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Jazz:Re:Found 2026 Day #1

Dai richiami coltraniani alle atmosfere del primo soul, il debutto della rassegna unisce sofisticazione e ritmi da dancefloor

Jazz:Re:Found diventa maggiorenne: quella svoltasi dal 27 al 30 agosto 2026 è infatti la diciottesima edizione di quello che è ormai diventato uno dei festival boutique più amati e rispettati del panorama nostrano. Una manifestazione che, sin dall’esordio in quel di Vercelli nell’ormai lontano 2008, fa della altissima qualità della proposta musicale il suo vessillo, il quale garrisce fiero dal campanile della Chiesa di San Quirico di Cella Monte; è dal 2019, infatti, che questo ameno paesino circondato dalle lussureggianti colline del Monferrato casalese è diventato la casa di Jazz:Re:Found.

Tornare a casa

Il concetto di “casa” sembra essere di particolare importanza per il team guidato dal fondatore e direttore artistico Denis Longhi: l’edizione 2026 è stata infatti battezzata “HOMECOMING – Where We Belong”, a sottolineare il rapporto creatosi tra il festival, il suo pubblico più affezionato e la location. Più ancora della musica, è questo legame a rendere speciale Jazz:Re:Found, una sensazione di comunità chiaramente percepibile mentre si sale tra i viottoli di Cella Monte verso il Main Stage, quasi amplificato dagli edifici storici in tufo e dalla bellezza da togliere il fiato di un territorio sospeso tra antico e moderno, a fare da cassa di risonanza emotiva per le “good vibes” che da sempre caratterizzano l’evento piemontese.

I raggi del sole di fine estate sono scudisciate bollenti sulla schiena dei tanti ragazzi ed ex ragazzi che, indomiti, affrontano la salita che dal parcheggio porta al cuore del festival nel caldo soffocante di giovedì 27, allo scopo di non perdersi nemmeno un minuto di quello che promette, come ogni anno, di essere un evento imperdibile. Essendo la giornata inaugurale, alcuni dei palchi non sono ancora attivi, con solo il Main Stage e il dance club all’aperto ricavato sulla cima della collina di San Quirico ad essere già pronti per accogliere i partecipanti. Ed è proprio a San Quirico che, alle ore 12:00, il selector torinese Francesco Colohan, meglio conosciuto come Franco Clh, dà il via alla diciottesima edizione di Jazz:Re:Found. Ammettiamolo: essendo un giorno lavorativo, il pubblico almeno fino verso sera è relativamente sparuto, anche se la momentanea carenza di folla è sicuramente compensata dall’entusiasmo di chi è già presente, coccolato dalle performance del già citato Clh e di Haseeb Iqbal. Il dj britannico-pakistano, a partire dalle 16:00, prende infatti possesso della console, facendo ballare tutti con la sua eclettica selezione musicale, tra Space Disco, Afrobeat e Brit Pop.

Sono le 20 passate, ed è compito della storica firma del giornalismo musicale italiano Damir Ivic, in qualità di amico fraterno del festival piemontese sin dagli albori, aprire finalmente le danze sul Main Stage. Damir non lesina parole di ammirazione per gli artisti, l’organizzazione e soprattutto il pubblico presente fin da questa prima giornata, un elogio verso coloro che veramente hanno capito lo spirito che contraddistingue Jazz:Re:Found.

FreshMula

È FreshMula a inaugurare ufficialmente la serata. All’anagrafe Omar Gueye, l’artista italo-senegalese porta in dote a Jazz:Re:Found la sua particolarissima proposta musicale, un affascinante crossover che unisce Rap contemporaneo, Neo Soul e Jazz, lontano dai cliché più aggressivi e spesso volgarotti dell’Hip Hop e della Trap mainstream e caratterizzato invece da uno stile raffinato ed elegante, con barre scioglilingua che alternano l’introspezione personale a una lucida analisi critica del mondo di oggi, caratteristiche riscontrabili fin dall’energico opener “Sotto Controllo”.

Ammetto che, non seguendo con particolare passione il mondo del Rap e dintorni, l’esibizione di FreshMula non era tra le più attese della mia personale tabella di marcia. Errore mio: con a disposizione poco meno di un’ora, il musicista originario di Treviglio ha dimostrato a tutti come sia possibile coniugare efficacemente rime indiavolate con un linguaggio musicale principalmente basato sul Jazz degli anni Cinquanta e Sessanta, grazie anche alla classe dei musicisti che lo accompagnano nelle sue performance live. Basso elettrico, batteria, tastiere e sassofono, quasi una versione moderna del quartetto classico di John Coltrane, il cui celebre tema di “Giant Steps” viene non a caso citato dall’ottimo Gabriele Ioppolo al sax. Menzione speciale per la corista e “seconda in comando” Binta, che dal suo palchetto alla sinistra del bandleader declama versi poetici a corredo della parte musicale, come quando introduce “We Have a Dream”. FreshMula saluta il pubblico di Jazz:Re:Found consapevole di essersi guadagnato la stima della platea monferrina grazie ad un’esibizione di caratura eccellente. Ma è giunto il momento di salire sul palco per il prossimo artista.

