Villafranca 9 luglio
I Litfiba nella formazione storica hanno fatto tappa a Villafranca, nel castello Scaligero, il 9 luglio 2026, tassello del tour per celebrare i 40 anni di “17 Re”. Un concerto meraviglioso, sotto tutti i punti di vista. Vediamo di sviscerarli uno per uno. Ma prima una doverosa premessa.

Non ho mai sentito né letto che Ennio Morricone, nel 2019, in occasione del suo ultimo tour, abbia diretto le sue musiche per nostalgia, per tirare la pensione, perché non aveva più nulla da dire, perché il conto era in rosso, per un’azione di revival. Mai, da nessuna parte. Ho fatto passare un po’ di articoli in questi giorni, niente. Invece, ogni volta che un gruppo che, per vari motivi, o si è trasformato o si era messo da parte, decide di rimettersi in pista, comincia lo stillicidio. Non capisco il perché di questa differenza. Sono ironico, e rimando la risposta al finale.


Quindi, in primis, sia chiaro: se gli artisti sono vivi e decidono di rimettersi in movimento e lo fanno suonando la loro musica, senza scimmiottarla, non vedo perché ci debba essere questa alzata di scudi. Ben venga, dunque, che abbiano trovato la formula e/o il modo di rimettersi in circolo e riproporre la propria musica. O davvero vi va bene ascoltare cover band, o i fenomeni di show dove si cerca di essere tali e quali agli artisti? Davvero, che finisca questa retorica insopportabile. Un artista, fino a prova contraria, della sua opera ne fa quello che vuole, come vuole: la stravolge, la fa rivivere e la ripropone come, quando e quanto vuole.


Poi c’è la questione dei tombaroli. Infinite polemiche per il singolo “17 Re”, che non sarebbe come il take originario, che hanno ascoltato in pochi, in qualità pessima ecc … Vale quanto detto sopra: gli artisti fanno quello che vogliono e di certo non sono chiamati ad assecondare all’infinito il pubblico. Dylan lo insegna da anni, fin dal tour del 1974 (protagonista anche del film di qualche anno fa). I Litfiba, in formazione originale, hanno scritto un nuovo brano, ispirato al lavoro del passato, e lo hanno pubblicato dopo 40 anni.


Pretendere che siano ancora i giovani di 40 anni fa, ci vuole del coraggio, e vorrebbe dire negare tutta l’evoluzione che i singoli – Pelù, Renzulli, Aiazzi e Maroccolo – hanno vissuto in questi quattro decenni. Non sarà, forse, che siamo noi pubblico quelli che non vogliamo renderci conto del tempo passato?


Ed eccola qua la chiave di volta, con cui introdurre un live report di uno show davvero bello, con enormi margini di crescita per quanto riguarda il coinvolgimento complessivo della platea. I Litfiba non sono invecchiati, e con essi il loro capolavoro del 1986, e cioè “17 Re” (fra l’altro, l’ennesima ristampa suona davvero bene, un ottimo lavoro). Come d’altronde i Rolling Stones. Jagger, Wood e Richards sono tre ottantenni, ma messi sul palco sono gli Stones, e non sono affatto invecchiati (si veda il film di Scorsese per comprendere bene questo passaggio). Stessa cosa per i Litfiba. Su quel palco i quattro componenti originari della band, i principi della New Wave fiorentina, sono maturati e cresciuti da un punto di vista professionale e artistico, ma non sono affatto invecchiati.


Sul palco hanno dimostrato una resa splendida. Pelù è un vero showman, ma questo lo sappiamo, e lo ha riconosciuto anche Fiumani, dopo vari attacchi critici negli ultimi anni. Canta, balla, si dimentica di acufene e sfortune varie, si muove da una parte all’altra del palco, non così veloce come negli anni ’80 e ’90, ma di certo con maggiore agilità rispetto ad altre occasioni. Dimostra di saper usare la voce al meglio, e di interpretare ancora come un tempo quelle canzoni. Rispetto al “Live Trilogia” l’abbiamo visto più intenso e partecipe, più in modalità Litfiba che altro. Forse (dico forse, perché Pelù non necessita di guide) ha fatto suo quanto detto da Ferretti in occasione dell’operazione CCCP del 2024: da solista è una cosa, se mi metto davanti al microfono dei CCCP sono il loro cantante e devo fare e dire certe cose. Splendida l’esecuzione di “Come un Dio”, “Vendetta”, “Cane”, “Cafè, Mexcal e Rosita”, “Tex” e “La Preda”. Vero animale da palco, sempre.


