Era da tempo che non assistevo ad un concerto fisico come quello di LeBron Johnson del 28 novembre all’Esoteric Pro Audio Theater di Villafranca di Verona. Una realtà, quella dell’Esoteric, che si conferma uno degli spazi di provincia più interessanti per la proposta di eventi sempre in crescita, sia sul fronte della qualità che sul fronte degli spettacoli. Inoltre, con l’Esoteric Mirko Marogna ha creato un locale che non ha eguali sul fronte della qualità audio proposta all’ascoltatore. Credetemi, un concerto qua lo dovete ascoltare per capire cosa vuol dire aver rispetto assoluto del suono e della musica degli artisti che vengono ad esibirsi in questo teatro. Ogni volta che vi torniamo, oltre ad essere accolti con grande cortesia (merce rara, e di cui siamo davvero grati), sentiamo una musica diversa, anche se si tratta di gruppi o di artisti che già conosciamo.

Non era il caso dei LeBron Johnson, band che seguiamo dal loro primo disco “Anonymous”, ma che dal vivo non avevamo ancora avuto la possibilità di ascoltare. Pochi mesi fa, poi, è uscito il secondo lavoro, “Strong Man, Still Human”, concept album che ora è disponibile anche in cd (la nostra recensione). E questa è stata una ghiotta occasione, quella cioè di ascoltare il nuovo tour con i pezzi dell’ultimo lavoro. Nata nel 2021, la band è formata da Andrea Pititto, in arte Andy Pitt, chitarrista e ideatore del progetto, Alberto Pavesi alla batteria, Filippo Romano all’organo Hammond + Leslie 122, e Davide Medicina al basso. Alla voce c’è LeBron Johnson, cantante funk-soul di origine nigeriane-italiane. Una vera forza della natura, ma avremo modo di spiegare il perché di questa affermazione.


La serata, ad impianto spento, sembrava destinata però ad essere un concerto tranquillo, con un pubblico attento e ricercato, ma poco propenso a scatenarsi. Non sarà così, perché il valore aggiunto di questa ottima band è proprio nella carica del suo frontman, artista capace di divertire, di divertirsi, di stimolare e di tirare fuori, con anima e tanto corpo, anche lo spirito più sonnacchioso e tranquillo presente nel pubblico. Per capirci, io stesso – di fatto un sasso, incapace pure di pogare nei tempi d’oro – posso dire di aver “ballato” molti dei pezzi della serata.

La data di Villafranca era stata inserita, in tempi non molto larghi, fra altre tappe del tour con la quale la band sta promuovendo il nuovo disco. Il rischio, insomma, di una serata calma, con entusiasmo moderato, c’era. E invece… E invece la differenza dura e pura l’hanno fatta una band che suona in modo splendido e che sul palco dimostra un ottimo e invidiabile affiatamento che – detto sinceramente – è difficile trovare in circolazione; i solisti che sanno mettere la loro capacità al servizio dei colleghi, i suoni ben curati e, non ultimo, un frontman che – come si diceva – è pura energia fisica.

L’inizio dello spettacolo è stato affidato a “Worries”, brano che apre il nuovo lavoro, un concept nato dall’osservazione della fotografia storica di un uomo torturato che, con grande dignità, mostra il suo corpo. Ed eccolo lì il corpo che torna ancora una volta, ed è al centro di una proposta musicale che, detta in modo banale, è figlia di una tradizione musicale nota, dove l’innovazione non è però la chiave di volta. Quello che fa la differenza, in questo genere musicale, è l’anima.

Non a caso siamo nel macro-mondo del soul e del funk, con retrogusto di blues, generi dove il sudore del corpo si deve vedere, sentire, e deve sempre esondare dal palco grazie a quello che i musicisti mettono in gioco. E se i LeBron Johnson hanno nel loro leader la guida, il maestro, il fratello maggiore che ispira, c’è da dire che tutta la band sa animare la scena. L’energia all’organo di Filippo Romano è contagiosa, e non si direbbe dall’uscita in scena, ma seguirlo nella sua performance garantisce divertimento ed energia.

Alberto Pavesi è un vero schiacciasassi, un metronomo vivente che non perde un colpo e tiene sotto controllo tutto l’apparato ritmico, come d’altronde il motore di Davide Medicina, basso energico e martellante, che vive ogni nota che suona. Andrea Pititto si trasfigura nel momento in cui accende la sua chitarra. Appare calmo, sereno e molto concentrato all’uscita, per poi diventare un tutt’uno con la sua sei corde, e dare vita a trame morbide che si alternano con un funk/soul di ottima fattura e interpretazione. Il risultato è quello di una vera gioiosa macchina da divertimento che si completa con la fisicità di LeBron Johnson.

Vero o falso che sia il racconto che il cantante propone al pubblico – ero in una chiesa evangelica e lì mi hanno trovato i miei amici – Johnson si spende, in tutto e per tutto. Canta, balla, chiama a raccolta il pubblico, che risponde subito, senza mai esitazione. Allo stesso tempo scende fra la gente, senza nessun isterismo, ma con garbo e allo stesso tempo capacità ipnotica. Gioca sulle sue radici africane, le trasmette, le fa diventare oggetto di condivisione.

Sa coinvolgere e sa utilizzare un fisico non troppo palestrato, ma che si muove e segue la musica come se fosse uno di quegli automi che ballano al ritmo dei suoni proposti. Semplicemente splendido. Di frontman così, davvero, attualmente, nel nostro Paese ce ne sono pochi. E lo diciamo forti dei molti e molti concerti visti, che ci danno il termine di paragone. Insomma, i LeBron Johnson ci credono loro per primi nella musica che fanno e che propongono, e questo diventa veicolo di quell’onestà che nella musica dal vivo è cifra necessaria per essere credibili.

In sintesi, i LeBron Johnson sono una buona band in studio, ma dal vivo dimostrano di essere un’ottima band e di vivere in prima persona la musica che propongono. Dai pezzi di loro produzione, presi dai due album con singoli annessi, come “Man On The Altar”, “Strong Man Still Cry”, brano che coinvolge il pubblico nel primo di tanti cori richiesti da Johnson nel corso della serata, e “Olofofo”, brano del disco “Anonymous”, che punta sulla musicalità della lingua nigeriana – olofofo è un termine della mia lingua che è intraducibile, spiega il frontman – fino alla proposta di alcune cover, come “Dedication” di Noora Noor, eseguita con un ottimo assolo finale di Pititto. Non sono mancati poi ospiti sul palco, come “Sole”, cantante veronese che ha duettato con Johnson in “If I Ain’t Got You” di Alicia Keys.

Insomma, una vera grande festa, dove la musica dal vivo è diventata davvero viva, vitale e vitalismo che passa, come ha ricordato il frontman, dalla vita, e cioè la parte centrale del nostro corpo. Una musica così non è solo questione di cuore, ma anche di corpo e movimento, e questa particolarità è la vera forza di una band che, senza alcun dubbio, di strada ne farà ancora tanta. Ne siamo certi.
Articolo di Luca Cremonesi, foto di Moris Dallini

Set list LeBron Johnson Verona 28 novembre 2025
- Worries
- The Price
- Colors
- Another Day
- All About You
- Strong Man Still Cry
- Dedication
- What You Don’t See
- Olofofo
- Bout To Make Me Leave Home
- Shakey Ground
- Pandemonium
- One In A Million
- If I Ain’t Got You
- Man On The Altar
- Get Over Your Past
