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Jazz:Re:Found 2025 Day #4

Uno dei più futuristici eventi musicali del Belpaese, un festival boutique sospeso tra Elettronica d’avanguardia, Jazz contemporaneo e sonorità etniche

Immaginiamo un antico borgo, situato sulla cima di una dolce collina, dalla quale la vista spazia su un paesaggio dai colori brillanti come un dipinto impressionista, con l’azzurro del cielo e il verde dei prati a dominare cromaticamente su tutto il campo visivo. Immaginiamo case di roccia arenaria di colore giallo pallido, costruite con lo stesso materiale anticamente estratto dalla terra allo scopo di ricavare le grotte artificiali conosciute come infernót. Immaginiamo ripide vie lastricate di ciottoli che portano a giardini nascosti, microscopiche chiese romaniche circondate dai fiori, antichi palazzi decorati con splendidi loggiati in pietra, addirittura un piccolo castello.

Questo grazioso paesino, anche se sembra un parto della mente di J.R.R. Tolkien per la sua Terra di Mezzo, è al contrario ben reale, celebre per essere uno dei borghi più belli d’Italia e centro nevralgico della zona patrimonio dell’UNESCO conosciuta come “Monferrato degli Infernót”. Il suo nome è Cella Monte, e qui, una volta l’anno, succede una magia. Risvegliandosi dalla sua sonnecchiosa tranquillità, Cella Monte diventa infatti per qualche giorno il teatro di uno dei più futuristici eventi musicali di cui possiamo fregiarci nel Belpaese, un festival boutique sospeso tra Elettronica d’avanguardia, Jazz contemporaneo e sonorità etniche che prende il nome di Jazz:Re:Found, la cui edizione 2025 si è svolta da mercoledì 27 a domenica 31 agosto.

Quello che per 51 settimane l’anno è un tranquillo villaggio dall’atmosfera fatata, diventa cosi sul finire dell’estate la casa di migliaia di appassionati, che si radunano da tutta Europa per godere della raffinata selezione musicale proposta ogni anno dalla direzione artistica del festival: fanciulle con svolazzanti completi a fiori in stile hippy danzano leggiadre per le vie di Cella Monte, mescolandosi con nerboruti musicofili di mezza età con le braccia tatuate e i lobi trafitti da una quantità di orecchini, piercing ed estensori, mentre frotte di curiosi arrivano dai dintorni come sciami di formiche per respirare le vibes magiche proprie del Jazz:Re:Found.

È da sottolineare come tutto il paese diventi parte integrante del festival: abbiamo infatti aree ristoro ad ogni angolo, spazi con Dj set ricavati all’interno dei cortili di case e ristoranti e soprattutto i quattro stage principali dislocati dall’inizio alla fine della via principale, con il giardino della chiesa di San Quirico e l’area rinominata Dancing adibiti a dance club all’aperto, e i palchi dell’Ecomuseo – da cui si può godere di una vista spettacolare sulle colline del Monferrato – e del Main Stage sui quali si alternano alcuni degli artisti più innovativi della scena contemporanea. Per fare qualche esempio, nei primi tre giorni Jazz:Re:Found ha ospitato l’astro nascente della chitarra fusion Matteo Mancuso, il rapper e cantautore Willie Peyote e la cantante e bassista francese star del soul contemporaneo Adi Oasis, il cui concerto di venerdì 29 si è purtroppo interrotto dopo pochi brani a causa di una violentissima tempesta che si è abbattuta sul Monferrato proprio durante il suo set.

Ma veniamo alla giornata di sabato 30 agosto, protagonista di questo reportage. La prima tappa del nostro viaggio nel mondo di Jazz:Re:Found è San Quirico, dove il Dj set di Channel One fa ballare gli astanti con le atmosfere chill del Reggae. Il mood è rilassato e piacevole, sembra quasi di partecipare a una festa in spiaggia anche se la vista è sulle colline invece che sul mare.

Slagader
Slagader

Anche la situazione sul palco dell’Ecomuseo è stimolante, con i set elettronici di Lefto Early Bird e il jazz-funk di Collettivo Immaginario che intrattengono i partecipanti fino all’entrata in scena della band belga Slagader: il giovanissimo trio composto dal chitarrista Roeland Celis, dal bassista e tastierista Soet Kempeneer e dal batterista Moene Peeters propone un eclettico crossover tra progressioni armoniche fusion, ritmiche funkeggianti e synth dalle sonorità spaziali.

Slagader
Slagader

È un connubio che funziona: sui groove trascinanti dettati dalla sezione ritmica le improvvisazioni di chitarra e tastiere si intrecciano in un costante scambio di fraseggi di matrice jazzistica dimostrando un notevole interplay tra i musicisti, con il basso a fare da collante.

Rosie Lowe
Rosie Lowe

Salutiamo gli Slagader e ci dirigiamo verso il Main Stage, dove sta per esibirsi Rosie Lowe. La cantautrice britannica, nome di punta dell’Electronic Soul, porta al Jazz:Re:Found un personalissimo ibrido tra atmosfere R&B e suoni elettronici ultramoderni, come dimostrano in apertura la strumentale “Lover, Other” e la successiva “Mood To Make Love”, in cui un soffuso tappeto sonoro accompagna la voce eterea di Rosie che incanta fin da subito il pubblico cellese.

Rosie Lowe
Rosie Lowe

Affiancata dai polistrumentisti D’Monk e Harvey Dweller, l’artista inglese si destreggia tra i groove sintetici della drum machine e il timbro futuristico dei synth, dipingendo paesaggi sonori sensuali ed eleganti come in “In My Head”; nella malinconica ballad “Would You Stay?” invece, un piano elettrico jazzy accompagna la linea vocale, che esplode nel ritornello grazie ad un harmonizer che la moltiplica all’infinito, un grido disperato disumanizzato dalla tecnologia a uso e consumo degli umanissimi sentimenti degli ascoltatori.

