OkGiorgio è un progetto che non si lascia facilmente definire. La musica di Giorgio si muove tra elettronica, songwriting e performance, costruendo un linguaggio che tiene insieme dimensione fisica e componente emotiva senza mai sacrificare l’una all’altra. Dal vivo, questa tensione diventa il centro di tutto. Il 23 aprile al Duel Club di Napoli OkGiorgio costruisce una serata che inizia come concerto e si trasforma progressivamente in qualcos’altro, fino a dissolversi in un dj set che prolunga l’energia ben oltre il tempo previsto.


Sul palco Giorgio è affiancato da Leonardo De Franceschi e Nicola Regonesi alle batterie laterali e consolle, ma la configurazione resta mobile. Si alterna tra consolle e chitarra, costruendo un set che non è mai statico. Il suono si muove tra stratificazioni elettroniche e aperture più dirette, mantenendo sempre una dimensione fisica e ballabile ma attraversata da una componente emotiva molto evidente. Una musica che richiede presenza, partecipazione, corpo.


Fin dai primi momenti è chiaro che il centro non è solo la musica, ma la relazione. Giorgio cerca continuamente lo sguardo del pubblico, lo intercetta, lo restituisce. Si espone, si lascia attraversare dall’energia della sala. Non è una presenza distante o costruita: ha bisogno della risposta di chi ha davanti per alimentare il flusso del live, e quella risposta arriva puntuale. Il pubblico lo richiama più volte con auguri spontanei per l’onomastico e cori da stadio, che diventano parte integrante della performance. Emergono anche momenti più espliciti: accenni alle guerre contemporanee, alla loro ingiustizia, e un’affezione dichiarata per Napoli, restituita dalla sala con partecipazione immediata.


Uno dei passaggi più significativi arriva quando il live si apre all’imprevisto. Il microfono passa tra il pubblico, che condivide frammenti di sogni rimasti impressi. Giorgio registra, campiona, rielabora in tempo reale. Ne nasce un brano costruito lì, davanti a tutti, in cui le voci diventano materia sonora e memoria collettiva. In quel momento anche la luce cambia: le visual geometriche e psichedeliche rallentano, si distendono in tonalità blu quasi liquide, il movimento si fa più lento, come se seguisse il ritmo delle parole appena emerse.


Anche la struttura dello spazio viene progressivamente messa in discussione. Giorgio scende dal palco e sparisce dentro la folla, non solo attraversandola ma ballandoci dentro, in modo diretto e prolungato, senza fretta di arrivare da qualche parte. È un momento in cui la distinzione tra performer e pubblico smette di avere senso: c’è solo un corpo collettivo che si muove insieme. Quando infine raggiunge il lato opposto del locale sale sulle spalle di uno degli organizzatori e da lì suona la chitarra, sospeso sopra la folla, in una posizione che è al tempo stesso fisica e simbolica. La distanza dal palco è massima, ma la connessione con la sala non è mai stata così diretta.


La risposta del pubblico è continua. Il ballo non è mai uniforme: si aprono cerchi, si creano microspazi in cui i corpi si espongono singolarmente, per poi richiudersi nel flusso collettivo. Anche gli organizzatori partecipano, entrano nella stessa energia. Si percepisce un clima condiviso, non costruito.


Quella che doveva essere la fine del concerto diventa solo un passaggio. Nel giro di poco viene montata una consolle davanti al palco e il set riprende in forma diversa: dj set che si estende fino a notte fonda. L’energia non cala, si trasforma. L’idea di uscire a fine live diventa impossibile, quello che si è creato nella prima parte della serata trova nel dj set una prosecuzione naturale e l’energia nella sala è ancora troppo alta.

OkGiorgio costruisce un live che esiste solo nella relazione. Non si limita a suonare per un pubblico, ma con il pubblico, dentro un flusso condiviso che si alimenta continuamente. È una pratica che richiede esposizione, ma che restituisce un senso raro di appartenenza.
Articolo e foto di Benedetta De Rosa
