della notte, con la tromba d’aria che si è abbattuta sul Vittoriale – ha bisogno di continuo di lavarsi le mani, fin qui nulla di male, e di asciugarsele con il phon rumoroso a muro. Acceso, ovviamente, in ogni momento intenso di silenzio, di spazzole leggere sui piatti o sulle pelli, o sui fraseggi fra chitarra arpeggiata e piano. La speranza che l’umanità possa capire c’è sempre, ma è anche vana. Si pensa, in silenzio, che, dopo il primo utilizzo, si possa smettere di asciugarsi le mani (non di lavarle, ovvio), data la calura. E non solo, invece, si prosegue, ma ci si mette pure chi, per almeno 30 minuti, ha insultato tutte le persone in bagno. Al ritorno, soddisfatto, tuona a chi lo attende vicino al suo posto: Eh… sarò mica l’unico cretino, eh!.
E fa davvero piangere sentire momenti di intenso silenzio, con strumenti appena toccati, essere sovrastati da un vuuuuuuuuuuhhhhhhh di uno strumento che emette aria calda, quando fuori, nel Duse, ce n’è altrettanta. Peccato, anche se, per fortuna, dopo i primi sette brani la gente ha forse smesso di avere necessità e si è lasciata coinvolgere dalla musica. I bis vedono un po’ di fuggi fuggi, sinceramente inatteso e non giustificato. Certo, non è stato un concerto per cantare, e tanto meno una festa di paese. Chi era in sala ha potuto godere di uno show raffinato – lo ripeto – dove il suono e la voce sono stati i protagonisti assoluti della serata.
C’è chi, invece, fra aria calda notturna, ma comunque aria, dato che in zona non si muoveva foglia da settimane, si addormenta e ha bisogno di pacche sulla spalla. Il tup tup tup ha fatto, dunque, da contraltare al «vuuuuhhhhh» del phon. Chissà, forse John Cage ci avrebbe tirato fuori qualcosa. La Krall, tuttavia, ha fatto finta di nulla, e nonostante tutto ha poi anche resistito a chi, da oltre 50 metri, usa ancora il flash convinto che serva a qualcosa, senza aver capito – nel 2026 – come funziona la riflessione della luce. Usate un tutorial, non è una sconfitta esistenziale, aiuta solo a capire qualcosa di più della propria tecnologia.
Al netto di tutti questi intoppi, Diana Krall, con una super band, si conferma regina del Kazz di classe. Nessuno stravolgimento, nessuna sperimentazione, ma classe da vendere e talento puro nel rendere accessibile a tutti la bellezza di una musica per élite che, però, nella sua voce trova comunque un’universalità d’intenti, senza sminuire in alcun modo il suo stile, comunque alto e distaccato dalla musica popolare.
Articolo di Luca Cremonesi
Set List Diana Krall 16 luglio 2026 Gardone Riviera
- I’ve Got You Under My Skin
- Almost Like Being in Love
- Let’s Fall in Love
- Just You, Just Me
- All or Nothing at All
- Do Nothing Till You Hear From Me
- East of the Sun (and West of the Moon)
- L-O-V-E
- Let’s Face the Music and Dance
- The Girl in the Other Room
- P.S. I Love You
- The Look of Love
