Milano sa essere uggiosa, specie nelle sere invernali in cui la pioggia sottile cade senza sosta. Il 2 febbraio è un lunedì: giorno improbabile per un concerto, ma un live di Flavio Giurato, asteroide anomalo del sistema musicale italiano, vale il viaggio dal Trentino. Le strade intorno a via Bellezza, che dà il nome al Circolo ARCI che ci ospiterà, sono lucide di pioggia e non offrono speranza di posteggiare l’automobile. Mi infilo in un parcheggio sotterraneo, lo stesso in cui un anno fa ridisegnai la geometria della fiancata della mia auto a causa del mio ottimismo sulla larghezza della rampa di uscita. Esco su una via deserta che potrebbe essere una street londinese – altro teatro stabile in cui va in scena il tempo mizzly, al contempo nebbioso e piovviginoso.

Manca oltre un’ora all’inizio del concerto, ma amo arrivare in anticipo e assaporare l’atmosfera del luogo: se si manifesta qualcuno degli artisti, è possibile scambiare qualche parola, e comunque vada incontro sempre qualche volto amico. Sono seduto a uno dei tavolini del bar del Circolo, quando mi sfila davanti una figura altissima e sottile: è Flavio, che si dirige verso la sala. Lo chiamo, mi saluta con la consueta cordialità e scompare. Riesco a scambiare due parole anche con Mattia Candeloro, chitarrista, e gli chiedo come sia suonare in questo tour. Mi sorride, palesemente contento, e risponde che ciò che accade è imprevedibile e bellissimo.

Pochi minuti dopo le 21, la band sale sul palco. Flavio al centro, chitarra acustica e voce; a sinistra, Federico Zanetti – per tutti Fefè – al basso; Mattia a destra, alla chitarra elettrica; Fabrizio Campomori sulla pedana rialzata, seminascosto da tamburi e piatti. Il pubblico ha quasi riempito la sala, e la nutrita presenza di giovani è sorprendente. Più di qualcuno ha meno di trent’anni, un fatto per nulla scontato. Dopo il concerto, Mattia mi dirà che probabilmente una parte del pubblico è arrivata a Flavio tramite Lucio Corsi, che più di una volta lo ha riconosciuto come una sua influenza, interpretando anche un brano come “Il tuffatore”.

Fin dal primo accordo, il suono è acustico ma possente, pieno e definito. Soprattutto, ed è cruciale, si percepisce ogni minima inflessione del canto. La voce di Giurato, già impressionante nei dischi, suona ancora più incisiva dal vivo: a seconda dei momenti si fa teatrale, sussurrata o stentorea, caratterizzata da dinamiche che passano dal bisbiglio al grido. È una voce vera, che segue tornanti emotivi che inevitabilmente si ribaltano sul pubblico.

Flavio mi aveva detto che dal concerto bisognava aspettarsi “Il Console Generale”, e così è stato. La prima parte del set è la replica fedele della scaletta dell’ultimo album, già recensito su queste pagine. Fedele non significa pedissequa: le canzoni sono le stesse, l’ordine è lo stesso, ma le esecuzioni sono attraversate da un “qui e ora” che dipende dal momento, dal luogo, dal pubblico in sala. Pochi dubbi che il concerto torinese della sera precedente sia stato diverso, così come diverso sarà quello di Roma, in programma a breve. Nelle esecuzioni dal vivo, i testi visionari e spesso lunghissimi delle canzoni si trasformano in un vero e proprio flusso di parole, quasi un fiume in piena.

È un fenomeno misterioso quanto il magnetismo: una platea in piedi in perfetto silenzio che ascolta narrazioni di microstorie e le accoglie, senza fanatismi né preconcetti. La sensazione è che il motivo per assistere al concerto, per i presenti, sia la ricerca di una forma di comunicazione non mediata, in cui anche una piccola imprecisione assume un significato perché fa parte di un tutto più ampio. Quando Giurato canta “Tahiti Tamurè”, non sta solo narrando la storia di una ragazza (forse bambina?) la cui vita termina in un campo di concentramento: trasporta chiunque nel pubblico sul piazzale di Auschwitz/Birkenau, nella neve, tra i cani e le pistole.

Quando interpreta il Cubano che confessa a Laura la sua falsa identità, la confessione diventa un esame di coscienza verso tutte le nostre inevitabili falsità. Un brano come “Ricarica”, il cui testo scritto potrebbe apparire improbabile, crea un pathos enorme, anche grazie al momento raro in cui l’artista abbandona la chitarra per concentrarsi sul canto. Non canta solo con la voce, ma anche con l’espressione del volto e con le mani, coinvolte al punto di evocare il ricordo di un’antica canzone della PFM dedicata a Demetrio Stratos: “Quante volte ci ho provato, quante volte ci proverò / A far cantare le mie mani.”

C’è un momento di sorridente incertezza tra il primo e il secondo set del concerto. Flavio chiede ai musicisti se sia il caso di “pausare”. Guarda il pubblico e si risponde: “Loro non pausano, quindi andiamo avanti.” Il tuffo, questa volta, è nel passato. Scorrono brani tratti da tutti gli album della sua carriera, compreso “Per futili motivi”, che nel 1978 portò alla luce uno dei talenti più geniali e in larga parte incompresi della scena italiana – non solo cantautorale. Si inizia con “Centocelle” (da “Il manuale del cantautore”, 2002), sfilano pietre miliari come “Marco e Monica” (da “Marco Polo”, 1984), che qualcuno ha definito la più bella canzone d’amore della storia del cantautorato italiano, o come “La scomparsa di Maiorana”, dall’omonimo album del 2015. Difficile trovare un punto di massimo pathos, perché tutto il concerto sembra svolgersi in un unico respiro, ma forse “Marcia nuziale” (da “Il tuffatore”, 1982) potrebbe aspirare al primo posto sul podio. Si chiude con “Il tuffatore”, eseguita a cappella, con la sola voce, in mezzo a un palco buio e nero come la pece, con un unico faro che illumina il cantante quasi fosse un gioiello prezioso.

Venire a un concerto di Flavio non è andare ad ascoltarlo, ma andare a conoscerlo, mi dice Mattia pochi minuti dopo la fine. Come dargli torto? Anche a conoscere se stessi, aggiungerei. Me ne vado con due soli, piccoli dispiaceri: che il concerto sia finito, e non avere ascoltato “Le promesse del mondo”, che ritengo il brano più lucido sul fenomeno dell’immigrazione mai scritto in Italia. Sto attento a non ridefinire un’altra volta la geometria della carrozzeria della mia auto, passo accanto ai Magazzini Generali deserti con i lampioni che si specchiano sulla strada bagnata, mi dirigo piano verso l’autostrada che mi riporterà a casa. Lungo il tragitto riascolto i brani del concerto nelle versioni originali, per preservare la sensazione preziosa che mi accompagna. Fino alla prossima, con l’augurio che sarà presto.
Articolo e foto di Marco Olivotto

Set list Flavio Giurato Milano 2 febbraio 2026
- Intrepid Cosmonaut
- Tahiti Tamuré
- La prossima liberazione
- Laura e il Cubano
- Atene 4
- Il Console Generale
- Ricarica
- Caravan
- Centocelle
- Marco e Monica
- Rondone
- Mauro
- La scomparsa di Majorana
- Ponte Salario
- Marcia Nuziale
- Il tuffatore
