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Emma Ruth Rundle live Verona

Artista che ha fatto della ricerca sonora e dell’utilizzo della voce in modo molto modulato un suo vero marchio di fabbrica

Non ci sarebbe nulla da dire, se si trattasse di fare una mera cronaca di questo live. Uno show praticamente perfetto quello di Emma Ruth Rundle a Verona, alla Fucina culturale Machiavelli, nel cuore della parte romana della città. Uno spazio intimo, dedicato alla cultura, e dove tutto è ben organizzato.

Un concerto pulito quello andato in scena il 17 febbraio, composto da otto pezzi, quelli cioè che danno vita all’ultimo album della cantautrice americana, dal titolo “Engine of Hell”, uscito nel 2021. Fra l’altro, queste otto canzoni sono state eseguite esattamente nello stesso ordine nel quale si trovano presentate nell’album. Poi, senza abbandonare il palco, perché sa un po’ di sfigati, Ruth Rundle esegue due ultimi pezzi, gli unici con un leggero aumento di luci sulla scena, fatto che consente ai fotografi di poter scattare le uniche foto di questo mini tour che l’ha vista esibirsi a Milano e Bologna, prima di arrivare nella città degli Scaligeri. Insomma, per quanto riguarda la cronaca, al netto che lo show è stato aperto da una performance musicale di Jo Quali, non ci sarebbe altro da dire.

Jo Quali

Però, c’è tutto il resto. E non è cosa da poco. Facendo sintesi, due cose sono successe al termine dello show, e queste consentono di avviare un racconto diverso dalla cronaca, quello cioè delle emozioni nate a seguito di questo micro-spettacolo della durata, complessiva, di circa un’ora. Uscendo, infatti, due ragazzi intenti ad accendersi una sigaretta, e dopo aver preso il vinile dell’ultimo lavoro, si sono detti: Beh dai, direi che è stata una bella scoperta. A questo si aggiunge un secondo fatto, che riguarda direttamente invece chi scrive. Tornando a casa, in una notte fredda e nebbiosa, ho ascoltato l’unplugged dei Nirvana. Girava in testa dopo questa esperienza musicale.

La scoperta della proposta musicale di Ruth Rundle, per partire dall’inizio, non è così strana. Nata a Los Angeles nel 1983, la cantante e musicista ha già all’attivo una discografia degna di grande rispetto. Ci sono alcuni lavori solisti (tre, gli ultimi, ai quali si aggiungono ep, e alcuni album auto-prodotti), e poi ci sono lavori con vari gruppi quali i Nocturnes, i Red Sparowes e i Marriages. Insomma, giovane, ma già con grande esperienza in studio e sul palco. Che a Verona dunque, pur se nella totale penombra, abbia saputo dialogare con una sala che, vedremo, sarà completamente in suo potere, non è affatto scontato. Un coinvolgimento così intenso, con le dovute proporzioni, è degno dei concerti di Nick Cave (la nostra recensione), e non esagero.

Emma Ruth Rundle, dunque, ha saputo tenere il palco, nella sua semplicità, in modo splendido e, allo stesso tempo, ha catturato anima e corpo di chi stava ascoltando. Ripropongo le stesse canzoni, eseguo l’album dall’inizio alla fine, ma ogni volta è per me diverso, ricorda in apertura. Per poi chiudere, quando sarà ora, salutando con il pensiero che il momento musicale termina, ma questa musica ora resterà nell’aria, nell’anima, in cielo, e qui fra noi. Basta questo per capire che siamo difronte a un’artista non scontata, che ha fatto della ricerca sonora e dell’utilizzo della voce in modo molto modulato, un suo vero marchio di fabbrica.