Rosie Lowe
Rosie Lowe

Una bella cover cibernetica di “Burning Down The House” dei Talking Heads ci  prende per mano per accompagnarci verso la fine di questo primo set, con il breakbeat di “Something” a far scatenare un’ultima volta la platea, che saluta così Rosie Lowe e si gode qualche minuto di pausa preparandosi ad accogliere l’artista successivo.

Nubya Garcia
Nubya Garcia

Nubya Garcia sale sul palco alle 22,30, accompagnata da un terzetto composto da contrabbasso, batteria e tastiere. La sassofonista britannica, che porta in tour i brani del suo più recente album “Odyssey”, propone al pubblico monferrino un jazz contaminato dalle influenze più disparate, tra cui spiccano il Dub e il Reggae, come possiamo notare già dal primo brano “Dawn”, dove durante il solo della band leader la sezione ritmica colora l’atmosfera con gli accenti in levare tipici della musica giamaicana.

Nubya Garcia
Nubya Garcia

“We Walk In Gold” è quasi una versione latin di “Resolution” di John Coltrane, la cui influenza si percepisce chiaramente nello stile di Nubya Garcia: qui, dopo un bell’assolo di contrabbasso ad opera di Max Luthert, la sassofonista apre melodicamente con la sua improvvisazione, che trascende il tema principale per traghettare verso uno showcase della bravura del pianista Lyle Barton, qui nelle vesti di un McCoy Tyner attualizzato e catapultato nel 2025.

Nubya Garcia
Nubya Garcia

Da sottolineare l’importanza nell’insieme del batterista Sam Barrell Jones, protagonista del set alla pari del sassofono: i suoi stacchi e cambi di tempo, eseguiti con un piglio e una decisione quasi rock e conditi con fill tecnicamente ineccepibili, sono la spina dorsale della band, che viene indirizzata quasi telepaticamente verso i repentini cambi d’atmosfera che colorano le lunghe improvvisazioni. Si prenda ad esempio “Solstice”, dove Jones compatta improvvisamente il portamento ritmico per adattare il feel dell’ensemble al solo minimale ma efficace del sax.

Nubya Garcia

Il brano di chiusura “Triumphance” si rivela di nuovo un sorprendente mix tra Jazz e Reggae, con Nubya Garcia che abbandona momentaneamente il suo strumento e prende il microfono per guidare, come una sacerdotessa di Zion, il pubblico verso la conclusione di questo viaggio musicale.

Dopo il dovuto cambio palco, è giunto il momento per i presenti di ascoltare gli attesissimi headliner: gli Egypt 80 invadono letteralmente il Main Stage, portando l’Afrobeat del loro fondatore Fela Kuti tra le colline del Monferrato. Un ostinato gioioso della chitarra elettrica è protagonista dello strumentale di apertura, a cui si aggiunge il bel tema della sezione fiati.

Egypt 80
Egypt 80

I musicisti scherzano tra loro e con il pubblico, finché uno dei sassofonisti non prende in pugno la situazione e si assume, sull’incipit di “Everything Scatter”, la responsabilità di presentare uno per uno i vari componenti dell’ensemble, che su un groove elementare di basso e batteria si lanciano in brevi dimostrazioni della loro competenza musicale. Per ultimo, sale sul palco tra gli applausi della platea il leader Seun Kuti, erede biologico e spirituale di Fela e prosecutore del discorso musicale e politico del padre, che senza dire una parola si lancia in un lungo solo di sax.

Egypt 80
Egypt 80

Gli Egypt 80 riempiono lo spazio sonoro fino all’orlo, e comunicano con la loro presenza scenica una palpabile atmosfera di festa, come in una danza rituale africana. La loro è una musica divinatoria, le cui radici affondano profondamente nella cultura nigeriana per andare ad ibridarsi con il Jazz, il Soul e il Rock di provenienza europea e statunitense.

Egypt 80
Egypt 80

Le parti ossessionanti della sezione ritmica portano l’ascoltatore a sperimentare uno stato di trance mistica, come in “Love and Revolution” dove, dopo il riff funkeggiante della chitarra, il mantra del coro si oppone alla linea vocale di Seun Kuti, il quale lascia di nuovo spazio al chitarrista che si prodiga in un virtuosistico solo distorto.

Egypt 80

La serata sta per volgere al termine, ma non manca il tempo al leader degli Egypt 80 per prendere il microfono e lanciare un messaggio di speranza a sostegno della Palestina, di Gaza, del Sudan, e di tutti i paesi che le politiche fasciste, razziste e colonialiste che sembrano stringere in una morsa questo turbolento mondo post-pandemia stanno portando alla rovina.

Egypt 80
Egypt 80

Il tema di fiati ronzante come uno sciame di vespe di “Emi Aluta” è il saluto finale di Sean Kuti e degli Egypt 80 dopo un’ora e mezza di spettacolo travolgente, tra gli applausi della folla festante che ricambia i musicisti con tutto l’affetto e il calore di cui è capace.

I partecipanti iniziano così ad uscire dalla zona palco, alcuni alla ricerca di un letto e di qualche ora di riposo, i più indomiti verso la chiesa di San Quirico o il Dancing, dove la festa continua fino a tarda notte. Un’altra giornata di fuoco attende la famiglia allargata di Jazz:Re:Found, l’ultima per quest’edizione 2025: sarà bene farsi trovare preparati.

Articolo di Alberto Pani, foto di Silvia Sangregorio

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