La sera del 2 aprile a Milano, la musica degli High Fade, portati in Italia da Barley Arts, ha fatto sì che chiunque si trovasse nel raggio di due chilometri dai Magazzini Generali si sorprendesse a muovere ritmicamente il bacino senza nemmeno volerlo, inconsapevolmente travolto dall’incantesimo psycho-funky di questi tre stregoni freak.
To busk or not to busk

La storia degli High Fade risale agli ultimi anni del decennio passato, quando il chitarrista e vocalist scozzese Harry Valentino, habitué delle jam improvvisate che prendevano vita intorno alla zona di Princes Street a Edimburgo, nel 2018 fonda la band con l’idea di una sorta di laboratorio musicale a cielo aperto, un ombrello sotto il quale i tanti musicisti della scena busker potevano godere della libertà di sperimentare con formazioni sempre diverse, con l’unico punto fermo rappresentato proprio dalla chitarra di Harry. Deve passare un anno prima che al camaleontico progetto si unisca anche il bassista Oliver “Oli” Sentance, che con il suo background eterogeneo – dal Classic Rock al Soul, fino ad arrivare alla musica classica studiata al pianoforte da giovanissimo – rappresenta il primo tassello per un’idea di gruppo più solida e strutturata. L’intesa è immediata, cementata in seguito da ore e ore di duelli a suon di note nei locali del quartiere o in strada, con il rigido clima scozzese a plasmare per contrasto uno stile musicale caldo, frenetico e movimentato, atto ad attirare i passanti intirizziti che vengono ipnotizzati come per magia dalla furia dei due strumentisti.

Trovare un batterista in grado di star dietro alla velocità e precisione dei riff di Harry e Oli non era impresa semplice, ma l’entrata nella band di Calvin Davidson nel 2022 ha donato alla frenesia creativa della coppia una solida base ritmica sulla quale appoggiarsi per sviluppare le intricate tessiture sonore che caratterizzano la musica degli High Fade; con questa formazione, la band inizia a farsi conoscere al di fuori dei confini scozzesi, inizialmente tramite un utilizzo intelligente dei social media con visualizzazioni da capogiro, in seguito grazie a show sempre coinvolgenti che li porteranno a intraprendere tour apparentemente infiniti tra Europa, UK e USA, con apparizioni importanti in festival quali Glastonbury o Boomtown.

Nella primavera 2026 li ritroviamo quindi in Italia, con il nuovo membro Heath Campbell a ereditare le bacchette da Calvin Davidson, per cinque date in cui la band suonerà brani tratti dal loro primo album “Life’s Too Fast” del 2024, oltre che estratti dal nuovissimo full lenght “Twice As Nice”, la cui uscita è prevista per l’8 maggio.

Al nostro arrivo una luce blu ultraterrena inonda il palco dei Magazzini Generali; tecnici solerti allestiscono lo stage per l’attesa esibizione del terzetto scozzese, che inaspettatamente appare poco dopo per imbracciare i rispettivi strumenti e scaldare i motori con un breve strumentale atto a sistemare un’ultima volta i livelli prima del concerto.

Nel frattempo, una platea estremamente eterogenea, che vede l’appassionato in odore di pensione scambiarsi impressioni con il ventenne affamato di virtuosismi, inizia ad applaudire e a chiamare per nome i tre componenti della band, i quali dispensano saluti e sorrisi mentre rimettono gli amplificatori in stand by e si ritirano di nuovo nel backstage per gli ultimi istanti di relax prima dello show.
Il Funk delle Highlands

Sono quasi le 21,30 quando gli High Fade tornano sul palco, e questa volta non hanno intenzione di fare prigionieri: Harry Valentino, cappello da cowboy nero in testa e Telecaster bianca tra le mani, fa esplodere raffiche di note dal suo Marshall prima di avvicinarsi al microfono per intonare la linea vocale di “I Hate This Road”, sostenuto efficacemente dal tappeto ritmico ficcante e solido che Oli e Heath macinano instancabilmente dalle retrovie.

