Siamo a metà anni ’90: un gruppo di amici, uniti sotto al cappello del collettivo Trend Hour Groove, inizia a organizzare eventi caserecci trasformando casolari e cascine della bassa vercellese in club improvvisati, con l’idea di scimmiottare in qualche modo l’atmosfera caratteristica dei rave e degli after tipici del periodo. Uno dei protagonisti delle serate di Trend Hour Groove è indiscutibilmente il Dj Low J Six, al secolo Denis Longhi, vercellese con il Jazz nel cuore ma con lo sguardo e le orecchie proiettati verso il futuro, che all’epoca era rappresentato dalle avanguardie anglosassoni e, più nello specifico, dalla scena West London: scena che all’inizio degli anni Zero il sopracitato Denis inizia a frequentare insieme a un amico, facendo la spola tra l’Italia e il Regno Unito per passare weekend di totale immersione nell’innovativa atmosfera delle serate Co-Op e soprattutto del Bar Rumba, dove Gilles Peterson stava rilanciando l’elettronica come suono globale, miscelando Hip Hop e Jazz a sonorità etniche.

Affascinato dalle suggestioni e dagli input portati a casa dalle esplorazioni londinesi, il suo obiettivo diventa quindi quello di trasportare quel tipo di linguaggio, così contaminato e aperto alla sperimentazione, nel desolante panorama della provincia padana: una serie di One Night invernali ed estive di grande successo, organizzate insieme al recentemente formatosi collettivo Noego, indicano che il momento è quello giusto per osare e, con nella testa l’ispirazione di eventi all’avanguardia come il Big Chill britannico, Denis e i suoi collaboratori iniziano a pensare di trasformare quelle serate in qualcosa di più grande e visionario. Un festival. Festival che nel 2008 diventa realtà: proprio durante l’estate di quell’anno si tiene infatti la prima edizione di Jazz:Re:Found, ospitata dal Comune di Vercelli nell’area industriale ex-Montefibre, che per tre giorni alla fine di giugno diventa la casa di nomi fino a poco tempo prima impensabili da ascoltare in questa grigia cittadina di provincia come Little Dragon, The Heliocentrics, Osunlade, Mark De Clive-Lowe e Calibro 35.

Il successo è grande fin da subito, e Jazz:Re:Found si espande rapidamente, guadagnando il rispetto della comunità degli appassionati – e non solo! – grazie ad una proposta artistica di anno in anno sempre più elaborata; la piccola Vercelli inizia infatti a stare stretta, costringendo l’allegra combriccola a spostarsi in quel di Torino a partire dall’edizione 2014, dove il Festival sperimenta una nuova forma itinerante ispirata al concetto di Club to Club prima maniera, con i set sparsi per varie location della capitale sabauda e il pubblico invitato a partecipare a una ideale “caccia al tesoro” per scoprire artisti e performance con mood decisamente diversi.
Arriviamo così al 2019, anno in cui Jazz:Re:Found si sposta ancora, questa volta nel borgo monferrino di Cella Monte, dove Denis e il suo gruppo trovano quella che forse è la dimensione più adatta per l’evento, più vicina all’idea originaria: un’esperienza avvolgente, consapevole, ecosostenibile, in cui musica e natura si intersecano senza soluzione di continuità, tra workshop di vario genere, lezioni di yoga all’aperto, sessioni di meditazione e un’area campeggio a disposizione dei tanti visitatori in arrivo da tutta Europa, senza dimenticare il setting magico delle colline lussureggianti del Monferrato casalese.
Dal 2008 Jazz:Re:Found è riuscito nell’impresa di portare al pubblico del Nord Italia nomi altisonanti come De La Soul, Tricky, Four Tet, Apparat, Grandmaster Flash, Meute, Gilles Peterson, The Cinematic Orchestra, Afrika Bambataa, James Taylor Quartet.. La lista degli ospiti illustri potrebbe andare avanti all’infinito e per nostra fortuna è destinata ad allungarsi ancora, visto che il Festival nell’anno del Signore 2025 gode di ottima salute, come ho potuto personalmente constatare partecipando a quest’ultima edizione.
Domenica 31 agosto è infatti il quinto e conclusivo appuntamento della diciassettesima edizione di Jazz:Re:Found: il sole splende su Cella Monte, e già dal primo pomeriggio le strade del villaggio sono brulicanti di un’umanità multiforme, per la maggior parte caratterizzata dagli occhi cisposi ma felici di chi la sera precedente si è saputo godere la vita. La giornata sul palco dell’Ecomuseo è integralmente dedicata al takeover organizzato da Kety Fusco, con l’arpista italo-svizzera responsabile della selezione degli artisti pronti ad avvicendarsi sul prato che caratterizza questa venue; Studio Murena, Club Mondo e Addict Ameba sono tra i protagonisti impegnati a intrattenere il pubblico con sonorità sempre ricercate e innovative.


