Il 25 ottobre, nel cuore labirintico del quartiere La Pigna a Sanremo, l’ex chiesa di Santa Brigida è diventata teatro di uno dei momenti più attesi del pomeriggio targato Premio Tenco: l’incontro-concerto tra Omar Pedrini e Massimo Priviero. Chi conosce La Pigna sa cosa significa perdersi tra i suoi vicoli stretti e irregolari, tra insegne in francese e botteghe fuori dal tempo. È un borgo in bilico tra storia e oblio, con quell’anima ibrida, un po’ ligure, un po’ francese, che lo rende unico. In mezzo a questo dedalo, la chiesetta si mimetizza con discrezione: niente a che vedere con i luoghi patinati da cartolina. E proprio per questo, perfetta.
L’inizio è previsto per le 18, ma le voci di corridoio raccomandano di arrivare presto. Avevano ragione: alle 17 la coda è già lunghissima. Entriamo subito, tra qualche occhiata malevola per il privilegio della stampa, ma ogni tanto anche i doveri concedono un piccolo onore e veniamo accolti con la consueta gentilezza da Steven Forti, membro del direttivo del Tenco. La chiesa, ormai piena, è un luogo perfetto per questo tipo di incontro: la luce calda, le pietre antiche e quell’atmosfera sospesa che rende ogni nota quasi un atto di fede. C’è qualcosa di irresistibilmente mistico nel mischiare sacro e profano: come se la musica, in fondo, fosse un altro modo di pregare. Si comincia con “Helpless” di Neil Young, eseguita a due voci da Pedrini e Priviero, lo stesso brano con cui avevano emozionato il pubblico dell’Ariston la sera precedente. Poi, le traiettorie si separano.


Omar Pedrini apre la seconda parte del concerto. Le condizioni fisiche lo costringono a limitarsi a pochi brani, ma la sua presenza basta a catalizzare l’attenzione. È solare, ironico, diretto. Racconta la genesi di “Sole Spento”, ispirata a una lettera ricevuta da un ragazzo detenuto: i giorni peggiori non sono quelli di pioggia scriveva ma quelli di sole, perché da dietro le sbarre si vede la felicità degli altri. In quel periodo anche Pedrini attraversava una fase di stallo: l’uscita di Renga dai Timoria e i dubbi dell’etichetta sul futuro della band. Due solitudini, distanti ma affini, che hanno dato origine a uno dei suoi brani più intensi.


Poi il ricordo di Luigi Veronelli, scomparso ventun anni fa. Pedrini ne parla con affetto: gli faceva da autista negli ultimi anni, quando Veronelli era ormai cieco, e in quei viaggi gli insegnava a guardare la terra con gli occhi dell’anima. Gli raccontava che la vera follia è quella buona, quella che ti fa scegliere la vita invece della paura. Da quel pensiero nacque “La Follia”, che Omar dedica a lui e a chiunque ami la vita. È uno di quei momenti che non vorresti finissero mai: la voce, la storia, l’uomo. Tutto vibra all’unisono.

Dopo l’ultima nota di Pedrini e i lunghi applausi che la accompagnano, è il turno di Massimo Priviero. La definizione di “Bruce Springsteen italiano” lo segue da anni, lui la prende con ironia: poteva andarmi peggio, dice dal palco, prima di attaccare con il suo set.

La formazione è ridotta all’essenziale per adattarsi agli spazi della chiesa, ma la resa è tutt’altro che contenuta. L’energia è immediata, muscolare, ma mai fuori misura. Priviero costruisce un equilibrio efficace tra omaggi e scrittura personale. Cita Dylan senza ricalcarlo, lo attraversa. Poi torna alle sue parole, ai suoi racconti.

Tra questi, “Bataclan” è il vertice emotivo della serata. La canzone nasce dalla storia di una giovane donna uccisa durante l’attentato al teatro parigino, ma la narrazione si allarga rapidamente: diventa simbolo, memoria collettiva, canto per tutte le vittime della violenza. Nessuna retorica, nessuna posa, solo una voce che restituisce dignità al dolore. Quando arriva il bis, richiesto a gran voce, sceglie “Abbi Cura”. È una chiusura coerente, quasi necessaria. Un invito semplice, diretto, senza moralismi. L’impressione è quella di un artista che non ha mai cercato scorciatoie né ammiccamenti ma ha sempre preferito mettersi in gioco.

La presenza di Pedrini e Priviero al Premio Tenco era stata annunciata come un omaggio alla “memoria del Rock”, un filo che lega la canzone d’autore alla sua anima elettrica. Ma alla fine è stato qualcosa di più. È stata la prova che la musica non ha bisogno di etichette per parlare, che il Rock può essere poesia e che la poesia, se sa farsi carne, è già Rock. Perché non è una questione di accordi, ma di voce. E certe voci, quando dicono la verità, diventano sacre anche in una chiesa sconsacrata.
Articolo di Silvia Ravenda, foto di Francesca Cecconi