Il lavoro del 2021 portato in scena a Verona, non è solo un concept intimo e, in certi passaggi, sofferto (ed ecco il perché del rimando ai Nirvana dell’unplugged), ma anche un album davvero di messa a nudo della propria anima. Non si tratta di una discesa all’Inferno, quello no, ma di certo di un percorso nel Purgatorio, e cioè nel luogo dove si prova a costruire un cammino di riscatto. L’intimità, dunque, è una messa a nudo e, allo stesso tempo, una messa a fuoco che il pubblico capisce, percepisce e vive grazie all’atmosfera che la voce, modulata e usata in vario modo, sa creare. Se volessimo provare a descriverla potremmo dire che questa atmosfera era quella di chi, in casa, ascolta un vinile, in perfetto silenzio, con un bicchiere in mano. E una candela accesa. Senza rumori. In modo attento e assorto. Senza alcun pensiero. E se ci sono, la musica li spazza via.

L’effetto è senza dubbio di estraniamento, potenza pura dell’arte, e anche perché ad ogni fine pezzo è come se davvero si uscisse da una vera e propria estasi dettata dall’ascolto. L’alternanza piano – voce e chitarra – voce, esattamente come nella scansione dell’album, concede e amplifica quell’effetto cadenzato, tipico dei mantra, che sa produrre la differenza, evitando così la monotonia che avrebbe potuto, sulla carta, a palco spento, essere il risultato di questo spettacolo.

E invece Ruth Rundle sfodera una modulazione vocale davvero intensa. Va dal basso, basso, all’acuto, passando per una gamma vocale che diventa velluto su alcuni passaggi, leggero sussurro in altri momenti, strazio e grido, richiesta d’aiuto e abbandono. Il nero dominante sul palco, con una luce che illumina la sola cantante, vestita e truccata ovviamente di nero, con solo un paio di stivaletti bianchi, fa il resto. Quel nero che è il colore di questo lavoro, e che serve dunque a dare corpo, ed effetto, a questo album che è intimo in quanto confessione d’autore, diario personale, canto doloroso e, allo stesso tempo, viaggio negli inizi della sua musica. La Ruth Rundle, infatti, abbandona la ricerca sonora, lascia da parte i vari strumenti ai quali ci ha abituato negli altri album, e si rifugia in chitarra e pianoforte. Da qui era partita, e da qui può ripartire per raccontare di sé, della sua gioventù e della sua esperienza musicale.

E così le otto canzoni non sono affatto poche se le si vive in questo modo, e cioè come viaggio, in sua compagnia, all’interno di una vita. Siamo stati presi per mano e condotti dentro questa esistenza. Anche se il tutto dura meno di un’ora, l’intensità in realtà ha fatto dilatare il tempo. Il concerto sembrerà, alla fine, ben più lungo di quanto è stato, e tutto perché nessun suono è stato banale, in più, accessorio e, allo stesso tempo, nessuna canzone era scontata, o come pezzo di puzzle scomposto e non messo al posto giusto.

C’è da dire, poi, che la mimica e, soprattutto, il muoversi delicato delle mani, hanno portato Emma a entrare in perfetta sintonia con il pubblico. Sembrava davvero che stesse parlando a ogni singolo presente in sala. E a tutti noi, singolarmente, stesse raccontando la sua storia, i suoi traumi e il peso della sua esistenza. Ecco perché la parola libertà, che emerge nell’ultimo brano del lavoro del 2021, è così importante. Allo stesso tempo, data questa magia che si è creata, non è servito rompere l’incanto per uscire e abbandonare la scena, al termine dell’esecuzione degli otto brani. Fare la parte della sfigata, userà proprio questo termine, per poi tornare. Sono qui, e vi racconto ancora di me, per un poco. E così questo viaggio non forse all’Inferno appunto, quello no di certo come già detto, ma senza dubbio al Purgatorio e nel limbo, è alla fine il senso vero di questo spettacolo breve, ma molto coinvolgente.

Ed ecco che uscendo, camminando nei vicoli romani di Verona, si sente il bisogno di prendere aria e, allo stesso tempo, di affiancare questo viaggio intimo con un altro. Quello che penso è che serve gettarsi in due album unplugged, e mi domando: Alice in Chains o Nirvana? Entrambi sono album per la notte, figli della notte, consacrati alla notte, come d’altronde questo “Engine Of Hell” di Ruth Rundle. Opterò per i Nirvana perché quell’unplugged era sì un grido di dolore, ma lasciava ancora qualche spazio di possibilità, per provare a rivedere le stelle. Lo dimostra anche la cover di Bowie.

