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Goran Bregović live Bergamo

La sua musica è ormai diventata popolare nel mondo, nel senso alto del termine, e cioè di tutti, e sprigiona emozioni e vitalità

Mentre Goran Bregović saliva sul palco del Chorus Life ho pensato che ormai, all’anagrafe, ha 76 anni. L’ho visto uscire vestito di bianco, con un abito tradizionale. È invecchiato, si vedeva bene. Non ho potuto fare a meno di pensarlo. A quel punto è arrivato un secondo pensiero: cosa ci proporrà in questo nuovo tour italiano? La data zero era questa di Bergamo, poi sono seguite altre quattro repliche – prodotte da Imarts -, tra cui quella a Firenze, dove abbiamo scattato le foto. Chissà, mi dicevo sedendomi, se sarà un qualcosa di acustico. È bastato poco per smentirmi, perché il musicista nativo di Sarajevo si è presentato sul palco con la sua Orchestra for Weddings and Funerals in 10, e cioè sei musicisti, due cantanti, un percussionista e lo stesso Bregović.

Ci divertiremo e canteremo brani nuovi e vecchi. Faremo musica greca, turca, dei Balcani. Sarà una festa. In pochi minuti il pubblico, composto, era già tutto in piedi. Non sotto il palco: le leggi ferree di questo luogo, che sembra uscito dalla saga cinematografica Tron, non lo consentivano, ma tutti si sono messi accanto, nelle zone ai lati della platea. Dalla prima all’ultima canzone, l’età avanzata è di Goran Bregović è certificata solo dalla carta d’identità, perché sul palco sembra di ascoltarlo e vederlo ai tempi d’oro dei primi anni 2000.

Certo, la presenza di basi registrate è forse eccessiva, soprattutto per le percussioni. A conti fatti, con sette musicisti sul palco, fra i quali un percussionista, si poteva anche fare lo sforzo di portare con se anche un batterista vero. Comunque, di questa cosa credo di essermene accorto solo io, ormai (purtroppo) vittima della deformazione professionale. Il pubblico si è giustamente goduto l’attimo, senza tanti sofismi, e ha ballato dall’inizio alla fine dello spettacolo.

Sono sventolate le bandiere, sono volate le felpe, giravano bicchiere i birra, e si sono viste pance e schiene, e il tutto in quasi due ore nelle quali Goran Bregović ha mescolato brani classici, come “Gas Gas”, a canzoni nuove, come la travolgente “Ouzo & Banana” e “Gipsy Zumba”, che faranno parte del nuovo album in uscita in estate, così ha ricordato più volte. Non sono mancati i brani dei film che lo hanno reso famoso, e cioè “Underground” e “Il tempo dei gitani”, pellicole che hanno sancito il sodalizio con il regista Emir Kusturica.

La coppia Emir Kusturica e Goran Bregović ha fatto sognare il pubblico del cinema per alcuni anni. Poi, come tutte le belle cose, il sodalizio si è rotto, ma i film restano, e con essi quella bella musica. Non è mancata, dunque, “Ederlezi”, brano fra i più noti di Bregović, anche se si tratta di un canto/lamento e non di una ballata. Una versione originale, alla quale però siamo ormai poco abituati, dato che la versione di Ginevra Di Marco ai tempi dei C.S.I., almeno in Italia, svetta e detta legge.

Un concerto vivo e vitale, insomma, che conferma ancora una volta come la musica sia un mondo vasto, e non limitato. Un tempo c’era questa possibilità e un autore bosniaco poteva portare la sua musica in giro per il mondo, e con questa le sue tradizioni, i suoi suoni di ottoni chiassosi e la sua lingua che, ben mescolata, diventa di colpo anima musicale per eccellenza. Ti ritrovi infatti a cantare parole che non conosci, in una lingua forse dura e severa, che però questa musica rende morbida e adatta al clima di festa.

Molto fanno i fiati, personaggi da romanzo: dall’uomo gigante che suona un trombone avvolto attorno al collo, fino al più piccolo della band, che saltella tutto il concerto mentre ‘becca’ tutte le note alte e detta il ritmo di tutti i ritornelli. Per non dimenticare il sax, suonato da un musicista che appare freddo e distaccato tutta la sera, immerso nel suo personale mondo, ma che dà colore a tutti i brani nei quali si inserisce. E poi zampogne, piatti, tamburi, e le altre trombe. Bregović ha suonato una chitarra che, prima dei brani che lo vedono solo sul palco, sembra quasi un giocattolo, con un suono metallico e secco. Insomma, il tutto sembrava sgangherato, come al solito, come nelle scene de “Il tempo dei gitani”. Eppure tutto ha funzionato bene, e Bregović lo riconosce più volte al pubblico: vi ringrazio, vedo che vi divertite con la mia musica.

Il fatto è proprio questo. A 76 anni suonati, Bregović è ancora capace non solo di emozionare, ma anche di far ballare e di far divertire non solo la sua gente, che era tanta in sala, ma anche gli stanchi e freddi lombardi che sono arrivati per sentirlo in questa Chorus Life arena. Lui non si è tirato indietro, e l’unico aspetto che ne certifica l’età avanzata è che non si è mai alzato per tutta la durata del concerto, come succede da qualche anno. Un tempo era un vero capobanda, quasi sempre in piedi. Oggi, da seduto, Bregović dirige la sua piccola orchestra che mette insieme vita e morte, pezzi da ballare e brani d’ascolto, con maestria e con divertimento.

Ecco, al termine dello spettacolo è chiara l’idea che il primo che ancora si diverte sul palco è proprio lo stesso Bregović. Merce rara di questo tempo, dove tutto appare come figlio solo del bisogno economico. Bregović non è stato qui ad annunciare un tour d’addio, o a celebrare una ricorrenza legata a un album, o a delle singole canzoni. Il musicista bosniaco, anzi, ha rilanciato con brani nuovi che hanno la struttura del tormentone e della continua ricerca nelle tradizioni sonore della sua terra e dei Paesi vicini, e con l’annuncio del nuovo album. Il che è chiaro: Bregović non ha alcuna intenzione di chiudere la sua carriera, neppure per scherzo, e neppure come espediente.

Lui porta in giro la sua musica, che è ormai diventata popolare nel mondo, nel senso alto del termine, e cioè di tutti, e l’energia la trae proprio da chi, ascoltando le sue esibizioni, non riesce a contenere emozioni e vitalità. Come una pila, Bregović dà proprio l’idea di ricaricarsi sul palco, cosa che lo rende capace di coinvolgere dall’inizio alla fine anche il pubblico più severo. Un ottimo spettacolo, minimale, senza schermi e con luci normali, ma con tanta energia sul palco. Da dare e da prendere. Uscendo dal concerto di Bregović, insomma, si sta davvero molto bene.

Articolo di Luca Cremonesi, foto [a Firenze il 22 aprile] di Francesca Cecconi

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