Sabato 29 agosto, terza giornata di Jazz:Re:Found edizione 2026: il caldo di fine estate non accenna a dare tregua alle migliaia di appassionati giunti da mezza Europa per partecipare alla manifestazione, la qualità altissima della proposta musicale e dei vari eventi collaterali fa passare in secondo piano anche l’inevitabile tributo di t-shirt inzuppate che ogni festival estivo che si rispetti esige.
Il terzo giorno continuò a ballare secondo le Scritture
È la musica del giovane producer e dj torinese Nick Mazrekaj a dare la sveglia al popolo di Jazz:Re:Found dall’alto della collina di San Quirico. Mazrekaj è uno dei nomi più freschi ad essere entrati nel roster di resident selector della manifestazione, forte di un gusto musicale eclettico e ricercato, in grado di spaziare tra beatmaking di matrice Hip-Hop, sfumature Neo-Soul e sonorità clubbing calde ed elettroniche. Per i più avventurosi, di ritorno dalla passeggiata mattutina tra le colline del Monferrato proposta dallo sponsor Salewa, c’è invece l’imbarazzo della scelta per avvicinarsi all’ora di pranzo: la listening session a cura del produttore, chitarrista e dj Lorenzo Morresi all’Ecomuseo, programmata per le 11:00, garantisce senza dubbio la giusta dose di good vibes, mentre chi sente il bisogno di riequilibrare la propria energia può fare un salto nel giardino del Shambala Stage, dove anche oggi sono previste sessioni di yoga atte a preparare corpo, anima e cervello alle fatiche della giornata.
Alle 13:00 l’appuntamento è con l’amico di lunga data del festival Mr.Scruff, che dalla vecchia Inghilterra porta a San Quirico una selezione dove i ritmi del Broken Beat si fondono naturalmente con i groove della Disco e le armonie del Nu Jazz, in attesa, sempre sullo stesso palco, della performance firmata Kirollos. Famoso per i suoi set in vinile al 100%, il dj originario di Brighton fa saltare tutti i presenti con martellanti groove Funk, Soul e Boogie che fanno tremare in modo preoccupante, poco prima del tramonto, le vetrate della antica chiesetta che dà il nome allo stage. Nel primo pomeriggio si attiva anche Buen Retiro: i primi ad esibirsi sono The Mighy Tiny and the Many Few, un collettivo con base a Copenhagen che riunisce ben quindici strumentisti provenienti da tutta Europa, anche se la performance che chi scrive attendeva con maggiore impazienza è sicuramente quella di I Am an Instrument. Sempre proveniente dalla Danimarca, la premessa di questo eclettico gruppo di musicisti è semplice e allo stesso tempo coraggiosa: niente scalette, niente arrangiamenti, nessuna rete di sicurezza. È un po’ un peccato che le atmosfere soffuse del primo brano siano state disturbate dal soundcheck martellante in corso sul Main Stage, ma dopo questo piccolo ostacolo il concerto si è svolto senza intoppi, anzi! Il Modal Jazz sfumato di Dub proposto da I Am an Instrument si è rivelato mesmerizzante per il folto pubblico presente, con improvvisazioni magnetiche ad arrotolarsi su sé stesse in un saliscendi di dinamiche, come un metaforico gatto atto a mordersi armonicamente la coda.
Sami Galbi
È un fiume umano quello che, poco prima delle 20:00, si dirige da ogni angolo di Cella Monte verso il Main Stage, dove sta per esibirsi il musicista, produttore e polistrumentista di origini marocchine, ma cresciuto nella Svizzera Romanda, Sami Galbi. L’immaginario sonoro di Galbi poggia su un dialogo costante tra identità e contaminazione: l’artista infatti attinge a piene mani dai generi popolari del Nord Africa, in particolare il Chaâbi e il Rai, rielaborandoli attraverso l’utilizzo di drum machine, synth, chitarre pesantemente effettate e influenze contemporanee. I testi sono in arabo marocchino (Darija) affiancato al francese, interpretati con uno stile a metà tra il lamento del muezzin e il flow caratteristico dell’Hip-Hop. Troviamo un ottimo esempio del suo originalissimo approccio in “Kiss”, il cui groove in equilibrio tra il Reggaeton e il Rai fa scatenare il pubblico di Jazz:Re:Found, mentre sul palco Sami e i suoi musicisti – Yann Hunziker alle percussioni e Inès Mouzoune a controllare synth e parti elettroniche – si muovono come tarantolati in preda alla trance esoterica del ballo. Più rarefatta e ipnotica è invece “Patience”, dove la chitarra elettrica di Galbi avvolge tutto il perimetro del Main Stage con un suono clean, colorato da un ampio delay, prima che la cassa inizi a fare il suo lavoro e l’arrangiamento esploda in un tripudio di pad atmosferici.