E a proposito di protagonisti: dopo l’eclettico set del beat maker e producer bolognese Godblesscomputers, che fa ballare gli astanti con la sua miscela esplosiva di musica black e stilemi elettronici, verso le 18,30 è proprio il suono dell’arpa di Kety Fusco a impadronirsi del palco dell’Ecomuseo, catturando in un lampo l’attenzione dei presenti che vengono trascinati in un vero e proprio sogno ad occhi aperti.

Vedere un live di Kety Fusco è un’esperienza mistica: vestita in top nero e pantaloni zebrati, la chioma riccia che segue svolazzante i movimenti frenetici del corpo assorbito dall’esibizione, l’artista è un tutt’uno con il suo strumento, che viene a tratti percosso con violenza come da un Pete Townshend futuristico, mentre la loop station riproduce all’infinito bassi profondi che si miscelano con le più cristalline note emesse dal registro più alto dell’arpa, gocciolanti sul tappeto sonoro come rugiada.

Kety presenta al Jazz:Re:Found il suo nuovo album “Bohème”, in uscita il 19 settembre, e approfitta dell’occasione per raccontare al pubblico del featuring di Sua Maestà Iggy Pop sul singolo “SHE”, una cavalcata dal suono inquietante in cui strati elettronici pulsanti si confondono con il tema filtrato dell’arpa e la voce profonda dell’Iguana che ripete il mantra The harp is not heard.. As much.

La giovane artista ha ancora un paio di assi nella manica prima di salutare: salgono infatti sul palco prima il pianista Thomas Umbaca, che ipnotizza i presenti con il suo stile sperimentale, e in seconda battuta la batterista Evita Polidoro, i cui groove originali accompagnano con grazia ma al tempo stesso in modo burrascoso le note dell’arpista.

Purtroppo i miei doveri da redattore chiamano, e a malincuore devo abbandonare lo show di Kety Fusco prima della sua conclusione per correre a gambe levate verso il Main Stage, dove sta per iniziare il set di Will Santt.

Classe 2003, il cantautore e polistrumentista brasiliano si presenta sul palco del Jazz:Re:Found con fare timido, ma non appena inizia a sciorinare sequenze di accordi implacabili sulla chitarra con il suo stile percussivo, diventa evidente a tutti i presenti che l’atteggiamento semplice e quasi imbarazzato nasconde un musicista incredibile e sicuro di sé, degno erede della tradizione di artisti come Antonio Carlos Jobim e João Gilberto.


Lo spazio sonoro si riempie così delle intricate armonie e del ritmo della Bossa Nova, mentre la voce di Will Santt, solo sul palco con il suo strumento, evoca delicatamente le agrodolci atmosfere di nostalgico rimpianto proprie della saudade.


In “Berimbau”, il giovane virtuoso dimostra tutta la sua padronanza tecnica della chitarra: le dita snocciolano con disarmante disinvoltura accordi e arpeggi alla velocità della luce seguendo la clave, mentre una linea vocale ritmicamente complessa come uno scioglilingua si sovrappone alle note della seicorde, strappando al pubblico cellese un’ovazione pienamente meritata; pubblico che infatti dopo la conclusiva, intensa cover di “Garota de Ipanema” richiama a gran voce l’artista brasiliano sul palco, che si congeda infine donando ancora qualche minuto della sua musica malinconica ai presenti.


Il mood cambia drasticamente con l’entrata in scena degli oreglo, quartetto londinese – in realtà stasera orfano del tastierista C-sé – che propone un avanguardistico crossover tra Fusion, Psichedelia, Heavy Rock e Reggae; salta subito all’occhio l’assenza del basso, le cui frequenze nello spettro sonoro vengono efficacemente riempite dal suono profondo del basso tuba suonato da Teigan Hastings.

