Il 30 maggio si è svolto in piazza Matteotti a Genova “Dimmi chi escludi”, il grande concerto, gratuito e aperto a tutti, organizzato dalla Comunità di San Benedetto al Porto con il sostegno prezioso di Fondazione Carige. Un bel modo, da parte della Comunità, di portare avanti l’eredità del fondatore Don Gallo, convinto che la festa fosse uno strumento di inclusione per non lasciare indietro nessuno.
Il prete degli ultimi e la Comunità di San Benedetto al Porto

Quella di Andrea Gallo – per tutti semplicemente Don Gallo, ma conosciuto anche come “il prete partigiano”, “l’angelo dei neri” e “il prete degli ultimi” – è stata una delle figure più dirompenti nell’Italia del dopoguerra, un ossimoro in cui la fede cattolica andava di pari passo con un fortissimo impegno politico di stampo libertario, inclusivo e pacifista. Nel 1944 il sedicenne Andrea segue il fratello maggiore Dino nei partigiani, diventando staffetta nella Resistenza ligure con il nome di battaglia di “Nan”. Questa esperienza antifascista segnerà indelebilmente la visione del mondo del futuro Don Gallo, il quale, a guerra finita, entra nella sede di Varazze del noviziato dei salesiani di San Giovanni Bosco per intraprendere il suo percorso spirituale, culminato con la nomina a sacerdote nel 1959, una vocazione che il giovane sente crescere dentro di sé fin dalla più tenera età.
Il pensiero di Don Gallo è da subito in aperto contrasto con la mentalità bigotta dell’epoca: durante le sue omelie parla liberamente di pace e diritti dei lavoratori, criticando apertamente l’ipocrisia della classe borghese. Durante la sua permanenza come viceparroco nella Chiesa del Carmine, nel cuore di Genova, trasforma la parrocchia in punto di riferimento per chi non ha più niente da perdere, almeno finché, nel 1970, non difende pubblicamente dei ragazzi trovati in possesso di hashish. Questa è l’ultima goccia per la Curia di Genova, la quale, indignata, decide di allontanarlo, scatenando però le proteste del quartiere, culminate in due grandi manifestazioni spontanee nelle giornate del 1° e 2 luglio.
Don Gallo viene così accolto a fine 1970 da Don Federico Rebora, parroco della Chiesa della Santissima Trinità e San Benedetto al Porto, dando vita insieme ad alcuni volontari al suo progetto più importante, la Comunità di San Benedetto al Porto. Il piano terra della canonica si trasforma rapidamente in un rifugio per i senzatetto, i tossicodipendenti, le prostitute e gli emarginati di ogni tipo, i quali, dopo aver ricevuto aiuto, donano a loro volta il loro tempo e il loro impegno alla Comunità, in un circolo virtuoso basato su condivisione, responsabilità e lavoro come riscatto sociale.
Con il tempo, la Comunità si è evoluta diventando un’Associazione di Promozione Sociale, con numerose sedi non solo a Genova, ma anche in Piemonte. Tra le attività principali troviamo ancora oggi quella di contrasto alle dipendenze, quella di accoglienza e supporto per chi si trova ai margini della società – migranti, ex detenuti, donne vittime di violenza e rifugiati -, l’assistenza legale gratuita fornita dagli sportelli dell’associazione “Avvocato di strada” così come vari progetti di rigenerazione urbana, che vedono i volontari portare attivamente il loro aiuto nei quartieri più degradati del capoluogo ligure, come il centro storico o la zona del Ghetto.
Don Andrea Gallo si è spento il 22 maggio 2013, dopo una vita intera dedicata al sostegno dei più bisognosi e alla loro reintegrazione nella società. La sua filosofia, per cui l’emarginazione, invece di essere nascosta o repressa, dovrebbe invece venire combattuta creando ponti e relazioni, vive ancora in quegli stessi locali che, tanti anni fa, hanno dato vita al suo sogno, tra i ragazzi e le ragazze che quotidianamente dedicano la vita ad aiutare chi è meno fortunato. Il pensiero del “prete degli ultimi” è stato, ed è tuttora, un punto di riferimento fondamentale per i movimenti civili, pacifisti e per i diritti LGBTQIA+, in un paese che purtroppo, negli ultimi anni, si è abituato sempre di più a essere forte con i deboli e debole con i forti. “Dimmi chi escludi” è il ringraziamento della Comunità di San Benedetto al Porto e dei cittadini genovesi alla figura di Don Gallo.
“Dimmi chi escludi”: il concerto
Poco prima delle 16:00, sale sul palco Marco Malfatto, il presidente della Comunità fondata da Don Gallo, per dare ufficialmente il via alle danze. Piazza Matteotti è al momento semivuota, complice il gran caldo che ha fatto, con tutta probabilità, desistere i cittadini del capoluogo ligure dal prendere parte all’evento fin da subito, anche se l’entusiasmo dei presenti compensa con rumorosi applausi e fischi di approvazione la momentanea carenza di folla.