Dal palco l’artista svizzero-marocchino non le manda certo a dire, e punta il dito verso la situazione drammatica in cui versano le famiglie più povere nel suo adorato Marocco, costrette a cercare di sopravvivere con l’acqua razionata a beneficio di turisti e classi sociali altoborghesi, così come non manca di ricordare i tanti prigionieri a marcire ingiustamente nelle carceri di Stato; una consapevolezza politica che si rispecchia spesso anche nei testi della sua produzione. Durante l’ultimo brano in scaletta, il palco d’improvviso si spegne completamente: luci e attrezzature audio sono momentaneamente fuori uso, mentre i tecnici accorrono solerti per porre rimedio all’inconveniente. Per fortuna, questo piccolo imprevisto viene risolto in pochi minuti, con i musicisti a prendere di nuovo possesso delle relative postazioni al grido di WE ARE BACK!, per concludere degnamente il concerto tra gli applausi dei presenti.
Venna
Pochi minuti di attesa, e il tappeto sonoro chill, dal mood spaziale, gentilmente fornito dai tre musicisti della band apparsi poco prima sotto le luci lilla del palco, segna l’ingresso sul Main Stage del sassofonista, compositore e produttore britannico Venna. All’anagrafe Malik Venner, l’artista nasce a South London nel 1999, e seppur giovanissimo può già vantare una carriera invidiabile: dopo gli ep “Venology” ed “Equinox”, dà infatti alle stampe il primo full lenght a suo nome “MALIK” nel 2025, un lavoro raffinato, acclamato dalla critica specializzata. Oltre a questo, Venna può fregiarsi di una serie di collaborazioni da far impallidire chiunque, da Beyoncé a Yussef Dayes, fino ad arrivare a Wizkid, che lo porteranno, tra le altre cose, a un filotto di nomination ai Grammy Awards con la vittoria nell’edizione 2021, grazie al suo lavoro con Burna Boy per il disco “Twice as Tall”. Il musicista britannico porta in dote a Jazz:Re:Found un sound ora oscuro, ora solare, che smussa i contorni rigidi del Jazz per ibridarlo con i ritmi più morbidi dell’R&B e del Neo-Soul; protagoniste sono ovviamente le linee del sax, mai alla ricerca del virtuosismo fine a se stesso, quanto piuttosto del fraseggio melodico, quasi a voler entrare sottopelle a un pubblico attento e competente come quello della manifestazione piemontese.
Il lavoro dei musicisti che accompagnano Venna è assolutamente da elogiare: è anche grazie al loro contributo, infatti, se il live set proposto dal bandleader risulta così affascinante, facendo ora respirare il beat con trame sonore morbide e al servizio del brano, per poi lanciare il groove in galoppate a rotta di collo, guidate dalla batteria di Dominique Gervais e dal basso di Lesley Essel. Completa la formazione il chitarrista Jacob McGibbon, i cui furiosi fraseggi fusion sono il perfetto contraltare per il sound più minimalista del sassofono. Il quartetto saluta Jazz:Re:Found tra gli applausi della folla, dopo un’ora e mezza di duelli a colpi di note, in una performance di livello altissimo, in grado di coinvolgere profondamente sia gli appassionati del genere che l’ascoltatore occasionale.
Acid Arab
Tocca al dj set di Guido Minisky e Hervè Carvalho – i due fondatori, nonché strateghi sonori, del collettivo parigino Acid Arab – chiudere la serata sul Main Stage, con una eclettica selezione musicale che fonde la struttura dei generi occidentali con i linguaggi musicali del Medio Oriente e del Nord Africa, un ideale fil rouge questo che, in qualche modo, collega gran parte delle esibizioni di questa diciottesima edizione del festival.
Il loro set si configura come un viaggio a cavallo del beat, che mescola i loro brani (alcuni nella forma originale, altri remixati) con chicche provenienti da ogni parte del mondo, dalle rarità Dabke scovate in qualche polveroso negozio di dischi alle produzioni Electro e Techno contemporanee, dal classico sound House di Chicago al Synth-Pop libanese degli anni Ottanta. Il pubblico è trascinato in modo irresistibile dal flusso sonoro denso e inarrestabile dei loop ritmici, coinvolto in una danza che ha le caratteristiche di un rito primitivo e futuristico allo stesso tempo, fino all’impennarsi dei BPM al culmine della performance, dove le sonorità si fanno più vicine a quelle di una Techno acida e a tratti oscura. Lo show di Acid Arab va avanti fino all’una di notte se non oltre, quando il duo saluta la folla festante per lasciare spazio alla selezione musicale di Boogie – ad animare il Dancing antistante il palco principale – e a quella di TonnoDisko a San Quirico, con i più festaioli a continuare le danze fino a notte fonda.
Outro
I piedi pesano per i chilometri macinati tra uno stage e l’altro, e le gambe sono flagellate dall’acido lattico dopo ore passate a ballare senza sosta. La manifestazione ha trasformato anche oggi il Monferrato in un immenso dancefloor a cielo aperto, uno spazio dove ritrovare vecchi amici, incrociare sguardi sconosciuti e scoprirsi parte di un’unica, grande comunità unita dalla stessa passione. Domani è la giornata conclusiva: il sipario sta per calare, ma il popolo di Jazz:Re:Found non ha nessuna intenzione di smettere di divertirsi.
Articolo di Alberto Pani