Tornerò a casa, dunque, con una consapevolezza: che la musica va cercata, stanata e trovata. Non ci possiamo accontentare di trovarcela pronta grazie alle scelte dei grandi network. Questo tour europeo di Ruth Rundle, con tre soste nel nostro Paese, ha davvero permesso di stanare e assistere a una musica e a un’interpretazione che non si è soliti ascoltare. Già dall’iniziale “Returns”, senza neppure aver scaldato la voce, se non solo per dire grazie, e benvenuti, la cantante fa capire che qui siamo davanti a una grande interprete che vive la sua musica, e che nella musica fa vivere le sue emozioni. “Razor’s Edge”, nulla a che vedere con l’omonimo pezzo degli AC/DC, è un grido di dolore verso quell’autodistruzione che spesso è sentimento di matrice femminile, ma che non manca di colpire anche l’uomo. E anche qui voce, corpo e mimica raccontano una canzone che si sta scandendo già dall’inizio come canto di sofferenza.

“Citadel” la vede sul palco con la amazing Jo Quali, così la presenta. Io confesso di non aver percepito nessun fascino nella musica di questa strumentista che, abile nell’usare la pedaliera, ha saputo modulare suoni con la sua viola (per modo di dire) elettrica. Non mi ha dato nulla di più e nulla di meno di quanto facevano, ai quei tempi, i Rondò Veneziano e, in tempi recenti, i Two Cellos. Virtuosismo, senza dubbio, e grande capacità tecnica (e ci mancherebbe), ma anima poca. Tuttavia, nel connubio con la Ruth Rundle, le cose cambiano, e il suo suono va al servizio di quella “Citadel” che diventa una boccata d’aria musicale fresca, prima del finale con la liberatoria (per tutti) “In my afterlife”.

E quando l’applauso riporta tutto il pubblico presente in sala nella realtà quotidiana, perché questo è quello che è successo nei quaranta minuti precedenti, e cioè una vera immersione grazie a un’esperienza musicale totalizzante, sembra davvero che il tempo si sia non solo dilatato, ma reso vischioso e denso. Allungato. Disteso. La totale astrazione dalla realtà ha permesso a tutti di entrare, anima e corpo, in questa esistenza. E così ci si accorge, come hanno già scritto altri (e condivido a pieno), che questo album è spiazzante per quanto Ruth Rudle era solita proporre ai suoi fan, e ha prodotto e fatto immergere tutti in una tensione senza fiato. Non è questione solo di immedesimarsi nella storia, e non è neppure solo catarsi. Anzi, di certo c’è che siamo stati catturati da musica e parole, alchimia capace di far accadere il miracolo della sospensione di spazio e tempo.

Anche se i testi non sono tutti chiari ed immediati, la voce, il canto e il suono fanno quello che devono, e che sanno fare: portare altrove. Lo diceva spesso, a seguito dei suoi spettacoli, Carmelo Bene: la differenza non è nel significato, ma nel significante. E qui, per tanti (ma io direi davvero per tutti, per quanto ho visto, percepito e sentito), è accaduto esattamente questo: musica e parole, pur se non del tutto limpide e cristalline, per via dell’accento e per l’interpretazione dei brani, hanno lasciato il posto al coinvolgimento emotivo legato al significante, più che al significato. Ed ecco perché ha ragione la Ruth Rundle quando, chiudendo, ricorda che la musica finisce qui, ma ora tutto resta nell’aria, nell’anima e nel cielo.
Esperienza collettiva davvero ben riuscita.

Articolo di Luca Cremonesi, foto di Roberto Fontana

Set list Emma Ruth Rundle 17 febbraio 2023 Verona

  1. Return
  2. Blooms of Oblivion
  3. Body
  4. The Company
  5. Dancing Man
  6. Razor’s Edge
  7. Citadel
  8. In My Afterlife
  9. Marked for Death
  10. Pump Organ Song
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