Spetta al genovese Federico Sirianni l’onore di inaugurare “Dimmi chi escludi”: armato di chitarra acustica, l’artista propone un repertorio che richiama la grande tradizione cantautorale della sua città di origine, con contaminazioni che vanno dal Folk irlandese al teatro-canzone. Quando la voce vellutata di Sirianni declama con sicurezza benedetta la complicità che unisce le persone, mentre le sue dita pizzicano le corde durante l’esecuzione de “Il Santo”, non si può che pensare a quanto questa frase si adatti splendidamente al tema dell’evento e agli ideali di Don Gallo.


Quella di Tommaso Mortarino, in arte Tommi Scerd, è una delle voci più magicamente poetiche della nuova leva cantautorale italiana, capace di unire la canzone d’autore con il Pop urbano contemporaneo. Bresciano di nascita ma genovese di adozione, Scerd ha la capacità innata di guardare la realtà di tutti i giorni con occhi sognanti, utilizzando gli strumenti della fiaba per raccontare il quotidiano. Ne è un ottimo esempio “Stella Maris”, uno dei brani contenuti nel suo più recente lavoro “C’era una volta”, proposta ai presenti in una soffusa versione per voce e chitarra.


Tocca ora a Cristina Nico imbracciare la seicorde, per incantare il pubblico di piazza Matteotti con i suoi brani viscerali, ruvidi ma poetici, crocevia perfetto tra il cantautorato classico e il Rock Alternativo degli anni Novanta. Ha ragione De Gregori a dire che dei pareri dei cantanti non frega nulla a nessuno, ma allo stesso tempo sono schifata dall’indifferenza delle persone che, con una scusa, girano la testa dall’altra parte davanti alla tragedia della guerra, dichiara al microfono per introdurre la sua “Tempi di pace”, dove lo strumming saltellante della strofa si alterna a parti in fingerpicking che rendono l’atmosfera del ritornello plumbea come un cielo temporalesco.


Quando Doolia sale sul palco, gli spettatori rimangono da subito affascinati dalla sua presenza magnetica. Vestita di rosso, si muove tra la tastiera e il campionatore con la grazia di una geisha, mentre l’impianto investe la venue con l’elegante potenza del suo raffinato Elettropop. Nata con un’agenesia al braccio destro, Doolia affronta con le sue canzoni il percorso di accettazione, rielaborazione e sfida agli stereotipi, in un rifiuto totale della “retorica della commiserazione”. Questi temi emergono con forza tra le note di pezzi quali “Dopodomani” o la conclusiva “Guernica”, dove la voce tocca vette drammatiche mentre vola fino al cielo, avvolta da una nuvola elettronica di synth atmosferici.


Poco prima dell’entrata in scena della cantautrice genovese Roberta Barabino, Angelo della Comunità di San Benedetto al Porto e alcuni membri dello staff portano sullo stage un enorme qr code, soprannominato affettuosamente “Rino”, con il quale i presenti potranno fare donazioni per sostenere il lavoro di questo straordinario gruppo di volontari. Accompagnata dalla polistrumentista Francesca Sophie Giona al synth e all’ukulele, la Barabino si distingue per uno stile che fa del minimalismo acustico lo strumento ideale per fotografare, con delicatezza e semplicità, sogni e fragilità umane. Ne “Il tempo degli animali”, l’arpeggio in fingerpicking della cantautrice fa entrare metaforicamente gli ascoltatori in un bosco segreto, dove quasi si può percepire sulle guance il tocco tiepido dei raggi solari che filtrano a malapena tra le fronde. “Chi sei” chiude invece l’esibizione dell’artista ligure: nella frase parla piano in mezzo all’altra gente per spiegare chi sei si può intravedere la figura di Don Gallo, al quale la canzone è dedicata.


