Ma come lo chiudi al meglio agosto? Un bagno al mare e un aperitivo patinato in spiaggia? Naah. Meglio un concerto rock, una birra gelata al posto dello spritz fighetto, e lasciarsi sommergere dai decibel. Io per esempio stasera, 29 agosto, sono al Kill Joy: in cartellone c’è una leggenda vivente: Ian Paice, lo storico batterista dei Deep Purple; e, come dico sempre, dove c’è musica sudata e vera ci siamo noi di Rock Nation.


La venue è piena zeppa, magliette dei Purple ovunque. Nessun opener: l’attesa è tutta per Mr. Paice. Alle 22 spaccate salgono sul palco gli In Rock, tribute band dei Deep Purple: Franco Sgattoni voce, Andrea Ricci basso, Fabrizio Sgattoni chitarra e Giacomo Cagnetti alle tastiere. Dietro le pelli non c’è subito Ian: al posto suo siede Marco Armari. Si accomoda in una batteria ai lati del palco. Ecco spiegato il mistero delle due batterie sul palco… spoiler: torneranno utili più avanti.


Non c’è tempo di chiacchiere: gli In Rock attaccano e in pochi minuti capisci che sono impeccabili. Tecnici, precisi, rispettosi delle parti più complicate. Non sono la solita cover band questi tizi, sono dei musicisti favolosi. Ecco ci siamo. Dalle scalette laterali ecco salire lui, Ian Paice. Sorrisetto sornione, passo tranquillo, il pubblico esplode. Si siede dietro le pelli e parte il viaggio nella storia del Rock. “Highway Star”, “Child in Time”, fino a “Hush”, dove Ian regala un assolo da manuale. Niente fronzoli, zero cafonate: lui è un vero gentleman inglese. Pesta duro, e perdio se lo fa, ma con classe.


Il set corre senza fiato, un treno impazzito che non conosce fermate. Arriva “Burn” e resto ipnotizzato: le rullate e gli stacchi che ho consumato su vinile ora li vedo nascere davanti ai miei occhi. Sul palco torna anche Marco Amari: due batterie, doppio impatto e tutto perfettamente sincronizzato. I timpani sono coinvolti in un orgia di piatti, rullanti e tom che culmina in “Black Night”.

Sono passate quasi due ore, ma manca ancora qualcosa. Manca una canzone in effetti. Quella che ogni chitarrista ti rifila al primo incontro quando, con il sorriso gigionesco, è convinto di stregarti. La più coverizzata e troppo spesso massacrata. Avrete già capito: “Smoke on the Water”. Stasera finalmente la ascolto suonata come il Dio del Rock comanda. Il pubblico del Kill Joy, ormai in piedi, trasforma la venue in una liturgia collettiva: il Rock smette di aleggiare e si materializza in ogni angolo.



Lo show sembra finito, ma no. Ian prende il microfono. Ringrazia, parla di musica. In modo sincero. E ti arriva dritto al cuore un messaggio: se ami la musica con tutto il cuore, lei non ti molla mai. Lui ne è la prova vivente: un batterista leggendario che è ancora sul palco a pestare le pelli con la gioia incosciente di un ragazzino. Se non è Rock questo… ditemi voi cos’è.
Articolo e foto di Daniele Bianchini
