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Greenfield Festival 2025 Day #2

Sul palco del grandioso festival svizzero in apertura il secondo giorno ci sono The Ghost Inside, Motionless In White, The Warning e Heaven Shall Burn

Il cuore pulsante della musica rock e metal continua a battere forte al secondo giorno del Greenfield Festival a Interlaken, Svizzera. Migliaia di appassionati da tutta Europa hanno invaso l’idilliaca location ai piedi delle Alpi, pronti a immergersi anche oggi in un mondo di musica ad alto volume, adrenalina e cameratismo. Come successo per il primo giorno, anche con il secondo, 13 luglio, siamo stati baciati con passione dal sole per gran parte della giornata, a parte una piccola parentesi serale quando poche gocce di pioggia hanno portato ancora più afa che refrigerio. Già dalle prime, caldissime ore del pomeriggio, l’area concerti del festival brulicava di vita: dai campeggi, ancora più affollati, ma sempre ordinati, del giorno prima, alle bancarelle merch che già mostravano cartelli di tutto esaurito. C’era già coda anche ai container di acqua che veniva distribuita gratuitamente dai rubinetti, mentre sopra di essi sedeva un addetto che, sotto un ombrellone, annaffiava con un tubo di gomma chiunque volesse rinfrescarsi il corpo con una docciata fresca.

The Ghost Inside


La musica è iniziata puntualmente, con il main stage immerso nella luce accecante del primo pomeriggio e che accoglie i The Ghost Inside, acclamatissimo gruppo metalcore statunitense formatosi nel 2004 a Los Angeles. Cinque album in studio per loro, che vengono accolti dai fan vecchi e nuovi con gli occhi lucidi di emozione, per la gioia di ascoltarli, sicuramente, ma anche perché un vero fan non può non conoscere la storia dietro questi artisti: il 19 novembre 2015 l’autobus su cui viaggiavano Jonathan Vigil, vocalist, Jim Riley, bassista, e Andrew Tkaczyk, batteria, viene coinvolto in un terribile incidente stradale con un autoarticolato, dove entrambi i conducenti perdono la vita. I tre artisti sono in condizioni critiche.

The Ghost Inside

Vigil deve reimparare a camminare da zero, come un bambino, per le numerose ferite e contusioni. Riley subisce la perdita atroce di alcune dita, mentre il batterista resta in coma dieci giorni e affronta l’amputazione di una gamba e varie fratture. Nonostante questo, nel marzo 2016 tutti i membri confermano la loro volontà di continuare a suonare insieme, e per sottolinearlo aggiungono alla formazione ufficiale Chris Davis, chitarrista turnista nel corso del 2015.

The Ghost Inside

La band si esibisce ufficialmente per la prima volte dopo l’incidente il 13 luglio 2019 al The Shrine di Los Angeles, registrando il tutto esaurito in pochissimo tempo. Se questo non è attaccamento alla vita e passione pura non saprei come altro definirlo, quindi ben vengano gli applausi scroscianti per questi artisti: quando finalmente salgono sul palco, l’attesa in transenna ha raggiunto il culmine.

The Ghost Inside

Gli applausi e le urla sono assordanti mentre si lanciano in “Death Grip” e “Earn It”, riempiendo l’aria con il loro tipico mix di durezza hardcore e sensibilità metalcore melodica. La sezione ritmica è una vera forza trainante: Tkaczyk alla batteria e Riley al basso si uniscono per creare una spina dorsale fragorosa e propulsiva.  I due chitarristi offrono una lezione magistrale su come fondere melodia e brutalità: il lavoro solista di Johnson è particolarmente impressionante, con i suoi assoli fulminei che aggiungono quel tocco di grazia in più,  che contrasta splendidamente con le sezioni più pesanti della band.

The Ghost Inside

Ecco poi Jonathan Vigil, carismatico frontman la cui estensione vocale è tanto versatile quanto la sua presenza scenica è imponente, passando facilmente da urla gutturali a clean melodiosi. Sa perfettamente come utilizzare le sue corde vocali per dar vita ai testi, trasmettendo un senso di urgenza ed emozione che colpisce con forza a ogni parola; i brani, a loro volta, mettono in luce la capacità di questi artisti di fondere la tecnicità del Metal con la cruda intensità del Metalcore, offrendo agli astanti in delirio l’opportunità di unirsi ai cori e perché no, moshare sotto il solleone.

