Il 12 febbraio i Ministri sono saliti in cattedra al Diavolo Rosso di Asti per impartire a tutti una lezione magistrale su cosa significhi dominare un palco: dopo oltre vent’anni di chilometri e sudore, il trio milanese ha dimostrato, ancora una volta, di essere una delle realtà live più cazzute che il Rock italiano possa vantare.
La chiesa del diavolo

Il Diavolo Rosso è un vivace centro di partecipazione culturale, situato tra le vie lastricate di porfido del Rione San Martino-San Rocco, una zona tra le più antiche e caratteristiche della capitale del Monferrato Astigiano. La peculiarità del locale è quella di essere ospitato tra le mura della chiesa sconsacrata dell’ex Confraternita di San Michele, un edificio barocco di modeste dimensioni a navata unica realizzato nella prima metà del Settecento: di particolare rilevanza è la facciata finemente decorata con immagini sacre, tra cui si distingue il fregio raffigurante l’arcangelo Michele situato proprio sopra alla porta di ingresso, testimone silenzioso della metamorfosi di questo luogo sacro in tabernacolo profano della musica live. Il club deve il suo nome al ciclista astigiano Giovanni Gerbi, il quale, durante una gara, pare abbia interrotto una processione sfrecciandoci attraverso vestito della sua tradizionale maglia da corsa rossa, episodio questo che gli valse, appunto, il soprannome di “diavolo rosso”.

Varcata la soglia, la dicotomia estetica tra le due anime del Diavolo Rosso è ancora più marcata: appesi al soffitto alto e curvo della navata, decine di pannelli fonoassorbenti oscillano come le asticelle graduate di tanti metronomi, mentre le piccole cappelle laterali, un tempo utilizzate come spazi di preghiera, oggi ospitano tavoli e sedute, con il bancone del bar a farne da centro di gravità permanente; tra gli affreschi segnati dal tempo che decorano le pareti, un’immagine in bianco e nero di Fabrizio De André brinda simbolicamente alla salute dei presenti, anche se l’assoluto protagonista è l’altare moderno rappresentato dal palco, alle spalle del quale troneggia uno specchio a forma di occhio nella cui iride si riflette tutta la sala.
Ussari all’assalto
È compito di Marco Ulcigrai quello di scaldare i motori, in attesa dello show del terzetto lombardo; cantante e chitarrista del progetto Il Triangolo, nonché “quarto Ministro” quando la situazione richiede una sei corde aggiuntiva sin dai tempi del “Cultura Generale Tour”, l’artista originario di Luino propone un breve set per chitarra e voce, in cui evergreen come “Hallelujah” e “The House of the Rising Sun” si alternano a brani della band di cui è fondatore, vedasi “Una sola preghiera” o la conclusiva “Oradarada”. Un’esibizione convincente, che viene salutata da una raffica di applausi entusiasti.


Sono passate da poco le 22, quando da dietro il palco fa capolino il batterista Michele Esposito, seguito dal cantante e bassista Davide “Divi” Autelitano e, in ultimo, dal chitarrista Federico Dragogna, le iconiche giacche da ussaro grigie e bordeaux sulle spalle, a richiamare quel look tra il militaresco e lo steampunk che ha visivamente caratterizzato la band soprattutto nei primi anni di attività; questo abbigliamento risulta essere particolarmente azzeccato per la serata, visto che è con la ferocia di un piccolo esercito che i Ministri fin dai primi brani danno l’assalto alla platea del Diavolo Rosso: il 4/4 galoppante dell’opener “Avvicinarsi alle casse” infrange da subito le linee avversarie, con il prode Federico impegnato a menare fendenti elettrici a destra e a manca, mentre Divi arringa la folla come un condottiero farebbe con le sue truppe mentre passeggia soddisfatto tra i corpi esanimi dei nemici.

I tre musicisti sono decisamente carichi: forse è il fatto di trovarsi a suonare in un piccolo club di provincia, su un palco che può ricordare tanti di quelli calcati dalla band nelle prime esibizioni live, come spiega il frontman introducendo “Non mi conviene puntare in alto”, primo classico in scaletta stasera, accolto dal pubblico con lo stesso trasporto con cui si riabbraccerebbe, dopo tanto tempo, un vecchio amico; “Comunque” è invece dedicata da Federico Dragogna a chi prova con tutte le su forze a resistere a questo mondo, di giorno in giorno sempre più simile a uno spaventoso incubo orwelliano, una distopia che sembrava lontana e invece è già qui, con noi impotenti e consapevoli che tra poco l’unica libertà che avremo sarà quella di stiparci in un palazzetto ad applaudire Pucci.


