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Matteo Mancuso live Roma

In un mondo di esibizionisti, la sua semplicità quasi minimalista sul palco è un atto di coraggio

Lo ammetto, l’attesa di vedere Matteo Mancuso dal vivo era alta. Il 21 aprile ho finalmente potuto saziare la curiosità di vedere all’opera questo giovane fuoriclasse all’Auditorium Parco della Musica di Roma. Ero rimasto folgorato dal suo ultimo lavoro in studio, “Route 96” (la nostra recensione), dove avevo apprezzato una tecnica e un gusto compositivo fuori dal comune. La domanda che mi frullava in testa, però, restava la stessa: come avrebbe reso dal vivo un chitarrista di tale caratura?

La Sala Petrazzi, con la sua atmosfera raccolta e quasi intima, si è rivelata la cornice perfetta per la sua musica. Poco dopo le 20, Matteo Mancuso è salito sul palco accompagnato dalla sua band: Riccardo Oliva al basso e Gianluca Pellerito alla batteria. Si parte subito con “Solar Wind”, tratta dal suo ultimo album. La prima impressione è di una perfezione disarmante. Nessuna sbavatura. Direte voi: Ok, siamo solo all’inizio. E invece no: lo sbaglio non è contemplato stasera.

Il pubblico in sala è estremamente variegato, segno che il talento di Mancuso riesce a parlare a generazioni diverse. Gli spettatori sono letteralmente rapiti dalla sua maestria, assistendo in un silenzio quasi religioso a un’esibizione capace di fondere tecniche diverse con una naturalezza che quasi spaventa. Sembra non fare fatica, e questo è il vero paradosso di chi suona a quei livelli e mi spiego anche perché leggende – come Joe Bonamassa e Steve Vai – lo abbiano definito un talento assoluto.

La scaletta avanza tra i suoi pezzi originali, ma ci regala anche un paio di deviazioni necessarie per rendere omaggio ai giganti, come Jeff Beck e una versione di “Spain” di Chick Corea che definire notevole sarebbe un insulto per difetto. Matteo tra un pezzo e l’altro ringrazia, introduce alcuni brani con modestia e in modo pacato. Insomma, preferisce far parlare la sua chitarra, come a dire che se la musica è quella giusta, le parole sono solo aria sprecata.

Il prossimo è un brano più heavy, dove ho cercato di fare un po’ il metallaro ha scherzato a un certo punto Matteo al microfono. Si riferiva a “Black Centurion”, un pezzo che anche sul disco suona più duro e saturo. Eppure, nonostante le distorsioni spinte e i tapping, l’anima fusion e la pulizia dell’esecuzione restano inconfondibili: il tocco di Mancuso trascende il genere suonato.

Il concerto sembra finire con il classico rito dell’inchino e la band che scompare dietro le quinte. Ma nessuno si muove. Il pubblico sa che manca ancora un pezzetto di magia e inizia a reclamare il ritorno del trio. E infatti, il rito dell’encore si compie con altri due brani, inclusa una cover di “The Chicken” di Pee Wee Ellis che ti obbliga a tenere il tempo con il piede.

Poi, stavolta sì, cala il sipario sul serio. Standing ovation obbligatoria e via, verso l’uscita, mentre mi mescolo fra la folla e mi immergo in una nuvola di commenti entusiasti. Ho avuto modo di vedere altri virtuosi dal vivo. Alcuni mescolano tonnellate di tecnica a una presenza scenica ingombrante. Lui no. In un mondo di esibizionisti, la sua semplicità quasi minimalista sul palco è un atto di coraggio. È la vittoria della sostanza sulla forma, la prova definitiva che ciò che conta davvero è solo la musica.

Articolo e foto di Daniele Bianchini

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