La voce di Michele Alessandri, meglio conosciuto come Sandri, colpisce da subito per l’estensione e la rabbiosa espressività che la contraddistinguono. Mentre si accompagna con la chitarra acustica, l’artista originario di Cesena strilla nel microfono con un’urgenza che non può che far venire la pelle d’oca ai presenti, alternando momenti di delicatezza acustica a improvvise vampate rock.


La storia del successivo nome in scaletta, The Andre, è a dir poco curiosa: nato come fenomeno virale su YouTube, dove – il volto coperto da un cappuccio – si dilettava a reinterpretare i successi del Rap e della Trap italiani imitando perfettamente lo stile del grande Fabrizio De André, Alberto Ghezzi ha successivamente intrapreso un personale percorso artistico caratterizzato da atmosfere cantautorali, intimiste e venate di corrosiva ironia. Il pubblico genovese accoglie con calore i brani eseguiti da The Andre, dove la sua voce calda, profondissima, è melassa che cola sullo strumming dell’acustica, come in “Frittata”.


È giunto il momento di esibirsi per la bionda autrice, musicista e membro fondatore delle Canta fino a dieci Irene Buselli. Quando la voce angelica di Irene inizia a uscire dalle casse dell’impianto, l’intera piazza Matteotti si zittisce improvvisamente, ipnotizzata dalle virtuosistiche fioriture con cui la cantautrice genovese colora le linee melodiche dei suoi brani, in un alternarsi di flussi di parole pronunciate alla velocità della luce e gorgheggi in falsetto così alti da lambire la Torre del Popolo del retrostante Palazzo Ducale. Chiude il suo set dipingendo con delicate pennellate di chitarra “Il palombaro”, canzone introdotta dall’augurio alla piazza di non perdere mai il desiderio di (metaforica) profondità, cercando piuttosto di remare controcorrente rispetto a una società che ci vorrebbe invece sempre frivoli e superficiali.
Cala la sera su piazza Matteotti
Sono passate ormai le 18:00, e il sole ardente di fine maggio ha finalmente allentato la sua presa, lasciando il posto a una piacevole brezza rinfrescante. Quando salgono sul palco gli Stellare, la venue è ormai affollata da gente di tutte le età, tra giovani fan in attesa di ballare sulle note dell’artista preferito, intenditori dall’orecchio sopraffino con qualche capello bianco e semplici curiosi, accorsi per passare una serata piacevole a ritmo di musica. Il collettivo ligure-torinese si presenta per l’occasione con il trio di fondatori: i producer FiloQ e Ale Bavo sono impegnati a manovrare abilmente i beat elettronici e i suoni gonfi dei synth dalla loro postazione – un’enorme consolle che non sfigurerebbe come pannello di comando dell’Entrerprise – mentre il violino di Raffaele Rebaudengo dona un tocco di drammaticità alle atmosfere fantascientifiche proprie della loro proposta musicale. Voci sintetizzate trattate con il vocoder, groove artificiali dai bassi profondissimi e pad di tastiere dal timbro futuristico travolgono piazza Matteotti, la quale balla come un unico, gigantesco essere vivente al ritmo del sound evocativo e originale del terzetto.


Il presentatore designato Cizco, famoso per essere una delle Iene del popolare programma TV, prende possesso del microfono. Mi hanno detto di scaldare il pubblico, ma vi confesso di non essere troppo bravo in questo perché finisco sempre per dire un sacco di cazzate. Vi posso assicurare però che questa è solo la prima di tante serate dedicate a Don Gallo, siate felici di essere testimoni della nascita di questa manifestazione meravigliosa!

Dopo aver raccontato vita e opere del sacerdote genovese a beneficio di coloro i quali non ne fossero a conoscenza, magari perché troppo giovani per averne memoria, Cizco passa il testimone al già citato Marco Malfatto. Il Presidente descrive il Don come il primo degli esclusi, in quanto identificato come sovversivo dalla Curia genovese dell’epoca. Dopodiché presenta alla piazza i tanti progetti benefici a cui la Comunità di San Benedetto al Porto sta dedicando tempo e sforzi, per lasciare, infine, il palco libero per i prossimi artisti in scaletta.


