Udin&Jazz, alla sua trentacinquesima edizione, conferma di saper parlare tutte le lingue del Jazz: quella classica, quella sperimentale e, soprattutto, quella del presente. Il concept di quest’anno “Generations” racconta già tutto: il Jazz come dialogo continuo tra epoche, strumenti ed estetiche. E quando la parola chiave è generazioni, chiamare Herbie Hancock il 16 luglio sul palco è quasi un atto dovuto. Nessuno meglio di lui sa tenere insieme ieri e domani senza mai sembrare una cartolina ingiallita.

Ottantacinque anni, un curriculum che include uno dei quintetti più miracolosi della storia, quello di Miles Davis, e decine di dischi che hanno riscritto le regole, Hancock è arrivato a Udine con la calma di chi ha visto tutto e la curiosità di chi vuole ancora vedere.

La serata ha avuto un inizio leggermente teatrale: un malore, non meglio precisato, ha ritardato l’ingresso di mezz’ora. Qualche fischio impaziente è stato sedato con prontezza e ironia da Giancarlo Velliscig, direttore artistico, che ha ricordato a tutti che il Jazz richiede, oltre all’orecchio, anche una certa pazienza.

Quando finalmente si è cominciato, la band ha subito messo le cose in chiaro con un’“Ouverture” che sembrava un biglietto da visita: un patchwork di temi riarrangiati, oscillante tra il pianoforte acustico, caldo, rotondo, sempre pronto a sottolineare, e le tessiture elettroniche, con Hancock che saltava tra tastiere, vocoder e grand piano come fosse la cosa più naturale del mondo.

Attorno a lui, una formazione compatta e mai ancillare: Terence Blanchard, tromba, preciso e sobrio, con un fraseggio nitido e ben calibrato; Lionel Loueke, chitarra, vero alchimista della serata, capace di costruire stratificazioni ritmiche e armoniche su cui inserire anche linee vocali in controtempo; James Genus, basso, solidissimo, con walking line scolpite e un suono elettrico denso, ma mai invadente; Jaylen Petinaud, batteria, giovane e già chirurgico nel dosare dinamiche e silenzi, con una lettura sempre reattiva delle intenzioni del leader.

Il repertorio ha toccato tutte le sfaccettature della sua poetica: la dedica a Wayne Shorter, con una “Footprints” di una delicatezza quasi ascetica; il Funk geometrico e inesorabile di “Actual Proof”; il medley elettrico di “Hang Up Your Hang Ups”, “Rockit” e “Spider”, in cui Hancock si è divertito a modellare suoni e voci filtrate con il vocoder, ricordando a tutti che il suo rapporto con la tecnologia non è mai stato ornamentale ma strutturale.

Blanchard ha tenuto una linea elegante, quasi distaccata, mai sopra le righe; Loueke è stato il vero motore di sorpresa, con accordi di colore e poliritmie che tenevano insieme Africa e avanguardia newyorkese; Genus ha dato continuità con un basso sempre presente ma mai ingombrante; Petinaud, con la sua scansione delle metriche, ha confermato che l’età anagrafica conta poco quando il tocco è quello giusto.

Il concerto si è chiuso, senza bis né ammiccamenti, lasciando il pubblico con la sensazione che fosse già stato detto tutto: perché a un certo punto, nel Jazz, il silenzio è il miglior epilogo.

Nel presentare la sua band come “la nuova generazione del Jazz”, Hancock ha ribadito un concetto che è la sua cifra da sempre: il Jazz vive nelle mani e nella testa di chi lo reinventa, e non c’è nulla di più vivo di un linguaggio che continua a scardinarsi. Anche i brani più iconici, qui, sono apparsi come materia viva, ancora vulnerabile e ancora in costruzione.

Forse è questa la lezione che dovremmo imparare: se vogliamo davvero tornare a sperimentare, dobbiamo smontare e ricominciare dalle origini. Ricostruire tutto, da capo.

E, come ha chiosato Hancock, con un sorriso che non lascia scampo, dal palco del Castello di Udine: “Jazz is not dead”.
Articolo di Silvia Ravenda, foto di Nicola Silverio

Set list Herbie Hancock 16 luglio 2025 Udine
- Overture
- Footprints
- Actual Proof
- Butterfly
- Secret Sauce
- Hang Up Your Hang Ups, Rockit, Spider