Veniamo alla questione chiave, che viene discussa in tutte le recensioni. Noi la faremo breve. Pelù parla e prende posizione su fatti del mondo. Bene, molto bene. In primis, se lo si ascoltasse, si capirebbero meglio le canzoni dell’album. Ogni intermezzo aiuta a comprendere i brani di 40 anni fa, e a capire come siano ancora attuali, e il perché lo siano. Tuttavia, il pubblico rumoreggia, grida “canta”, sbuffa e lancia anatemi. Forse queste persone si sono dimenticate – e qui un po’ di colpa la band ce l’ha, per le due lunghe pause di assenza – del tour di “Terremoto”, ma anche di tutto quello che hanno rappresentato i Litfiba nei loro anni di gloria (vi ricordo, per dire, il preservativo sul microfono …).


Tenete a mente questo passaggio, perché ci torneremo alla fine, chiudendo il cerchio. Pelù, comunque, non si preoccupa e prosegue sulla sua strada: lancia messaggi, prende posizione e lo fa ricordando a tutti che siamo toscani, e non ce ne frega un ca..o!. Insomma, l’artista deve prendere posizione, questo è il suo ruolo nel mondo. Come Picasso con Guernica, come Chaplin con “Il grande dittatore”. Se questo spaventa, beh, il problema sta nel pubblico. Ci stiamo arrivando, non temete.


Renzulli sta in disparte. Suono da manuale, ed è un piacere ascoltare la sua chitarra e sentirne il timbro (ri)vivere come nell’album originale. Solo nei bis il sound diventa un po’ meno anni ’80, e più vicino ai ’90 e al live “Trilogia”. Altro non c’è da dire.


Aiazzi si diverte tanto, e dall’alto delle sue tastiere è un piacere vederlo all’opera. Appare a casa, rilassato. Apre lui con “Febbre”, solo sul palco. “Il volo” ha un’intro splendida. “Sulla terra” è perfetta, come “Cafè, Mexcal e Rosita”. Speriamo che questa volta, nel live che uscirà in novembre, il suo apporto, come quello di Maroccolo, non venga appiattito come accadde nell’album di “Live Trilogia”.


Maroccolo, appunto. È il protagonista silenzioso di questo 2026. Ora con i Litfiba, e poi con i C.S.I.. Ha una grazia da artista splendido e da persona magica. Scrive un post, sul suo profilo ufficiale, di una tenerezza e umanità che non ti aspetti da una rockstar. Tuttavia, Maroccolo è da sempre un anti-rockstar, e così il pensiero ai genitori e alla sorella, che non possono vedere questo momento di grazia, tocca il cuore. Rimane in piedi tutta la sera (si siede solo due volte), dimostra di avere feeling da palco con Piero (che gioca almeno in tre occasioni con lui). Il suo basso – a Villafranca – è un po’ sovrastato dalla batteria (ma credo sia colpa dell’impianto), ma resta una certezza. “La Preda” è energia pura, come d’altronde “Cane” e “Resta”, e la speranza – ve ne prego – è che questa volta, davvero, lo facciano sentire quel basso nelle registrazioni che andranno su disco.


Siamo alla fine. L’unico difetto, a trovarlo, è appunto il feeling della band. Non si vede tanto, si percepisce poco. Lo spettacolo, da questo punto di vista, va rodato ancora, e ha margini di crescita. Nella speranza che non sia altro a impedire la complicità sul palco. I pezzi dei bis sono un’ottima sezione, e i fan ne vorrebbero tanti, di più e diversi. Credo che una concessione meno di nicchia ci stia, anche se è chiaro che “Luna” e “Onda Araba” ci sarebbero state, di sicuro al posto di “Cangaceiro” in modalità anni ’90 più che anni ’80. Ma poco male.

Quindi? Il fatto è semplice: la band non è invecchiata, il disco nemmeno, il problema è che è invecchiato, e male, il pubblico. C’è da capirlo. Abbiamo dai 50 anni in su. I giovani che sono lì sono i nostri figli, per chi li ha (poi, per carità, qualche giovane libero dal giogo familiare ci sarà pure). Un pubblico che ha dimenticato molte cose, dal senso delle canzoni al valore della band, passando per il significato dell’arte come presa di posizione nel mondo. Ne deriva un amalgama di gente che sbuffa, grida “canta”, non tollera quello che viene detto, non ascolta, pensa a consumare, è orfana di Pit, prati Gold, braccialetti esclusivi, Vip Pass e Token. Il problema, dunque, sia per quanto riguarda queste operazioni, sia per quanto riguarda nuovi singoli, sia per quello che viene detto dal palco, sia per il ballare, pogare e cantare, è che il pubblico è invecchiato. E lo ha fatto male, preso dalle delusioni della vita, fra matrimoni falliti, problemi economici, disillusioni, rabbia, frustrazioni, dipendenze, paure, delusioni politiche e assenza di idee forti.