Groovy, direbbe Ash Williams facendo roteare la sega elettrica che si ritrova al posto della mano in segno di entusiasmo: è proprio il groove feroce a caratterizzare infatti lo stile degli High Fade, e se la meticolosa padronanza del timing risalta già tra i solchi delle registrazioni, dal vivo diventa chiaro quanto i tre riescano a comunicare musicalmente a un livello quasi telepatico, accelerando, rallentando, rendendo il portamento ritmico un oggetto malleabile e pronto a piegarsi alle esigenze espressive richieste dal brano.

C’è una intrinseca qualità percussiva a emergere nel modo di affrontare il pentagramma anche e soprattutto da parte degli strumenti a corda, con schiocchi, scratch, slap, palm muting, i quali riempiono ogni buco nel panorama sonoro e contribuiscono enormemente, insieme alla batteria, a dare la spinta propulsiva giusta per far ballare senza sosta il pubblico milanese.

A proposito di pubblico: gli High Fade sono anche dei notevoli showman, in grado di coinvolgere i presenti non solo con una tecnica strumentale sopraffina ma anche grazie a siparietti simpatici atti a far scatenare ancora di più la platea. In “Scorpion”, Harry fa duettare gli spettatori con i fraseggi della sua chitarra nella parte centrale del pezzo, prima che il ritmo si trasformi nella clave della Samba per arrivare infine al reprise del riff.

In “Bone To Pick” si improvvisano steward di volo per insegnare le mosse del balletto da eseguire insieme a loro (To the left, to the middle, to the right) seguendo il ritornello, per poi lanciarsi in un Funk duro e puro guidato dal vocione caldo e rauco del frontman.

Sul finale di “Fur Coat”- quasi un omaggio all’essenza dei Red Hot Chili Peppers più primitivi, complice anche il modo di interpretare la linea vocale di Harry – la band ferma tutto e decide di aggiungere ancora un paio di giri di chorus da cantare tutti insieme: la pronuncia italiana del titolo del brano, infatti, ai tre ricorda da vicino la F-word anglosassone, come spiega il cantante scatenando l’ilarità quasi infantile della sala oltre che dei suoi stessi colleghi, con Heath Campbell a sporgersi da dietro i tom per strillare Milano, give me a vaffanculo!

Siamo quasi agli sgoccioli, ma gli High Fade hanno ancora qualche cartuccia da sparare: lo scratch della chitarra di “Chameleon” dà il là per una cavalcata a rotta di collo, almeno finché il terzetto non si avventura tra gli stacchi che contraddistinguono il brano, seguiti da un solo nel quale il chitarrista spinge al limite le capacità della sua Telecaster con fraseggi in punta di plettro tra il country e la fusion che portano inaspettatamente al riff di “Raining Blood” degli Slayer. La fan favorite “Burnt Toast & Coffee” chiude il set con il suo groove tight but loose, prima dell’inevitabile ritorno sul palco di Harry, Oli e Heath, che non si fanno pregare troppo e imbracciano nuovamente gli strumenti per regalare alla platea meneghina un’ultima coreografia per accompagnare “The Fly” e, infine, una versione veloce come la vita di “Life’s Too Fast”.
Outro

Milano ha risposto alla chiamata del terzetto scozzese con un entusiasmo tale da sorprendere persino gli stessi musicisti, visibilmente colpiti dal calore del pubblico. Gli High Fade tornano nel backstage lasciando dietro di sé un palco ancora fumante e una platea che, al di là di ogni dubbio, avrebbe ricominciato volentieri tutto da capo. Funky indiavolato, virtuosismi da fuoriclasse e sorrisi a perdita d’occhio: cosa chiedere di più a una mite serata di inizio primavera?
Articolo di Alberto Pani, foto di Silvia Sangregorio
Set list High Fade 02 aprile 2026 Milano
- I Hate This Road
- Scorpion
- 666999
- Take Me To The Floor
- Fur Coat
- Gossip
- Bone To Pick
- The Jam
- Burnin’
- Guitar Solo
- Swamp
- Think About You
- Sick Of Myself
- Drum Solo
- Aeroplane Mode
- Smeg
- Jokes On You
- Sharpen Up
- Chameleon (Herbie Hancock cover)
- Burnt Toast & Coffee
- The Fly
- Life’s Too Fast