The Ghost Inside

Ma al di là della musica, ciò che distingue i The Ghost Inside è il legame con i loro fan: durante tutto il concerto, seppur breve essendo i primi opener del giorno, esprimono la loro gratitudine per il supporto ricevuto, soprattutto alla luce della ripresa dal tragico incidente che ha quasi posto fine alle loro vite. Un’esibizione che riafferma la vita, positiva e commovente per certi aspetti, quella dei The Ghost Inside, con la band e il pubblico che si nutrono dell’energia reciproca. Questi ragazzi non sono una semplice band, sono un simbolo di resilienza, un promemoria che c’è sempre una speranza anche nei momenti peggiori, una testimonianza del potere della musica di unire le persone, guarire e ispirare. Meritano di essere visti da headliner, e inizia così, tra un occhio lucido e tanta emozione il mio secondo giorno al festival.

Motionless In White

Il gruppo che sta per arrivare è il vero e assoluto motivo per cui sono al Greenfield Festival quest’anno; ci sono ancora grandi nomi storici e mondiali da godere, eppure per me tutto gira intorno a loro, potrebbe anche terminare qua l’edizione 2025 di Interlaken. Li ho inseguiti qua e là, li ho visti da headliner a Milano, qua li fotograferò da opener, quindi con meno tempo a disposizione, dimenticando le loro scenografie fantastiche e i bellissimi cambi d’abito tra una canzone e l’altra.

Motionless In White

Eppure, sono il mio sogno divenuto realtà, sono i Motionless In White, spesso abbreviati in MIW, formazione metalcore / gothic metal / industrial metal statunitense fondata nel 2005 a Scranton, Pennsylvania. Inizialmente influenzati dalle correnti emo e post – hardcore, dei quali portano ancora però vivi tratti, decidono di appesantire il proprio sound in seguito al primo demo pubblicato nell’anno della loro nascita, virando verso un Metalcore con forti tinte gothic e industrial. Come sempre accade ai loro concerti, la transenna è di proprietà delle fan più devote e scatenate, che all’ingresso del batterista Vinny Mauro gridano e squittiscono talmente forte da far girare con curiosità verso il palco tutto il corpo di sicurezza.

Motionless In White

Si scatena il terremoto e tremano un po’ le ginocchia anche a me quando appare, come un’ombra emergente dall’oscurità, Chris Motionless, icona di stile e carisma dark, presenza nervosa e tenebrosa in occhiali e scuri e giacchina simil k-way nero.  Discreto, ma totalmente a suo agio, Chris sembra concentrarsi più sulla connessione che sul caos che lo circonda: da frontman navigato quale è, gli bastano poche battute per capire che il pubblico mal digerisce l’inglese, lascerà quindi che siano la sua band e la sua musica a esprimersi.

Motionless In White

Il suo magnetismo è ancora più forte nei momenti profondi, ma mai sdolcinati, del set (che ahimè non prevede la mia amata “Werewolf” per ovvi motivi di tempo) dalla magnifica esecuzione di “Voices” alla magica doppietta finale di “Another Life” e “Eternally Yours”. Accompagnato da Ricky Horror e Ryan Sitkowski alle chitarre, Justin Morrow al basso, che con i suoi codini, il suo sguardo e le smorfie vale da solo quasi l’intero spettacolo, e Vinny Mauro dietro i tamburi, la band ha subito imposto il suo marchio di fabbrica: un mix potente, incalazante e inarrestabile di Metalcore e sinfonie gotiche.

Motionless In White
Motionless In White

Il set, seppur in forma ridotta, è un’escalation di energia e teatralità, dove ogni traccia trasforma la folla in un unico, gigantesco moshpit, con ondate di fan che si muovono all’unisono al ritmo inesorabile della batteria di Vinny Mauro. La precisione e la potenza delle due chitarre creano un sound denso, avvolgente, mentre il basso di Justin, che ci osserva tutti come se il diavolo se lo fosse appena preso, tiene ben salde le fondamenta di tutte le canzoni.

Motionless In White

Chris, con la sua voce versatile che spazia da growl a melodie clean, incanta e coinvolge chiunque, incitando i fan a battere le mani a tempo e a cantare a squarciagola, ma non è che ce ne fosse tanto bisogno, in realtà. Non sono mancati momenti in cui la band ha dimostrato la sua abilità di creare atmosfere più cupe e introspettive, come durante “Another Life”, cantata a pieni polmoni da un pubblico che si perdeva a vista d’occhio: il testo malinconico e la melodia toccante hanno creato un momento di unità e commozione, prima che l’energia tornasse a salire con pezzi come “Rage”.

