I Foo Fighters sono tornati a Vienna il 3 luglio all’Ernst Happel Stadion per uno degli appuntamenti più attesi della stagione live europea. Per la band guidata da Dave Grohl si è trattato di una tappa particolarmente significativa, inserita in una fase di profonda trasformazione artistica e umana, segnata negli ultimi anni dalla scomparsa di Taylor Hawkins e dall’ingresso del nuovo batterista Ilan Rubin. Davanti a un pubblico di fan provenienti da tutta Europa, il gruppo ha proposto uno spettacolo che ha attraversato oltre trent’anni di carriera, concentrando la propria scaletta maggiormente sui grandi classici che sulle canzoni del nuovo album.
L’attesa per il ritorno dei Foo Fighters a Vienna
Fin dalle prime ore della giornata l’atmosfera attorno alla venue e nella città stessa lasciava intuire l’importanza dell’evento. I Foo Fighters continuano a essere una delle poche band capaci di unire generazioni differenti, mantenendo una rilevanza che va ben oltre la nostalgia.
La scelta dei gruppi spalla per questo tour europeo dei Foo Fighters è stata sicuramente all’altezza dell’evento. I Fat Dog hanno incuriosito la platea con la loro impulsività e una musica che non potrebbe essere incasellata in un solo genere. Gli Idles, invece, si sono confermati, ancora una volta, una delle band punk più travolgenti della scena contemporanea. La loro energia incontenibile ha raggiunto il pubblico e l’apice quando il chitarrista della band si è gettato tra la folla con la chitarra tra le braccia, trasformando il concerto in un’esplosione di caos, partecipazione e adrenalina.
Con l’avvicinarsi dell’orario previsto per l’inizio del concerto, l’attesa è cresciuta progressivamente fino all’ingresso sul palco della band, accolto da un’immediata ondata di entusiasmo. Vienna ha così confermato ancora una volta il proprio legame con il Rock internazionale, offrendo ai Foo Fighters una cornice ideale per una delle tappe più importanti del tour.
Un repertorio che continua a definire il Rock moderno
Pochi gruppi possono vantare una sequenza di brani in grado di attraversare tre decenni mantenendo intatta la propria forza comunicativa. Da questo punto di vista il concerto viennese ha rappresentato un viaggio attraverso l’intera storia dei Foo Fighters. Fin dai primi minuti è apparso evidente come la band abbia costruito una scaletta pensata per mantenere costante il coinvolgimento del pubblico, alternando episodi più aggressivi a momenti maggiormente orientati alla componente melodica. I brani del nuovo disco hanno trovato poco spazio in una scaletta ricca di grandi classici intramontabili che non potevano essere messi da parte. Brani che hanno segnato epoche differenti della carriera del gruppo hanno trovato una nuova dimensione dal vivo, sostenuti da una partecipazione costante del pubblico entusiasta.
La capacità di Dave Grohl di gestire il ritmo dello spettacolo e il rapporto con il pubblico si è confermata uno degli elementi centrali della riuscita del concerto. Tra le sorprese più gradite della scaletta c’è stata Marigold, brano scritto e cantato da Dave Grohl ai tempi dei Nirvana e pubblicato nel 1993 come B-side del singolo Heart-Shaped Box, tratto dall’album In Utero. Un omaggio alle proprie radici che ha emozionato il pubblico e ha rappresentato uno dei momenti più intimi dell’intero concerto.
A rendere ancora più speciale la serata è stato un divertente gioco tra i componenti della band: ciascun musicista ha eseguito un breve estratto di un brano legato alla propria storia musicale. Pat Smear ha così reso omaggio ai Germs, la storica formazione punk di cui ha fatto parte, Nate Mendel ha richiamato i Sunny Day Real Estate, Chris Shiflett ha strizzato l’occhio ai No Use for a Name, mentre Rami Jaffee ha ricordato i Wallflowers, la band con cui ha raggiunto la notorietà prima di entrare stabilmente nei Foo Fighters. Un siparietto autoironico e ricco di riferimenti e foto che hanno celebrato il passato di ciascuno senza mai distogliere l’attenzione dal presente dei Foo Fighters.
