Domenica 30 agosto è l’ultima giornata dell’edizione 2026 di Jazz:Re:Found. Una inevitabile lacrimuccia non può che scendere sulla guancia di chi è a Cella Monte in pianta stabile fin da giovedì 27, a godere della tanta, tantissima musica di qualità che, anche quest’anno, il “deus ex machina” del festival Denis Longhi e i suoi collaboratori hanno portato tra le colline del Monferrato casalese.
Il mattino ha il groove in bocca
La collina di San Quirico, già dalle 7:00 di mattina, fa da cassa di risonanza per la selezione raffinata del dj e curatore musicale Ma Nu!, definito la sera precedente da Damir Ivic un pezzo di cuore per noi di Jazz:Re:Found. Ligure di origine, ma torinese di adozione, Ma Nu! è una firma storica del festival piemontese, i cui set si contraddistinguono per spaziare senza soluzione di continuità tra groove afrobeat, trame jazz, House sofisticata ed Elettronica di ricerca, una colazione dei campioni perfetta per i clubbers più mattinieri.
C’è un nome, però, tra quelli pronti a esibirsi a San Quirico, che spicca su tutti gli altri: quello di Gilles Peterson. Il padrino di Worldwide è un po’ la “musa ispiratrice” di Jazz:Re:Found, punto di riferimento assoluto per le tendenze musicali più innovative, nonché uno degli idoli di un ancora imberbe Longhi, che all’inizio degli anni Zero si ritrova settimanalmente a fare la spola tra la natia Vercelli e la Terra di Albione per partecipare alle serate del Bar Rumba, dove proprio Peterson sta rivoluzionando il mondo dell’Elettronica miscelando Hip-Hop, Jazz e suoni etnici. Peterson, durante la sua performance pomeridiana, alterna continuamente ritmi e atmosfere differenti: passa in maniera fluida dalla Batucada brasiliana alla House, per poi scivolare verso l’Afrobeat, tra grandi classici e brani, invece, ingiustamente dimenticati. Un viaggio intorno al mondo a ritmo di musica, che fa ondeggiare per ore la folla radunatasi attorno alla sua console sotto i raggi infuocati del sole di fine agosto.
Un altro show che stuzzica senza dubbio il palato fino degli appassionati è quello della leggenda dello Spiritual Jazz Kahil El’Zabar, atteso sul palco di Buen Retiro a partire dalle 17:45. Percussionista poliedrico, compositore e bandleader, la sua formazione musicale è legata a doppio filo con la leggendaria Association for the Advancement of Creative Musicians (AACM) di Chicago, e può vantare collaborazioni illustri con numi tutelari della musica del Novecento, come Dizzy Gillespie, Cannonball Adderley, Nina Simone e Stevie Wonder. Accompagnato qui da un contrabbasso e da un sassofono, a ricamare linee dal sapore Bebop intorno ai groove quasi rituali del tamburo, El’Zabar canta con voce suadente e profonda da sciamano, intrappolando nella sua rete gli spettatori che, come assuefatti, non riescono a staccare gli occhi da ciò che succede sul piccolo palco.
Anche all’Ecomuseo non mancano certo momenti stimolanti e coinvolgenti, seppur con un taglio decisamente più rilassato. Tra i tanti appuntamenti della giornata, è degna di nota la presenza nel pomeriggio della “cheffe” stellata Chiara Pavan, intervistata dal dj e storica voce di “Musicalbox” Raffaele Costantino all’interno del format “Clan Acustico”, in un interessante approfondimento che mette insieme cibo e tecnologia, arte culinaria e musica.
Daddy G
In occasione dell’ultima serata di festival, le porte del Main Stage si aprono decisamente in anticipo rispetto al solito: a partire dalle 18:30, infatti, Grant Marshall – meglio noto con il nickname Daddy G – tiene banco per due ore piene con un dj set martellante, in uno degli eventi più attesi di questa diciottesima edizione di Jazz:Re:Found.