Motionless In White

I Motionless in White lasciano ancora una volta il pubblico senza fiato, senza forze dal gran moshare, ma euforico come non mai. I cori si sono protratti a lungo dopo che la band ha salutato, dopo un concerto che è sembrato troppo ridotto per una band come loro, dimostrando l’impatto indelebile che hanno avuto su Greenfield … e sul mio cuore. Ancora un po’ innamorata e tremolante, mi dirigo per la prima volta verso il palco minore: raccolto e gestibile rispetto al fratellone, mi fa sentire come in vacanza.

The Warning

Il motivo per cui ci vado sono tre sorelline tutto pepe che seguo fin dalla loro prima data italiana (il nostro report) e che adoro per la loro freschezza e grinta: vamosss,  è arrivato il turno delle The Warning, trio hard rock tutto pepe originario di Monterrey, Messico, formato nel 2012 dalle sorelle Daniela, Paulina e Alejandra Villareal Velez.

The Warning

Il pubblico è già numeroso sul prato davanti alla transenna; quando le luci si abbassano, ognuna delle tre sorelle ha il suo personalissimo coro dedicato: chi acclama Pau, chi aspetta la dolce Alejandra, chi scalpita per Daniela e la sua voce graffiante. Prima fra tutte, come da prassi, entra Paulina che si posiziona trionfante sul suo trono dietro i tamburi; seguono a ruota Alejandra e Daniela, decise più che mai a dimostrarci perché sono considerate una delle band più promettenti del panorama rock attuale.

The Warning

Daniela, voce potente e chitarra che non perdona, ha catturato l’attenzione appena messo piede sul palco, mentre Alejandra ha fornito una base ritmica implacabile con il suo basso pulsante.  Pau, dal canto suo, dietro la batteria è un uragano, uno tsunami di precisione, forza e sorrisi sbarazzini, che spinge il sound del gruppo a livelli impressionanti. L’interazione con il pubblico è costante e calorosa: We are The Warning From Monterrrey, Mexico! Quasi ringhia, Daniela, condividendo qualche aneddoto divertente. Le mie orecchie sono grate di udire qualche parola in inglese, mentre i fan si limitano più che altro a inneggiare i loro nomi, capendo poco o niente di quanto stanno raccontando.

The Warning

La loro professionalità e presenza scenica sono notevoli per la loro giovane età, ognuna brilla nel suo ruolo, ma è la loro sinergia il segreto che rende la performance coesa e potente. Le tre ragazze ci regalano una performance rock senza tanti fronzoli, cariche di talento, una set list equilibrata tratta dalla loro discografia, confermando il loro status di forza inarrestabile nel mondo della musica. Come ci si può aspettare da un nucleo famigliare che suona insieme da sempre, tra le sorelle scorre un legame istintivo e immediatamente percepibile quando sono sul palco.

The Warning

Un’intesa e un’affinità che non si posso comprare o prendere in prestito, un senso di unione che può derivare solo dalla condivisione della stessa linea di sangue, intensificato da una profonda passione per l’arte che hanno forgiato insieme. Vedere questo legame in azione dimostra quanta strada abbiano fatto le The Warning negli ultimi anni: invece di suonare come se dovessero dimostrare il loro valore a chi le ha precedute, ora sono pienamente coscienti delle loro potenzialità. Trasudano sicurezza a ogni sorriso, raccolgono i frutti della loro fiducia reciproca e soprattutto si divertono come delle matte. Inutile che il pubblico pende dalle loro labbra e si diverte rumorosamente insieme a loro, fino a quando la loro uscita a fine concerto spezza i cuori uno dopo l’altro.

The Warning
The Warning

Io mi rimetto in marcia facendo lo slalom tra le persone, per tornare all’ombra del grande palco principale, che proprio in quel momento è in fase di allestimento per gli ultimi opener del secondo giorno del festival: la scenografia in sé è abbastanza essenziale, ciò che balza agli occhi sono le file e file di bocche di fuoco sullo stage. Chi è venuto a portare il fuoco dell’inferno in Svizzera? Mi domando, mentre il personale di sicurezza si raccomanda per la milionesima volta di stare attenti alle fiamme, con sguardi tra il preoccupato e l’impietosito.

Heaven Shall Burn

Siamo al cospetto degli Heaven Shall Burn, titani del Metalcore / Melodic Death Metal tedesco nati a Saalfeld e attivi dal 1997. Inutile dire che anche qua non capirò una parola dei loro lunghi e accorati discorsi con il pubblico. Con una carriera che abbraccia oltre due decenni, i loro testi trattano in particolar modo tematiche sociali, animaliste, anti razziste e anti naziste. Considerati a piena ragione una delle forze più influenti nel panorama del Metal estremo, dal momento in cui le luci si abbassano su una scenografia post apocalittica è stato chiaro che gli Heaven Shall Burn erano lì per farci tutti prigionieri della loro incontenibile energia infernale.