L’assenza di Taylor Hawkins ancora parte della storia della band
Ogni concerto dei Foo Fighters porta inevitabilmente con sé il ricordo di Taylor Hawkins. La sua scomparsa nel 2022 ha rappresentato uno degli eventi più dolorosi nella storia recente del rock e continua a essere percepita come una ferita ancora aperta per la band e per il suo pubblico. Uno dei momenti più toccanti della serata è stato senza dubbio “Aurora”, il brano che Dave ha dedicato a Taylor. Un momento di grande emozione, in cui tutto il pubblico ha potuto percepire quanto la sua presenza continui a vivere nella musica della band. Ciò che colpisce maggiormente è il modo in cui i Foo Fighters hanno scelto di affrontare questa assenza. Piuttosto che trasformarla in un momento di continua celebrazione nostalgica, la band sembra aver trovato un equilibrio tra memoria e volontà di proseguire il proprio percorso artistico. La reazione del pubblico durante i momenti più emotivi della serata ha dimostrato quanto il legame con Hawkins rimanga ancora oggi fortissimo.
Ilan Rubin e la responsabilità di raccogliere un’eredità importante
Ilan Rubin, chiamato a occupare una posizione estremamente delicata all’interno della formazione, è stato impeccabile. Sostituire una figura come Taylor Hawkins rappresenta una sfida che va ben oltre la semplice esecuzione tecnica. Significa confrontarsi con una personalità che ha contribuito in maniera decisiva alla costruzione dell’identità dei Foo Fighters.
Rubin ha affrontato il compito con un approccio personale, evitando qualsiasi tentativo di imitazione e concentrandosi invece sulla costruzione di un proprio spazio all’interno della band. È un musicista a 360 gradi, in pieno stile Foo Fighters. Il suo modo di suonare la batteria è in linea perfettamente con il mood della band e la loro attuale voglia di guardare avanti, senza rinnegare il passato. Il suo drumming, potente, energico e al tempo stesso ricco di sfumature, si integra con naturalezza nel sound del gruppo, contribuendo a mantenere intatta l’identità e, allo stesso tempo, ad aprire una nuova fase del loro percorso.
La sua presenza appare oggi come uno degli elementi chiave della nuova fase del gruppo, contribuendo a garantire continuità senza rinunciare a una naturale evoluzione. Nel momento in cui ha lasciato la batteria nelle mani di Dave Grohl, Rubin ha confermato di essere un musicista completo: imbracciata la chitarra, ha sfoggiato una presenza scenica convincente e un’esecuzione di altissimo livello, dimostrando di essere un chitarrista eccellente oltre che un batterista straordinario. Una versatilità che incarna perfettamente lo spirito dei Foo Fighters, da sempre legato a musicisti capaci di mettersi al servizio della band in ogni situazione.
Una band che continua a guardare avanti
Dopo oltre trent’anni di carriera, i Foo Fighters continuano a occupare una posizione unica nel panorama rock internazionale. Il concerto di Vienna ha mostrato una formazione che, pur convivendo con il peso della propria storia e con il ricordo di Taylor Hawkins, sembra aver trovato nuovi equilibri grazie anche al contributo di Ilan Rubin. La serata si è conclusa lasciando la sensazione di aver assistito a una band ancora pienamente vitale, capace di unire memoria, esperienza e desiderio di continuare a evolversi. Più che un semplice concerto celebrativo, quello di Vienna è apparso come l’ennesima conferma della straordinaria capacità dei Foo Fighters di restare rilevanti anche dopo decenni di carriera.
Articolo di Denise Carulli
Foto di Giuseppe Gambino
Set list Foo Fighters Vienna 3 luglio 2026
- All My Life
- The Pretender
- Times Like These
- Rope
- Stacked Actors
- My Hero
- Learn To Fly These Days
- Walk
- This Is A Call
- No Son Of Mine w/ Ace Of Spades
- Jam)
- Wheels
- Marigold Window
- Big Me
- Under You La Dee Da
- Run
- Band Introductions (Invincible/Seven/ One Headlight/Manimal/Tap Dancing
- In A Minefield)
- Monkey Wrench
- Breakout
- The Sky Is A Neighborhood
- Aurora
- Best Of You The Teacher Exhausted
- Everlong