Le bacchette danno il quattro e il Main Stage esplode: un riff all’unisono che sembra uscito dal primo disco dei Rage Against The Machine fa tremare il palco del Jazz:Re:Found, lasciando a bocca aperta il pubblico sbigottito, letteralmente spettinato da tale potenza sonora; non c’è il tempo di riprendere fiato che l’atmosfera evolve, con la chitarra psichedelica di Linus Barry impegnata in un bel solo chiuso da un ostinato sulla scala diatonica, il quale traghetta il brano verso un intervento solitario del basso tuba e fluisce poi in una sezione Dub, per concludere infine con il riff schiacciasassi iniziale. Con questi ragazzi non si scherza.


Il batterista Nicco Rocco è il capitano di questo vascello di pirati: oltre a prodigarsi in groove potenti e precisi, donando agli strumenti melodici una solida base ritmica che dà sicurezza nei lunghi voli pindarici delle improvvisazioni, il drummer è anche un cantante dal piglio rock convincente, come dimostrato tra l’altro nell’omaggio sotto steroidi al Pino Daniele di “Yes I Know My Way”, eseguita qui in un’aggressiva versione funky/fusion completa di solo di batteria finale.


L’inedito “The Word” conclude il set degli oreglo tra gli applausi della platea, che si prepara a quella che probabilmente è l’esibizione più attesa di questo Jazz:Re:Found 2025. Boom. Boom. Boom. Improvvisamente una raffica di colpi squarcia lo spazio sonoro, prendendo in contropiede il pubblico.
Boom, boom, boomboomboom, sempre più veloci, in un crescendo dinamico a tempo con i flash sparati nella retina degli spettatori dal megaschermo nel buio totale della venue, finché le luci si accendono e il groove trascinante di “Pure Pleasure Seeker” inizia a pompare dai line array, perfetta colonna sonora per l’ingresso in scena di Róisín Murphy.

La cantante irlandese, signora indiscussa dell’Elettropop, è accolta dal boato della folla, che tiene da subito nel palmo della mano: è praticamente impossibile infatti staccare gli occhi di dosso da questa performer magnetica e affascinante, mentre aizza la platea urlando nel microfono C’mon!! avvolta nel suo mantello colorato da stregone.


Miss Murphy è affiancata on stage da una band solida come una roccia composta da chitarrista, bassista, tastierista , percussionista e batterista, ruoli questi che in realtà si mescolano spesso e volentieri per eseguire al meglio gli arrangiamenti sempre eclettici e fantasiosi dei brani della leader e del gruppo che l’ha resa celebre, i Moloko: si passa infatti in un battito di ciglia dal Synth-Pop scintillante di “Overpowered” all’atmosfera calda, profonda e ipnotica della ballad House “Something More”, qui eseguita in medley con il Funk elettronico di “Let Me Know”.



Lo show di Róisín Murphy è uno spettacolo non solo per le orecchie, ma anche per gli occhi: l’artista non si ferma nemmeno per un attimo, sfoggiando outfit surreali sempre diversi di brano in brano – cappelli a cilindro, giubbotti in pelle dalle spigolose forme geometriche, un’enorme collana il cui pendaglio è una bambola a forma di neonato a grandezza naturale – o utilizzando una videocamera per proiettare a schermo in tempo reale dettagli dei suoi occhi, bocca, orecchi in primissimo piano con un effetto a dir poco straniante, come durante l’esecuzione di “Can’t Replicate”, brano che chiude ufficialmente il set prima dell’ovvio bis. Il beat pulsante di “Forever More” dei Moloko, guidato da un propulsivo riff Funky della chitarra in costante dialogo con la sezione ritmica, fa scatenare il pubblico un’ultima volta, mentre Róisín si aggira per il palco lanciando rose da un enorme bouquet.

È finita. Il popolo di Jazz:Re:Found si prepara a tornare alla routine quotidiana, dopo cinque giorni vissuti in un Eden fatto di musica di altissima qualità, paesaggi mozzafiato e tante persone belle, pure, come un Festival che ogni anno riesce a reinventarsi rimanendo al contempo fedele a sé stesso e ai propri ideali, un regalo per cui ringraziare quel ragazzo con il Jazz nel cuore che sapeva guardare lontano. Non è cosa da poco.
Articolo di Alberto Pani, foto di Silvia Sangregorio