Gli Era Serenase non si fanno attendere dal pubblico della loro città: entrambi genovesi DOC, i cugini EraSfera (Davide Brancato) e Serenase (Serena Gargani) portano in dote a “Dimmi chi escludi” il loro ElettroRap pre-apocalittico, come recita accuratamente la bio sul profilo Instagram del duo. Le barre fluiscono dalla bocca di EraSfera a velocità supersonica, mentre la voce più pop di Serenase bilancia il tutto con una morbida componente melodica, a rendere ancora più affascinante il contrasto tra due mondi tra loro così distanti. Il brano di apertura del loro set, “GIALLO”, si rivela un ottimo esempio di questo, con le due linee vocali a intrecciarsi strettamente in una danza vorticosa che le fa precipitare verso le battute finali, mentre la platea rapita applaude con entusiasmo.


Al termine dell’esibizione del duo ligure, tocca a Francesco Bacci, meglio conosciuto come Lowtopic, incantare piazza Matteotti. Dopo l’esperienza con gli Ex-Otago, il musicista ha abbandonato gli stilemi tipici del Pop per abbracciare completamente la propria inclinazione verso un’Elettronica colta e ricercata, dalle sonorità cinematografiche, al tempo stesso epiche e intime. Una scommessa decisamente vinta, a giudicare dalla risposta dei presenti: nota dopo nota, la distanza tra l’artista e il pubblico si è azzerata, trasformando il cuore di Genova in un dancefloor a cielo aperto che ha visto la folla ballare con trasporto viscerale, ipnotizzata dalla pulsante quanto intricata ragnatela di suoni proposta dal producer della Superba.
Genoa City Rockers
Dopo i landscape sonori elaborati e cervellotici di Lowtopic, è ora giunto il momento di passare a sonorità decisamente più ruvide e adrenaliniche. Il set di Gian Maria Accusani è infatti percorso dal primo all’ultimo pezzo da un’energia elettrica vibrante, che affonda le sue radici nel Punk e nell’Alternative Rock di cui il leader dei Sick Tamburo è tra i più importanti esponenti in Italia. Cappellino da baseball e occhiali scuri a fare le veci del celebre passamontagna, Accusani si staglia solitario al centro del palco, impegnato a massacrare di pennate la ringhiante Diavoletto color panna che gli penzola dal collo.

“Sei il mio demone”, “Il fiore per te”, “Andrea”, sono solo alcuni dei classici che stasera il musicista friulano esegue per la piazza genovese, proposti in un’inedita versione per voce e chitarra distorta che scarnifica l’arrangiamento dei brani per raggiungerne l’essenza più intima. Dopo “Silvia corre sola”, Accusani viene richiamato all’ordine dall’organizzazione, preoccupata di sforare i tempi previsti, ma il pubblico non vuole saperne e lo costringe a salutare “Dimmi chi escludi” con una toccante interpretazione di “La mia mano sola”.


A seguito di un rapido cambio palco, effettuato sulle note di “Shine On You Crazy Diamond” per la gioia dei presenti, è arrivato il momento dell’entrata in scena di Dente. Il cantautore di Fidenza è considerato uno dei padri putativi dell’Indie Pop moderno, e anche stasera non manca di tener fede alla propria fama con una selezione dei suoi brani dal peculiare sapore agrodolce, in cui i cliché tipici delle canzoni d’amore tradizionali vengono smontati con ironia e un pizzico di sano cinismo.


Ciuffo di capelli ribelle e acustica tra le braccia, Dente ha il fascino dello chansonnier consumato d’altri tempi quando intona “Questa libertà”, che nella nuda interpretazione unplugged di oggi risulta forse ancora più emozionante e malinconica rispetto alla versione da studio. “Adieu” è accolta dall’applauso entusiasta del pubblico, il quale recita con maniacale accuratezza il testo all’unisono con la linea vocale, mentre “Baby Building” è introdotta ironicamente dal musicista, che dopo essersi presentato e aver ringraziato l’organizzazione dichiara ghignando ed ecco a voi un grande classico della musica italiana.