Quindi, nello specchio di Pelù, frontman di una band che ha scritto canzoni – per molti anni – non per appagare un pubblico, ma per farlo riflettere, e uomo che ancora crede ad alcune idee, si rispecchia un pubblico che ha fatto un percorso diverso da quello della band e della musica che è venuto ad ascoltare. Peccato, perché in questo modo quella parte di pubblico vive male un concerto di gran classe, che non si vedeva da tempo nel nostro Belpaese.
Lunga vita al bandito Litfiba.
Articolo di Luca Cremonesi, foto di Francesca Cecconi (fatte a Firenze)
Firenze 23 luglio
Note sul concerto fiorentino. La scaletta della serata resta identica a quella del concerto sopra raccontato. Ma qui cambia forma, perché cambia il pubblico. Nel Prato delle Cornacchie, in fondo al Parco delle Cascine – tutta l’area della città che lo circonda è chiusa sin dalle prime ore del pomeriggio, ma ci sono navette gratuite messe a disposizione dall’organizzazione locale – è una storia un po’ diversa, ed è proprio una bella storia. Ci sono oltre 7000 persone, e anche qui non ci sono pit o super pit, neanche l’ombra di un biglietto speciale per chi ha il portafoglio gonfio. Al concerto dei Litfiba siamo tutti uguali, non c’è distinzione tra ricchi e poveri (annotate: il Litfiba sono sempre i Litfiba, quelli con la stessa unica faccia da sempre). Anzi, i biglietti hanno un prezzo popolare, alla portata di tutti, e appunto tutti i fiorentini – età mista – che amano la buona musica ci sono, e sì che sono coinvolti. Stiamo proprio bene, nonostante il pienone c’è un’aria di festa, si incontrano gli amici di una volta ai chioschi della birra, si canta insieme, ci si abbraccia più che sbandierare cellulari. Questa musica ce l’abbiamo dentro, e ce la godiamo appieno. Come dice Piero, non è questione di nostalgia, odiamo la nostalgia. Viviamo nel presente, dove di musica live ce n’è fin troppa, ma di musica live schietta fatta da musicisti schietti, insomma …


La produzione del tour appare magnifica, o almeno a Firenze lo è: i suoni sono perfetti per ogni strumento e tra strumenti, e sono i suoni dei Litfiba, non edulcorati dalla tecnologia che sicuramente assiste il tutto. Le luci sono piuttosto scure, spesso tendono a un blu “molto new wave”, ma con dei bei giochi, e sul telo dietro di loro campeggia la scimmia incoronata, il simbolo visivo del progetto speciale per i quarant’anni dell’album “17 Re”, di cui questo tour ne è l’espressione dal vivo. Fa gioia vedere che il Marshall di Ghigo è microfonato, ecco, quando ormai si vedono solo casse vuote a far bella figura. Fa gioia vedere che la batteria di Luc Mitraglia ha la stessa dignità di posizione degli altri, pur essendo ospite nella band.


Fa gioia vedere che come sempre Maroccolo sale sul palco con il toscanello in bocca, che appoggia mentre ancora vanno le note dell’intro. Il palco è immenso, e i Nostri sono molto lontani tra loro, nonostante questo l’intesa musicale è perfetta, non una minima sbavatura. Ognuno fermo nella sua postazione, riescono a creare magia, sono magnetici, e gli occhi passano dall’uno all’altro, anche se ovviamente il magnete più grande è Pelù, l’unico vero grande frontman rock che abbiamo nel Belpaese. Attenzione, per Rock intendo qualcosa di molto alto, e per frontman rock pure.


Qui a Firenze oltre al popolo litfibiano coinvolto ed emozionato, rispetto alle altre date del tour, c’è un’altra unicità, una chicchina: sul palco sono chiamati Francesco Magnelli alle tastiere per “Univers” (e Aiazzi si sposta alla fisarmonica), e Daniele Trambusti alla batteria per “Tango”. Amici “del giro” ma non solo, musicisti che erano lì già all’inizio della storia della band. Un tripudio di acclamazioni per questo regalo che i Litfiba hanno voluto fare alla loro città, che ha ripagato con tanto amore palpabile. Dopo oltre due ore e mezzo – un concerto lungo, come è doveroso che siano i concerti rock – siamo usciti felici , ma sono certa che anche i Nostri sono tornati a casa, in mezzo al tour finalmente nei loro letti, con il sorriso e la certezza di aver “spaccato”. Ora non resta che attendere l’uscita dell’album che stanno registrando, “17 Re live. 1986-2026”, prevista per il 27 novembre.
Articolo e foto di Francesca Cecconi

Set Litfiba 9 luglio Villafranca (VR) + Firenze 23 luglio
- Febbre
- 17 Re
- Come un Dio
- Oro nero
- Sulla Terra
- Vendetta
- Ferito
- Apapaia
- Ballata
- Re del silenzio
- Pierrot e la luna
- Univers
- Tango
- Cafè, Mexcal e Rosita
- Gira nel mio cerchio
- Cane
- Resta
- Il vento
- Istanbul
- Santiago
- Eroi nel vento
- La preda
- Tex
- Cangaceiro
