Sono passati sei anni dall’ultima data italiana, dieci dall’ultima incursione veronese: per i britannici Mumford and Sons era decisamente tempo di tornare. L’occasione è la recente uscita del quinto album in studio “Rushmere”, prodotto da Dave Cobb. Sono andati sold-out in un lampo i biglietti per il concerto del 7 luglio all’Arena di Verona, il primo dei tre appuntamenti nel nostro Paese – seguiranno Bologna e Milano a novembre – e infatti in Piazza Bra neppure i temporali hanno impedito alla folla numerosa di radunarsi in attesa dell’apertura dei cancelli, posticipata a causa del maltempo.
Aprono la serata i Divorce, interessantissima band inglese dalle sonorità alternative country perfettamente all’altezza della situazione, che si rivelano davvero una bella scoperta; propongono alcuni brani tra cui “Antartica” dall’album di debutto “Drive to Goldenhammer”, pubblicato a marzo per A Gravity Records\Capitol Records Uk.


“Fortunate Son” dei Creedence Clearwater Revival annuncia invece l’inizio dell’evento vero e proprio e il posticipo a causa dei temporali si rivela per certi versi provvidenziale: la luce è calata e l’atmosfera è decisamente suggestiva, grazie anche alla splendida cornice dell’Arena e alle nuvole scure e minacciose che contribuiscono a creare fermento tra il pubblico. Il palco è pulito, la scenografia punta tutto sull’illuminazione: sopra la distesa di teste della platea, lo sguardo è catturato da una scia di luci che proprio dal palco parte e arriva alle gradinate centrali.


Cominciano con la traccia che dà il titolo all’ultimo disco, “Rushmere”, un’esplosione di energia dalla prima nota, in pieno stile Mumford and Sons; è solo il primo di una serie di colpi ben assestati, che prepara il terreno a tutto quello che verrà. Segue “Little Lion Man” e al primo accordo del secondo pezzo in scaletta tutto il pubblico dell’arena è ufficialmente in piedi e non si siederà praticamente più; con “Babel” le mani sono alzate verso il cielo, che contro ogni previsione va incredibilmente rasserenandosi.


Anche la successiva “Caroline” è un assaggio del lavoro più recente, che a tratti strizza l’occhio al Country-Folk delle origini, ma sempre confermando un’identità musicale già ricca di sfaccettature. Forse il nuovo album non arriva immediatamente a un primo ascolto distratto, ma conquista gradualmente e sentito dal vivo assume la potenza comunicativa e musicale che li contraddistingue fin dagli inizi. In “Rushmere” ha ritrovato un ruolo importante il banjo, strumento caratterizzante dei primi album, temporaneamente messo da parte da “Wilder Mind” in poi, a favore di sonorità più elettriche. Una menzione speciale per l’incredibile banjoista Matt Menefee, che sta accompagnando il gruppo in tour e suona magistralmente, con una precisione e una padronanza dello strumento eccezionali.


Il frontman lascia cadere qualche frase in italiano qua e là, ammettendo di non conoscere granché la nostra lingua – ma We fucking love this place suona piuttosto comprensibile a chiunque – prima di attaccare l’intro, solo voce e chitarra, di “White Blank Page”, altro brano amatissimo, che brilla live tra cambi di tempo dalle dinamiche trascinanti, e poi spostarsi alla batteria per “Lover of the Light”. Fino a qui, non c’è un brano che non vada a crescere fino a far esplodere il pubblico. La prima ballata è “Where It Belongs”, la voce penetrante di Marcus e le armonizzazioni vocali, altro marchio di fabbrica, catturano il silenzio ammaliato degli spettatori; “Ghosts that We Knew” porta avanti la magia, fino all’inconfondibile ingresso del banjo sul crescendo finale.


Generoso l’omaggio ai Divorce per aver affrontato insieme a loro i disagi dei ritardi nel soundcheck dovuti alla pioggia, chiamati sul palco con la cantautrice statunitense Maggie Rogers; insieme cantano “Awake my Soul”.


I giochi di luci impazziscono su “Hopeless Wanderer”, le torce dei cellulari accese per “Believe” illuminano a giorno l’arena, c’è uno switch elettrico-acido per “Icarus”e “Truth” e l’astronave atterra su “Ditmas”, Marcus attraversa correndo la platea e scala le gradinate del teatro fino al punto più alto, sempre cantando, per poi tornare come se nulla fosse sul palco, recuperare la chitarra e trascinare l’arena tutta in “The Cave”.


Il solo di piano di Ben Lovett apre “Dust Bowl Dance”, con Marcus di nuovo alla batteria. Lasciano il palco sapendo benissimo che per chi è seduto sui gradini di pietra e sulle poltrone non può essere la fine. E infatti il trio di nuovo attraversa le file del parterre e sale sul palchetto centrale; chiedono silenzio, hanno soltanto una chitarra e le tre voci per cantare “Timshel”, “Reminder” e perfino la loro versione di “The Boxer” di Simon&Gafunkel, con il coro emozionato del pubblico, che li accompagna imperterrito finché non tornano a imbracciare gli strumenti e a concludere, questa volta per davvero, con “Malibu”, “Delta”, “The Wolf” e infine l’immancabile “I Will Wait”.


Cosa è appena successo? Sembra di essere appena stati a una festa, in una notte d’estate in riva a un fiume, mentre le cicale cantano, le lucciole volano lente, la birra è fresca al punto giusto e la vita scorre con la sua dolce inarrestabile energia.

Se potessi suonare qui ogni sera, lo farei e noi, caro Marcus, torneremmo ad ascoltarvi ancora, ancora e ancora, senza stancarci mai.
Articolo di Valentina Comelli,foto di Roberto Fontana
Set list Mumford And Sons 7 luglio 2025Verona
- Rushmere
- Little Lion man
- Babel
- Caroline
- White Blank Page
- Lover of the Light
- Where It Belongs
- Ghosts that We Knew
- Awake my Soul
- Hopeless Wanderer
- Believe
- Icarus
- Truth
- Ditmas
- The Cave
- Dust Bowl dawn
- Timshel
- Reminder
- The Boxer
- Malibu
- Delta
- The Wolf
- I Will Wait