Piazza Matteotti quasi si indigna quando Dente ammette di essere arrivato all’ultimo pezzo previsto: “Vieni a vivere” mette la parola fine all’esibizione dell’artista emiliano, accompagnato da un boato di voci che cantano ogni singola parola a squarciagola.

I Ministri sono celebri per le performance dal vivo sempre d’impatto, una tempesta perfetta fatta di volumi altissimi, sudore e distorsione. Non fa certo eccezione il loro set di stasera, che sin dalle prime note di “Poveri noi” fa saltare come molle gli spettatori presenti, anche se c’è da menzionare qualche problema tecnico alla chitarra di Federico Dragogna nei secondi iniziali del brano. La venue a questo punto della manifestazione è ormai gremita fino alla capienza massima, e l’immagine di un simile oceano di teste ondeggiare a perdita d’occhio è folgorante, anche per musicisti di comprovata esperienza come i tre milanesi.

Ringraziamo Genova, una città che adoriamo, perché continua a lottare per dare spazio a gente come noi, come voi, gente che si ostina a vivere! dice il vocalist e bassista Davide “Divi” Autelitano al microfono, prima che il quattro dato dalle bacchette di Michele Esposito faccia esplodere la piazza con il groove martellante di “Diritto al tetto”, la cui esecuzione è impreziosita dal riff di “Bulls On Parade” dei Rage Against the Machine nella parte finale.

“Spingere” è il brano scelto dai Ministri per salutare la platea ligure, una chiusura con il botto per lo show del trio meneghino, con Divi a far impazzire tutti quando sbatte soddisfatto sul palco l’iconica giacca da ussaro, come a mettere un punto alla loro esibizione.

Cizco fa salire sul palco una folta delegazione della Comunità di San Benedetto al Porto, tra cui merita una menzione speciale la signora Lilli, una ragazzina di 87 anni dallo spirito indomito. Quando le viene chiesto se si stesse divertendo, la signora dichiara candidamente: Questa musica è troppo rumorosa per i miei gusti, ma è bello vedere la piazza piena di tante persone con età così diverse, dove giovani e meno giovani riescono a parlare, per una volta, la stessa lingua. Cizco ringrazia gli artisti che si sono già esibiti e quelli che devono ancora farlo, spiegando che hanno scelto tutti di partecipare a “Dimmi chi escludi” a scopo benefico, senza prendere un soldo. Dopodiché lascia la parola al Presidente Marco Malfatto: Don Gallo insegnava di passare dalla solitudine alla festa, e infatti guardate che bella festa siamo riusciti a organizzare! Ma vorrei ricordare a tutti che questo non è solo un concerto, è soprattutto un modo per sostenere gli ultimi, i diseredati, coloro che la società fa finta di non vedere. Anche il Sindaco Silvia Salis dà il suo contributo alla giornata, con un messaggio preregistrato in cui spiega di non poter essere presente per impegni precedentemente presi, ma è come se fossi in piazza Matteotti anche io, insieme a voi per una Genova che non faccia sentire escluso nessuno.

Sono quasi le 21:00, ed è giunto il momento per i Tre Allegri Ragazzi Morti di far ballare il pubblico di “Dimmi chi escludi” con il loro mix di Punk e Indie Rock sfumato di Reggae. La formazione guidata da Davide Toffolo è una delle colonne portanti dell’Alternative nostrano, e anche stasera non perde l’occasione di regalare al pubblico una performance dinamica e imprevedibile, contraddistinta da un mood macabro e gioioso allo stesso tempo.

Venghino signori e signore di questa bellissima plaza, per l’incredibile spettacolo dei Tre Allegri Ragazzi Morti, che canteranno, suoneranno e balleranno per voi, questo è l’incredibile spettacolo della Vida e della Muerte, dice con fare da imbonitore Toffolo prima che la ritmica in ottavi serrata di “La ballata delle ossa” travolga la venue con le sue vibes da rito ancestrale.