Pale Jay

Pale Jay è un mistero sotto ogni punto di vista. Si presenta al pubblico immancabilmente con il volto coperto da un passamontagna rosso, dal quale fanno capolino solo occhi e bocca. Poche e frammentate sono le informazioni sulla sua vita privata: l’unica cosa certa è il suo talento smisurato come songwriter e cantante, i cui falsetti cristallini si stagliano sopra ai beat Boom-Bap e Funk della sezione ritmica, mentre gli strumenti armonici sono impegnati a tessere una complessa rete di accordi, dove linee melodiche dal sapore soul si muovono con la letale eleganza di un aracnide.

Il pubblico di Cella Monte è incantato sin dalle prime note del breve brano di apertura, “For James”. Accompagnato da un tastierista e da un secondo musicista a dividersi tra chitarra e basso (i cui nomi sono ammantati di mistero, come da estetica del bandleader), con groove di batteria in base e cori campionati ad arricchire gli arrangiamenti del trio, la musica di Pale Jay esce dall’impianto suadente come un gatto che fa le fusa, immergendo il Main Stage in una crema sonora dolce e morbida dove i cuori dei presenti affondano con la gioia serena di un bambino che si accinge a mangiare il suo dolce preferito. Non mancano i momenti più coinvolgenti e “danzerecci”, con diversi brani dove il ritmo si alza, strizzando l’occhio alla Disco così come al Latin Soul: “Dos Uvas” ne è un ottimo esempio, con le sue vibrazioni Bossa Nova e un groove percussivo e solare, malinconico come la fine dell’estate.

Tra i momenti più intensi, la sognante rilettura di “Nature Boy”, celebre standard jazz portato al successo da Nat King Cole, qui proposta in un arrangiamento per voce e piano elettrico da far venire i brividi. Ma è il Soul ispirato agli anni Settanta di “Easy, Lee” a mettere la ciliegina sulla torta alla performance di Pale Jay e compagni, con la sua atmosfera intimista e avvolgente a chiudere la scaletta.

Mind Enterprises

Jazz:Re:Found dà l’arrivederci a Pale Jay per prepararsi all’esibizione degli attesi headliner. Mind Enterprises è da sempre l’alter ego del producer torinese Andrea “Secco” Tirone, che dal 2012 porta avanti le varie incarnazioni del progetto; il vero punto di svolta è però l’incontro a metà anni Dieci con Roberto Conigliaro – meglio conosciuto come “Baffo” – con il quale inizia a collaborare facendo diventare Mind Enterprises un duo. Non passa molto prima che la musica della coppia evolva verso una rielaborazione delle sonorità tipiche della Italo Disco degli anni Ottanta e Novanta, con il primo successo “Monogamy” nel 2019. La consacrazione arriva però nel 2025, quando i video dei due, impassibili, che eseguono i loro brani nella cucina di Secco mentre bevono cocktail diventano virali, a fare da traino al più recente album “Negroni Love” pubblicato l’anno successivo. Dopodiché, l’invito a suonare a Coachella 2026 e un tour infinito, che dopo l’Europa li porterà a settembre negli Stati Uniti e in Canada, paesi dove i Mind Enterprises godono di un seguito invidiabile.

Il live set con il quale Secco e Baffo fanno ballare il Main Stage è un lungo concatenarsi di groove squadrati e trascinanti, con i brani a fluire l’uno dentro l’altro senza apparente soluzione di continuità, mentre Andrea incita il pubblico aprendo le braccia come un predicatore colpito da qualche illuminazione divina e Roberto a picchiare sul drum pad, ancheggiando nei cortissimi shorts in stile Magnum P.I. Una certa (auto)ironia è sempre presente, così come un evidente gusto per la citazione, come dimostra per esempio l’opener “Discough” o la litania di risultati calcistici protagonista di “Tuttosport”. I due producer sono inarrestabili nel manipolare sapientemente i suoni prodotti dai loro synth analogici, plasticosi in modo quasi caricaturale ma allo stesso tempo caldi ed espressivi: spesso i bpm rallentano improvvisamente per poi accelerare di nuovo, mentre dagli strumenti vengono spremuti suoni alieni e contemporaneamente familiari, che hanno soprattutto per gli Xennials il sapore dolce della nostalgia per tempi forse più felici, sicuramente più semplici.

Il moderno inno Italo Disco “Negroni Love” fa scatenare la platea monferrina, mentre “Tacchini”, guidata da una cassa dritta in stile club e da un synth bass incalzante, è ipnotica come una “Gioca Jouer” trasposta quarant’anni nel futuro. Le atmosfere sognanti della conclusiva “Another World” sono invece debitrici, oltre che della Disco italiana anni Ottanta, della Dream House venuta alla ribalta all’inizio del decennio successivo: le note orecchiabili del tema risuonano da una parte all’altra della platea rendendo impossibile rimanere fermi, una degna conclusione per uno spettacolo allo stesso tempo divertente e di gran classe.

Outro

La prima giornata del festival monferrino è giunta così agli sgoccioli: i più coraggiosi rimarranno a ballare sulle selezioni musicali gentilmente fornite da Turbolenta al Dancing e da Habibi Funk a San Quirico, mentre il resto della folla sciama verso le macchine, in cerca del meritato riposo dopo una giornata intensa. Del resto, è un weekend colmo di emozioni quello che attende il popolo di Jazz:Re:Found, e il viaggio verso casa – che sia quella reale o quella ritrovata tra le colline di Cella Monte – è solo all’inizio.

Articolo di Alberto Pani
Foto courtesy del Festival

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