L’artista inglese non ha certo bisogno di presentazioni; il musicista originario di Bristol è infatti tra i membri fondatori della band simbolo del Trip-Hop Massive Attack, oltre a potersi fregiare di una carriera solista di grande successo come dj, producer e selector. Con i suoi compagni Robert “3D” Del Naja e Andrew “Mushroom” Vowles, tra gli anni Novanta e i Duemila Marshall rivoluziona il mondo della musica elettronica, con dischi come l’esordio “Blue Lines” del 1991 e “Mezzanine” nel 1998, vera e propria fucina di hit che trasforma la musica del terzetto da oggetto di culto per gli appassionati a colonna sonora onnipresente per chiunque sintonizzasse il proprio televisore su MTV.
La selezione di Daddy G per Jazz:Re:Found è un uragano sonoro travolgente, dove le sonorità del Dub e del Reggae fanno da spina dorsale a un set che mescola in scioltezza Old School Rap, Vintage Funk, ritmiche afro-caraibiche, con groove sempre fluidi e dinamici contraddistinti da profondi bassi vibranti e riverberi dilatati. Il pubblico risponde a tono, ballando allo sfinimento sotto al palco e rimbalzando da una parte all’altra del parterre, invitato a scatenarsi dalla voce del toaster che esclama Jump! Jump! Jump! dall’impianto.
La Niña
Il ruggito di un tuono lontano, a rimbombare da un angolo all’altro del Main Stage, annuncia l’arrivo della prossima artista in scaletta: La Niña possiede il primitivo, sensuale magnetismo di una Menade di Dioniso, e la sua sola presenza sul palco investe il pubblico come il vento di Scirocco, a portare con sé il pulviscolo del deserto e la furia incontrollabile del mare in tempesta. Carola Moccia – questo il suo nome di battesimo – dopo l’esperienza con il duo elettropop Yombe assume l’identità de La Niña nel 2019, in una metamorfosi artistica che la porterà dalle sonorità internazionali del progetto precedente a un’impronta sonora e visiva che unisce il Folk partenopeo arcaico con la sensibilità contemporanea, un mix tra passato e presente che la rende una delle più innovative voci della nuova scena napoletana. La Niña è reduce dal successo travolgente del suo ultimo lavoro “FURÈSTA”, il quale le è valso una popolarità improvvisa oltre alla stima unanime della critica, che l’ha premiata nel 2025 con la Targa Tenco per il “Miglior album in dialetto”. La musica de La Niña è carnale, materica, connessa con ogni singola nota al mondo naturale, dal quale trae continuamente ispirazione, come spiega agli spettatori prima di guidare la band nell’esecuzione di “Oinè”: Ho scritto questa canzone ispirandomi al comportamento degli animali. Osservandoli con attenzione, gli animali mi hanno spiegato che non è un problema essere disallineata con il mondo, vivere seguendo il mio istinto, perché è ciò che loro fanno naturalmente.
La conturbante “Salomè” è invece introdotta dal rasgueado della chitarra classica imbracciata dall’artista napoletana, a danzare con la melodia del flauto traverso suonato da Francesca Iavarone. Durante il break del brano viene presentata la band, che insieme alla già citata Iavarone vede sul palco Chiara di Girolamo a cori e nacchere, Francesca Del Duca alla batteria e percussioni e Alfredo Maddaluno a occuparsi delle parti di tastiera e synth, oltre a suonare il mandolino e diversi altri strumenti tradizionali, rivelandosi come vero e proprio regista sonoro delle intricate trame che compongono gli arrangiamenti dei brani. In duetto con la tastiera di Maddaluno, La Niña rielabora il classico di Renato Carosone “Maruzzella”, in una versione cibernetica che filtra con il suono del vocoder e dell’harmonizer la celebre melodia della voce.