Heaven Shall Burn

Mi incuriosisce il pubblico che urla Britta! Britta! Britta! Nel momento in cui dovrebbe essere il poderoso frontman Marcus Bischoff a fare il suo ingresso trionfale: scopro invece che il vocalist è fermo ai box per una fastidiosa infezione alle corde vocali, e viene quindi sostituito da Britta Goertz, fascinosa, ma letale, vocalist metal estrema, vocal coach e frontwoman degli Hiraes, altro aggressivo gruppo di origine teutonica. Quello che posso assicurarvi è che le sue corde vocali non ci faranno rimpiangere mai Bischoff: potente, precisa, il suo clean e le sue urla gutturali al limite del sovrumano squarciano la notte, mantenendo una coerenza impressionante per tutta la durata del concerto.

Heaven Shall Burn

Chiudendo gli occhi, potremmo pensare di avere due vocalist sul palco, un uomo e una donna: invece è tutto frutto dell’estensione vocale grandiosa di questa professionista dalla grande esperienza. La band ha dimostrato da subito un affiatamento e una sintonia ai massimi livelli, i due chitarristi Maik Weichert e Alexander Dietz si alternano in un duello di riff devastanti e melodie gelide, in pieno contrasto con le fiamme pressoché eterne e impressionanti del palco: più di una volta mi sono sentita sciogliere come un marshmallow sul barbecue.

Heaven Shall Burn


La sezione ritmica è implacabile, inesorabile come l’avanzare della guerra dei mondi: blast beat puliti e breakdown fanno tremare il terreno sotto i piedi, la transenna e le vertebre cervicali dei fan che, quando non sono impegnati a surfare verso il pit, scapocciano come forsennati. La batteria pura, meravigliosa, di Christian Bass, con i doppi pedali e la forza frenetica, li tiene in pugno come sotto un incantesimo.
Il mix di Metalcore e Melodic Death Metal di questa band furiosa, ribelle e appassionata è, a mio parere, uno dei migliori sentiti da parecchio tempo. Hanno raggiunto i massimi successi con album come “Antigone”, il loro quarto in studio, uscito nel 2004 via Century Media Records, e “Iconoclast”, quinto album, uscito in Europa il 28 gennaio 2008 per la medesima label.

Heaven Shall Burn

Onwards! Aizza Britta, e l’aria si riempie delle imponenti sonorità melo – death e degli orecchiabili riff di “My Hearth And The Ocean”: la musicalità maestosa si fa strada tra i latrati gutturali di Britta, che a volte tenta di appoggiarsi con il piede alla struttura che regge le bocche di fuoco, per poi ritrarsi con elegante indifferenza.  Scotta, eh? Ridacchio io, ridotta ormai allo stato semi liquido, nel pit.
 La vocalist non fa che lasciarci a bocca aperta, sfoderando un’altra gamma di toni vocali oltre ai suddetti suoni gutturali: raggiunge un tono più alto, ora, che porta con sé un’atmosfera apocalittica, all’unisono con i battiti del basso e degli accordi chugging e che bilanciano i riff propulsivi del Metalcore e del Death Metal melodico. “Ubermacht” è uno dei brani più amati dai fan, con un inizio futuristico dato da un flusso di synth, prima di approdare a una miscela di riff acuti e durissimi.

Heaven Shall Burn

Oltre alla potenza musicale, gli Heaven Shall Burn si distinguono per i testi impegnati, e anche se l’ambiente del concerto non permette sempre di cogliere appieno ogni sfumatura lirica, l’intensità della performance amplifica il messaggio, rendendo la loro musica non solo un’esplosione di suono, ma anche una riflessione profonda. In sintesi, un concerto che è stato un trionfo di fuoco e passione, precisione ed energia. Gli Heaven Shall Burn si confermano veterani inossidabili nel loro genere, capaci di offrire uno spettacolo brutalmente potente e profondamente coinvolgente allo stesso tempo: un’esperienza che nessun fan del Metal dovrebbe perdere.

Ora, persino il grande palco sembra tirare il fiato, mentre viene meticolosamente allestito e collaudato per gli headliner, di cui vi racconterò nel prossimo report.

Articolo e foto di Simona Isonni

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