“In questa grande città” fa ancheggiare tutti con il ritmo latino della cumbia, ma nasconde una sorpresa: il frontman friulano, infatti, decide all’improvviso di sostituire il testo con quello di “Bella ciao”, per fortuna senza nessuna “licenza poetica” atta a rendere più inclusivo un inno che, per sua natura, esclude solo chi non condivide i valori dell’antifascismo. Piazza Matteotti reagisce con un boato e i pugni alzati al cielo, mentre canta con fervore religioso le strofe del celebre brano.

Il set dei ragazzi di Pordenone si conclude, come da prassi, con “La tatuata bella”, a ricordare a tutti che il consumismo ci ha reso schiavi, costretti a sacrificare la vita sull’altare del lavoro.
“Don Mangas”
Vinicio Capossela sale sul palco travolto dagli applausi scroscianti del pubblico. Vi ringrazio, anche se sono consapevole che il vostro affetto dovrebbe andare in realtà alla camicia che indosso: è appartenuta a Don Gallo, mi è stata regalata dai ragazzi della Comunità, se la si osserva con attenzione si possono ancora intravedere i segni della cenere lasciati dal suo sigaro… Insieme al suo storico chitarrista Alessandro “Asso” Stefana all’elettrica, propone un set dalle atmosfere soffuse e toccanti, che vede in “Il povero Cristo” il perfetto incipit per il suo ricordo in musica del popolare sacerdote ligure.


“Ai cancelli dell’Eden” è l’omaggio dell’artista irpino all’omonima poesia di Dylan Thomas, mentre per introdurre il brano successivo Vinicio racconta un aneddoto legato a un suo concerto organizzato proprio dalla Comunità di San Benedetto. Il 18 aprile 2013 suonai qui, nella Sala del porto di Genova, alla presenza di Don Gallo. La data era parte della tournée promozionale dell’album “Rebetiko Gymnastas”, quindi la mia band era composta prevalentemente da musicisti di origine greca. Siccome il Don era vestito di nero, con un cappello nero, e malgrado l’età e la malattia esprimeva ancora tutto il suo spirito combattivo, i musicisti greci lo ribattezzarono subito “Don Mangas” (ribelle, ndr), titolo che nella cultura del Rebetiko corrisponde al più grosso complimento. Dopodiché, la chitarra di Asso traccia la rotta, sciorinando con disinvoltura cupe melodie mediorientali, con Capossela a interpretare con passione questo classico della tradizione greca.


Per concludere il breve set che l’ha visto protagonista, Vinicio Capossela sceglie di eseguire una nuova versione, adattata al mondo di oggi, del suo cavallo di battaglia “Body Guard”, stavolta accompagnato da FiloQ, il quale regala al pezzo un inedito feel quasi Hip-Hop che fa muovere il sedere all’intera piazza.


Dopo aver salutato Vinicio Capossela, il pubblico si prepara ad accogliere sul palco di “Dimmi chi escludi” una delle band più amate del panorama Indie Pop italiano, in modo particolare dai loro concittadini genovesi. Gli Ex-Otago propongono stasera dei delicati arrangiamenti di alcuni dei loro brani più famosi, e mentre gli strumentisti sono impegnati a dipingere un etereo paesaggio sonoro tocca al frontman Maurizio Carucci presentare l’opener “La puzza della città”. Siamo molto felici di essere qui per una persona che ci ha insegnato che si può credere nella gentilezza, nell’accoglienza, nella solidarietà, a loro modo una specie di religione, dice il cantante poco prima di intonare la prima strofa, quasi commosso mentre omaggia la figura di Don Gallo.


“La nostra pelle” rimane impressa per il bel riff della seicorde, a intersecarsi con precisione con il groove quasi in punta di piedi della batteria di Rachid Boucabla; è invece lo scratch della chitarra classica a introdurre la movimentata “Costa Rica”, caratterizzata, oltre che per il ritmo quasi bossa nova, da un bel tema centrale dell’elettrica impugnata da Giorgia Sudati. Prima di iniziare a suonare l’ultimo pezzo in scaletta “Quando sono con te”, Carucci chiede ai presenti di ondeggiare le mani da una parte all’altra a tempo, una cosa un po’ di cattivo gusto, ma noi ci riteniamo tali e siamo fieri di esserlo! La piazza accetta il patto all’istante, trasformandosi in un mare di braccia, mentre il rimbombo delle voci che cantano a pieni polmoni il ritornello sale dritto verso il cielo.


