La parola réunion è croce e delizia per ogni appassionato di Rock che si rispetti, in bilico tra il desiderio di rivedere finalmente insieme i suoi idoli di gioventù e il terrore di scoprire che, a distanza magari di venti o trent’anni, quelle divinità scolpite nei solchi dei vinili si scontrano anche loro a conti fatti con i sogni e bisogni dell’umana stirpe tutta, dalla calvizie incipiente alla necessità di pagare gli alimenti a un numero di mogli ben superiore a quello consentito da un pur cospicuo conto in banca. Per questo motivo i ritorni davvero riusciti si contano sulle dita della mano destra di Tony Iommi: i Deep Purple che nel 1984 mettevano di nuovo insieme la leggendaria formazione MKII, i Pink Floyd con Roger Waters al Live 8 nel 2005, i Led Zeppelin all’02 Arena nel 2007, a cui si aggiungono nell’estate 2025 gli Oasis, che chi scrive ha avuto la fortuna di vedere allo stadio londinese di Wembley il 2 agosto.

Dopo quindici anni di odio fratricida, minacce a mezzo stampa e categorici rifiuti anche solo di respirare la stessa aria per più di una manciata di minuti, il 27 agosto del 2024 viene annunciato ufficialmente l’impensabile: Noel e Liam Gallagher torneranno a suonare insieme per un tour, un sogno che si avvera per un’intera generazione cresciuta guardando quotidianamente i video di questi due moderni Peaky Blinders, trasmessi quotidianamente in heavy rotation sull’MTV dei giorni di gloria.
Pur essendo già al secondo weekend di concerti della band a Wembley, Londra continua a essere invasa da una dilagante Oasismania, a dimostrazione di quanto il popolo britannico – e non solo, visto il numero di turisti presenti, italiani in primis – si identifichi nelle canzoni e nella way of life propria dei fratelli Gallagher. Busker armati di chitarra acustica ripropongono i brani più famosi del repertorio a ogni angolo di strada, i pub vengono invasi da avventori diversamente sobri che intonano in coro rivisitazioni un po’ sgraziate dei singoli di maggior successo, mentre cappellini da pescatore e t-shirt comprate a peso d’oro nei vari punti vendita del merchandising sembrano essere l’outfit più gettonato per le vie londinesi: fenomeni questi che si amplificano esponenzialmente man mano che ci si avvicina al famoso stadio, preso d’assalto da un vero e proprio fiume umano. Stupisce vedere da vicino quanto la musica degli Oasis sia cross-generazionale, con distinti signori che hanno comodamente superato la settantina gomito a gomito con fan in tenuta da cosplayer di Liam di cui potrebbero essere tranquillamente i nonni.

Mentre il pubblico prende lentamente posto, gli artisti di apertura iniziano a scaldare l’atmosfera della gargantuesca arena. I Cast intrattengono i presenti con una breve quanto energica esibizione, perfetta entrée per quello che, in una realtà parallela del multiverso, potrebbe essere comodamente l’headliner della serata: quando Richard Ashcroft sale sul palco, in occhiali scuri e giacca di pelle, è accompagnato infatti da un boato di approvazione, giusto tributo per uno dei nomi più importanti del Rock inglese anni Novanta insieme ai suoi Verve, il cui album “Urban Hymns” si rivela essere protagonista assoluto della set list scelta dal cantautore inglese; se “The Drugs Don’t Work”, “Lucky Man” e “Sonnet” accendono una fiamma nell’anima dei presenti, la conclusiva “Bitter Sweet Symphony” incendia Wembley, che fatica a contenere il rimbombo della folla impegnata a cantare parola per parola i brani che hanno reso Ashcroft uno degli autori più amati di tutta la scena Britpop. E questo è solo l’inizio.
Alle 20,15 spaccate, sulle note di “Fuckin’ in the Bushes” salgono finalmente sul palco i Gallagher, preceduti dalla loro band di accompagnamento nella quale spicca il redivivo Paul “Bonehead” Arthurs, storica chitarra ritmica degli Oasis di nuovo in formazione dopo un’assenza durata ventisei anni. La batteria dà il quattro e il riff di “Hello” fa esplodere lo stadio: i due fratelli sembrano essere in forma smagliante, con Noel in camicia di jeans che macina power chords sulla sua Les Paul, mentre Liam, cappellino bianco e occhiali da sole, si atteggia da divo del Rock come se fossero ancora gli anni Novanta. Per una sera, SONO gli anni Novanta.

