Quando ho saputo che i Maruja si sarebbero esibiti a Roma il 14 maggio non potevo crederci. La capitale dà poco spazio alla scena alternativa internazionale e ormai mi ero abituata a considerare Milano come l’unica Mecca italiana dell’Hardcore. Inutile dire che sono saltata dalla sedia quando mi sono imbattuta nella line up dell’Invincible Fest, rassegna romana multi-genere che da qualche anno si impegna a portare sul palco artisti spesso ignorati dai festival generalisti. In questa edizione, per la prima giornata, ha schierato dei nomi decisamente interessanti all’insegna del post-punk e del post-rock: Ultraglass, Gurriers e Maruja nella stessa serata.

A causa del maltempo la location è stata spostata dall’Eur Social Park all’Hacienda; un cambio di programma che non ha frenato l’evento e che, anzi, ha regalato una certa qualità del suono che forse all’aperto sarebbe andata perduta. Il locale è già gremito fin dall’inizio e l’età piuttosto eterogenea, anche se in transenna si accalcano ragazzi molto giovani, pronti a sprofondare nella spirale del mosh-pit. In ogni caso, tra giacche di pelle e braccia tatuate, mi sento decisamente a casa.
Ultraglass



I primi a esibirsi sono gli Ultraglass, band alternative-rock romana che sgomita nel panorama alternative-rock della capitale. Giovani ma decisamente talentuosi, fondono sonorità che richiamano Garage Rock, Shoegaze e Post-Punk. Con un set energico e serrato scaldano il pubblico a dovere, preparando il terreno per le band a seguire. I brani sono valorizzati da una linea vocale piacevole che però a tratti passa in secondo piano, un po’ sovrastata dall’energica sezione strumentale. Menzione speciale al batterista Pablo Tarli, vero motore del gruppo, che ha dominato la performance caricandosi l’intero sound sulle spalle.
Gurriers

È il turno dei Gurriers, quintetto di Dublino che milita nell’affollato campionato del Post-Punk anglo-irlandese, ma che combatte a pieno titolo e tiene botta in un genere sempre più mainstream, saturo e competitivo. Ascoltandoli, non si può fare a meno di accostarli a Fontaines D.C., Sprints e The Murder Capital, ma con le dovute distinzioni: i Gurriers hanno forse una matrice più dance e mantengono in ogni caso uno standard qualitativo altissimo, sia in studio che dal vivo.

Appena saliti sul palco, ne prendono immediatamente possesso: si innalzano sulle casse, ballano, riempiono ogni spazio come delle schegge impazzite. Il set spazia da brani danzerecci post-hardcore (come “Des Goblin” e “Approachable”), ad altri più dark e introspettivi (“Top Of The Bill”, “Crybaby”), dividendo la folla tra chi già conosce i pezzi e chi si lascia semplicemente trascinare. In più, vista la discografia ancora ridotta, la band ci regala anche diversi inediti.

Impossibile non restare stregati dalla voce del frontman Dan Hoff, sostenuta dalla sezione strumentale solidissima grazie a due chitarre, basso e batteria che portano avanti l’intero live con la giusta dose di sfrontatezza. Tra salti, mosh-pit e sudore, i Gurriers hanno offerto un intrattenimento puro: il riscaldamento ideale per l’arrivo dei Maruja.
Maruja
I mancuniani Maruja sono una band che vive di live, ben prima di chiudersi in studio a registrare. Sebbene suonino insieme da più di dieci anni, il loro primo album, “Pain To Power”, è uscito solo lo scorso settembre, diventando in poco tempo un fenomeno internazionale. E che la dimensione dal vivo sia il loro habitat naturale lo si capisce fin dalle prime note di “Bloodsport”: un rullante nervoso apre la strada al rap di Harry Wilkinson, un basso strappabudella investe il pubblico in un muro di suono che lascerà pochi momenti di tregua per il resto della serata. Dall’altro lato del palco, il sassofonista Joe Carroll, pur non suonando da subito, veste i panni del perfetto agitatore di folle. Sale sulle casse, incita al pogo, fomenta la folla come un forsennato. Quando imbraccia lo strumento, questa bomba di suono prende la forma di un Jazz-Punk tagliente, capace di fondere testi politici e rabbiosi a una strumentale heavy ma di classe.

Carroll è un animale da palcoscenico: domina la scena dall’alto delle casse, si catapulta in mezzo alla folla per suonare in mezzo al pubblico e infine si lancia in un folle stage diving. L’energia è talmente travolgente da provocare un imprevisto tecnico, interrompendo il concerto per qualche minuto a causa di una transenna che stava per cedere (divertente vedere i tecnici intervenire d’urgenza con chiavi inglesi e bulloni durante “Born To Die”).

Ai momenti di fragore si contrappongono a passaggi più dilatati, più improntati sul Jazz e il Post-Rock, come “Saoirse”, dove l’atmosfera si fa rarefatta e il fumo sul palco diventa così denso da annebbiare la vista. In questi momenti, la performance si trasforma in qualcosa di onirico e solenne, che traspone la musica sul lato esperienziale, lasciando il tempo a chi ascolta di soffermarsi sul senso delle parole. Il tutto sempre intervallato da momenti più adrenalinici, come il quasi-rap-metal di “Trenches” e “Look Down On Us”, in cui il basso scaglia colpi talmente profondi da far tremare la terra sotto ai piedi.

Ovviamente non manca l’impronta fortemente politica che permea i testi: si sollevano cori per la liberazione della Palestina, parole in difesa dei popoli oppressi in Iran e Libano, inni antifascisti e denunce al sistema capitalista. Ma come si reagisce a tutto ciò? Qual è la soluzione? Wilkinson accende una speranza e trova una risposta nell’amore, nell’amicizia e nei legami affettivi, usati come armi per affrontare le lotte quotidiane. In un momento sentito, il batterista Jacob Hayes si alza dalla sua postazione e si schiera accanto agli altri tre con una kefiah in una mano, e tutti insieme sollevano il pugno in alto. Nel pubblico, un esercito di pugni chiusi si innalza in un silenzio assordante.

Alla fine dell’ultimo pezzo, “Resisting Resistance”, Wilkinson si butta a terra, sfinito. Si percepisce che per tutti loro è un live faticoso, ma che li aiuta a esorcizzare il male del mondo, a sputare fuori quel veleno per potersene liberare. Sembra di assistere a un’esperienza catartica: una performance terapeutica per loro quanto per noi, testimoni di questa cerimonia.

È un live feroce, che usa la rabbia come risposta alla sofferenza. Più che un concerto, è un rito collettivo, un’esperienza di sfogo viscerale, che in quanto tale lascia completamente senza forze. È uno di quei concerti che non riesci a scrollarti di dosso, che ti lascia con la sensazione di aver assistito a qualcosa di importante. Mi aspettavo di tornare a casa col cuore più leggero; mi sono ritrovata invece a pensarci per giorni. Forse la musica può ancora cambiare le cose.
Articolo di Marta Mazzeo, foto di Beatrice Fraioli
Set list Gurriers:
- Nobody’s Coming To Save You
- Party Lines
- Nausea
- Des Goblin
- Nothing Happens Twice
- Today’s Not Enough
- Top Of The Bill
- Shades
- Waiting For Fisher
- Approachable
- Crybaby
Set list Maruja:
- Bloodsport
- Trenches
- Break The Tension
- Zeitgeist
- Thunder
- Born to Die
- Saoirse
- The Invisible Man
- Look Down On Us
- Resisting Resistance