Sono da poco passate le 22:30 quando Willie Peyote fa il suo ingresso in scena. Coadiuvato per l’occasione da Stefano Genta ai piatti, il rapper cantautore originario di Torino non perde tempo, e subito arringa la platea in adorazione con il flow fluido e scandito che contraddistingue il primo brano in scaletta, la funkeggiante “In cerca di uno schianto”. In maglietta oversize bianca e docker hat granata, Willie sgambetta veloce da una parte all’altra dello stage, come se cercasse di rivolgersi personalmente al maggior numero di persone possibili.

Quando definisce Genova la città più punk d’Italia piazza Matteotti esplode in un boato di approvazione, che sovrasta quasi il groove in levare morbido e molleggiato di stampo caraibico del brano “Le chiavi in borsa”. Il turbocapitalismo tossico e il disinteresse imperante sono i capi d’accusa che il PM Peyote contesta alla società attuale in “Luigi”, mentre il Ragtime saltellante di “Io non sono razzista ma…” è dedicato alla Giunta di Genova, di cui alcuni membri sembrano essere grandi fan, avendone espressamente richiesto l’esecuzione. Ora è il momento di un pezzo che abbiamo suonato l’anno scorso, non molto lontano da qui (si riferisce alla sua partecipazione al Festival di Sanremo 2025, ndr). A volte bisogna essere in grado di dire no, e noi abbiamo scelto di farlo in questo modo, dice l’artista sabaudo poco prima che il groove Acid Jazz di “Grazie ma no grazie” inizi a pompare inarrestabile dalle casse dell’impianto audio.


“Che bella giornata” conclude degnamente l’esibizione di Willie Peyote, oltre a essere la concisa quanto perfetta descrizione della splendida manifestazione di oggi. Prima di chiudere definitivamente il sipario su “Dimmi chi escludi” c’è però ancora una sorpresa: sale infatti sul palco Samuel, che insieme ad Ale Bavo degli Stellare fa ballare piazza Matteotti fino allo scoccare della mezzanotte e oltre, con un dj set tanto raffinato quanto vibrante di energia.
Outro: non escludere nessuno
Con la musica a sfumare nella notte genovese, permane la sensazione che la scommessa di Don Gallo sia stata, ancora una volta, vincente. Trasformare la solitudine in festa, l’emarginazione in un momento di gioia collettiva, rimane il nucleo più puro di un’eredità i cui valori, invece di sbiadire, sono ancora più indispensabili nei tempi bui che stiamo vivendo. Se tutto questo è stato possibile, il merito più grande va alla straordinaria rete di volontari della Comunità di San Benedetto al Porto, che ogni giorno lavorano nell’ombra per costruire ponti dove altri vorrebbero alzare muri. A loro va il ringraziamento più grande di una Genova che, questa sera, ha dimostrato di non voler escludere nessuno.
Articolo di Alberto Pani, foto di Silvia Sangregorio
Set list Gian Maria Accusani Genova 30 maggio 2026
- Sei il mio demone
- Il fiore per te
- GM
- Oltre la collina
- Andrea
- Silvia corre sola
- La mia mano sola
Set list Dente Genova 30 maggio 2026
- Questa libertà
- Adieu
- Baby Building
- Coniugati passeggiare
- Vieni a vivere
Set list Ministri Genova 30 maggio 2026
- Poveri noi
- Comunque
- Diritto al tetto
- Aurora popolare
- Spingere
Set list Tre Allegri Ragazzi Morti Genova 30 maggio 2026
- La ballata delle ossa
- In questa grande città / Bella ciao
- Il mondo prima
- Mai come voi
- La tatuata bella
Set list Vinicio Capossela Genova 30 maggio 2026
- Il povero Cristo
- Ai cancelli dell’Eden
- Brano tradizionale greco
- Sotto il bosco di latte
- Body Guard
Set list Ex-Otago Genova 30 maggio 2026
- La puzza della città
- La nostra pelle
- Costa Rica
- Quando sono con te
Set list Willie Peyote Genova 30 maggio 2026
- In cerca di uno schianto
- Le chiavi in borsa
- Luigi
- Io non sono razzista ma…
- Grazie ma no grazie
- Che bella giornata