La prima parte della scaletta è una sequenza di colpi da KO tecnico, con “Acquiesce”, “Morning Glory” e “Some Might Say” che mettono alle corde il pubblico e fanno capire da subito che questi sedici anni di attesa verranno ripagati dalla band con una performance di alta classe. Non siamo più infatti davanti a dei trentenni bizzosi in lotta con i propri demoni, bensì a esperti professionisti di mezza età che eseguono in maniera pressoché perfetta le canzoni che li hanno resi una delle rock band più popolari di sempre.
Noel soprattutto è particolarmente in palla, non sbaglia una nota e sembra divertirsi come un matto sia quando manda in delirio il pubblico facendo urlare la chitarra in “D’You Know What I Mean”, sia quando si ritrova dietro al microfono per un mini-set composto da “Talk Tonight”, “Half the World Away” e “Little by Little” che lo vede protagonista a metà show. Liam dal canto suo gigioneggia e coinvolge il pubblico, tenendo i 75.000 presenti in pugno con il piglio da grande frontman. La sua caratteristica voce ruvida non ha perso smalto, come dimostra una potente versione di “Slide Away”, al termine della quale prende simpaticamente in giro la platea riferendosi a un presunto malfunzionamento dei megaschermi.
La parte finale dello show si avvicina: Wembley intona a squarciagola insieme al vocalist il ritornello di “Octopus’s Garden” dei Beatles, inserito a sorpresa nell’outro di “Whatever”, per poi spellarsi le mani acclamando il leggendario solo di chitarra di “Live Forever”. L’ultimo brano in scaletta è un’infuocata “Rock’n’Roll Star”, con gli schermi che proiettano un nostalgico ma coloratissimo collage di immagini risalenti agli anni d’oro degli Oasis mentre il pubblico si scatena. Stasera siamo tutti rock’n’roll stars.
Non è una sorpresa per nessuno quando i musicisti salgono nuovamente sul palco per i bis: dopo aver presentato la band, Noel torna al microfono per cantare “The Masterplan” – accompagnato nel chorus dal suono avvolgente degli ottoni – e soprattutto l’attesissima “Don’t Look Back in Anger”, nei cui ritornelli fa un passo indietro lasciando per un attimo il ruolo di vocalist alle migliaia di persone presenti, in uno dei momenti più emozionanti della serata. Tocca però alla voce di Liam chiudere il concerto, con l’iconica “Wonderwall” a precedere una liquida versione di “Champagne Supernova”, al termine della quale una raffica di fuochi d’artificio illumina a giorno il cielo sopra al Wembley Stadium.
È finita. Il pubblico si avvia in file ordinate verso le uscite e man mano che ci si avvicina al piazzale antistante lo stadio le immagini della serata iniziano a farsi più sfumate, come quando ci si risveglia da un bel sogno. È successo davvero? Oppure…
It’s just Rock’n’Roll
It’s just Rock’n’Roll
It’s just Rock’n’Roll…
Articolo di Alberto Pani
Set list Cast 2 agosto 2025 Londra
- Free Me
- Sandstorm
- Finetime
- Live the Dream
- Walkaway
- Poison Vine
- Alright
Set list Richard Ashcroft 2 agosto 2025 Londra
- Weeping Willow
- Space and Time
- Break the Night with Colour
- The Drugs Don’t Work
- Lucky Man
- Sonnet
- Bitter Sweet Symphony
Set list Oasis 2 agosto 2025 Londra
- Fuckin’ in the Bushes (intro, preregistrata)
- Hello
- Acquiesce
- Morning Glory
- Some Might Say
- Bring It On Down
- Cigarettes & Alcohol
- Fade Away
- Supersonic
- Roll With It
- Talk Tonight
- Half the World Away
- Little by Little
- D’You Know What I Mean
- Stand By Me
- Cast No Shadow
- Slide Away
- Whatever
- Live Forever
- Rock’n’Roll Star
- The Masterplan
- Don’t Look Back in Anger
- Wonderwall
- Champagne Supernova