Il Diavolo Rosso è attraversato da un’energia folgorante, un reciproco scambio tra palco e platea dove il pubblico salta, poga, recita parola per parola i testi delle canzoni mentre i Ministri, in cambio, sacrificano ad esso ogni nota, ogni singolo decibel, ogni goccia di sudore, senza risparmiarsi nemmeno per un secondo, come dimostrato, ad esempio, dalle potenti versioni di fan-favorite come “La faccia di Briatore” o “La mia giornata che tace”, dove la batteria di Michele Esposito è una mitragliatrice atta a crivellare di colpi il tessuto sonoro.
Metterci la faccia
Con “La piazza” viene evocato il fantasma del G8 di Genova, un momento cruciale, spiega il cantante, che ha cambiato in negativo il modo di approcciarsi all’arte e alla cultura, trasformando chi si azzarda ad affrontare certe tematiche in un terrorista agli occhi del potere costituito; il sogno di fuga raccontato in “Berlino 3” fa scatenare ancora una volta i presenti, che accolgono con lo stesso calore sia i brani storici che quelli del lavoro più recente della band, “Aurora popolare”: “Spaventi” è già un nuovo inno, così come la title track dell’album, con Divi a ghignare compiaciuto mentre il pubblico gli ruba il ruolo di vocalist, prima del reprise che lo vede impegnato a sventolare fieramente tra la folla una bandiera su cui è riprodotto l’artwork del disco.


La band scende dal palco, ma è solo per un breve momento di pausa: poco dopo, infatti, Dragogna torna per imbracciare l’acustica, e gli accordi introduttivi di “Vestirsi male” vibrano tra le volte della chiesa, come a voler lenire, in qualche modo, il dolore di chi ha fatto parte della vita di Zoe, la giovanissima vittima del femminicidio di Nizza Monferrato a cui viene dedicata la canzone; l’abbraccio della sala è tutto per lei e per Luca, l’amico della ragazza presente al concerto.


Qualcuno si ricorda dei nostri primissimi live? Eravamo spigolosi e abbastanza sghembi, ma suonavamo con onestà mettendoci la faccia: un modo di interpretare la musica che oggi sembra essere scomparso. Ma essere qui stasera ci fa venire voglia di far di nuovo cagare da Dio! E su queste parole, il riff di “Bevo” erutta dai coni degli amplificatori come lava incandescente, facendo impazzire il pubblico accalcato sotto al palco; “Vicenza (la voglio anch’io una base A)” innesca un furioso circle of death in mezzo al parterre, mentre una ragazza viene invitata da Divi a raggiungerlo sullo stage per uno sguaiato duetto improvvisato, per poi tornare al proprio posto surfando al sicuro sulle mani alzate dei presenti.


È quasi giunto il momento dei saluti: l’arpeggio delicato di “Una palude” è accompagnato dalle voci in coro della platea, ultimo attimo di quiete prima della tempesta scatenata dal vocalist, che strilla nel microfono signore e signori, spingete! mentre la band attacca, appunto, “Spingere”.


Vi volevamo dire che questo è il nostro habitat, il circuito dei piccoli locali dove la gente si diverte e si sente libera, questo è il nostro modo di fare cultura, al di là di ogni tentativo di repressione: parole queste confermate più tardi anche dal gestore del Diavolo Rosso, in un sentito ringraziamento verso una band umile e professionale non solo sui palchi più prestigiosi, ma anche su quelli di club con forse meno mezzi, ma dal cuore grande. “Abituarsi alla fine” è l’ultima carica prima della buonanotte, l’assalto finale di una battaglia senza vincitori né vinti, dove il pubblico è stato protagonista tanto quanto i suoi beniamini, come ben rappresentato da quel microfono puntato verso la platea in festa alla fine del concerto.
Outro
Uscendo nel freddo della notte astigiana, con le orecchie che fischiano e il cuore leggero, resta la consapevolezza di aver assistito a un live show con pochi eguali in Italia per passione, energia e presenza scenica. Ma c’è di più: quella che Federico, Divi e Michele hanno riaffermato con forza questa sera è una presa di posizione politica nel senso più nobile del termine. Hanno ribadito che il Rock, in questo Paese, ha ancora un disperato bisogno di sudore, di contatto fisico e di palchi a pochi centimetri dal respiro del pubblico; di quel senso di condivisione che può vibrare solo tra le pareti strette di un club, dove la distanza tra chi suona e chi ascolta si annulla fino a diventare un unico ecosistema pulsante di vita.


Parafrasando il finale di un famoso blockbuster: forse non sono i ministri che ci meritiamo, ma sono sicuramente i Ministri di cui abbiamo bisogno.
Articolo di Alberto Pani, foto di Silvia Sangregorio
Set list Ministri Asti 12 febbraio 2026
- Avvicinarsi alle casse
- Poveri noi
- Non mi conviene puntare in alto
- Comunque
- La faccia di Briatore
- La mia giornata che tace
- La piazza
- La nostra buona stella
- Cronometrare la polvere
- Berlino 3
- Spaventi
- Aurora popolare
- Vestirsi male
- Bevo
- Vicenza (la voglio anch’io una base A)
- Una palude
- Spingere
- Abituarsi alla fine