Gli accenti della batteria in sedicesimi sono il motore musicale di “Guapparìa”, i cui infidi protagonisti sono accomunati dalla cantautrice partenopea a Chi governa senza onestà, mentre il groove del manifesto “Figlia d’ ‘a tempesta” cresce come una mareggiata fino al climax liberatorio, dove la voce principale si intreccia con il controcanto del coro, a decuplicarne l’impatto emotivo. Il concerto si conclude sulle note di un brano di cui ancora non esiste una versione in studio: arrangiata come un Cantico a cinque voci, per utilizzare le stesse parole dell’autrice, “Manalonga” è la rivisitazione in musica di una celebre leggenda della tradizione napoletana, una storia dai contorni fiabeschi che mette in guardia sul significato di bene e male. Dobbiamo avere più paura della strega o di chi l’ha buttata nel pozzo?
Arsenal Mikebe
La Niña si congeda da Jazz:Re:Found salutata dall’ovazione del pubblico entusiasta. Siamo alle battute finali, e dopo un breve cambio palco gli Arsenal Mikebe sono pronti per far calare il sipario sul Main Stage. Il progetto Arsenal Mikebe nasce in Uganda, a Kampala per la precisione, dall’incontro tra Jonathan Uliel Saldanha e i percussionisti Ssentongo Moses, Dratele Epiphany e Luyambi Vincent De Paul, che fondono i ritmi tradizionali della loro terra con sonorità Trance e Jungle in un’esperienza magnetica e travolgente. Lo strumento con il quale il gruppo veicola il proprio sound ancestrale è un sistema di percussioni unico nel suo genere, ideato e costruito interamente a mano da Henry Segamwenge, in grado di generare un timbro a cavallo tra analogico e digitale, come una Roland 808 fatta di legno e metallo invece che di transistor e chip.
L’esibizione degli Arsenal Mikebe è un tour de force che ha molto a che fare con la performance atletica: radunati intorno alle percussioni, i musicisti sono inarrestabili nel colpire tamburi e campane con una violenza quasi ossessiva, saltando, piegandosi e liberando la propria energia sugli strumenti, mentre ruotano continuamente scambiandosi di posto. La pulsazione ritmica accelera in pochissimo tempo fino a velocità vertiginose, una mitragliatrice umana che fa precipitare la platea in uno stato di estatica trance collettiva. In una delle rare pause, la band comunica al pubblico di Cella Monte tutta la propria gratitudine: Siete adorabili, noi siamo gli Arsenal Mikebe dall’Uganda, e siamo felicissimi di essere qui stasera a suonare per voi, prima di ripartire con un groove ancora più serrato del precedente, che fa sembrare il ritmo della moderna Drum and Bass un divertissement per anziani signorotti dalle ginocchia fragili.
Alla fine del concerto, sia la band che il pubblico sono visibilmente provati, dopo il marasma ritmico totale in cui l’ultima accelerazione ha trovato il suo culmine. Quella degli Arsenal Mikebe è musica elettronica, ma riportata alla sua radice tribale e fisica: niente console, niente laptop o sequenze, solo pelle, metallo, sudore e velocità.
Outro
Le luci sul Main Stage si spengono per l’ultima volta, ma non è ancora il momento di lasciarsi andare alla malinconia. Il popolo di Jazz:Re:Found è chiamato infatti a stringersi in un ultimo abbraccio sonoro, con il set raffinato di Toy Tonics a San Quirico ad anticipare il Closing Party finale del Dancing, nel saluto colmo di gratitudine del festival alle 15000 anime che, in questi quattro giorni, hanno reso vive le colline monferrine. L’appuntamento è per l’anno prossimo, sempre qui a Cella Monte: sono infatti già disponibili le prevendite per il full pass dell’edizione 2027, con le date dal 26 al 29 agosto da segnare sul calendario. Guardarsi indietro fa quasi male, ma sapere che ci ritroveremo esattamente nello stesso posto è l’unica consolazione che conta. Arrivederci, Jazz:Re:Found.
Articolo di Alberto Pani
