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Panthers Party live Bologna

l manifesto dei Panthers recita: “Chi dice che il punk è morto ha torto”. Sul palco B.R.E.N.S.O., Mad Dogs, Marsx

“Chi dice che il punk è morto ha torto”

Il 5 gennaio a Bologna si è svolto il Panthers Party; i Panthers sono un collettivo di artisti per lo più bolognesi; in questa serata avremo tre band che si alterneranno sul palco dello Sghetto. Di recente il collettivo ha pubblicato una compilation pro-Palestina dove possiamo ascoltare alcuni degli attuali esponenti punk rock della città, altra corrente ben viva oltre a quella new wave e dark wave. Il manifesto dei Panthers recita: Chi dice che il punk è morto ha torto, il che mi ha ricordato un’altra frase che ci andrebbe a pennello.

Rock’n’Roll isn’t dead. You are.

Tempo fa ebbi come regalo una maglietta proveniente dal merchandising dell’artista statunitense Ron Gallo; totalmente bianca, ha su la scritta “Rock’n’Roll isn’t dead. You are”. Un concetto su cui sono sempre stato molto d’accordo: a differenza di quanti hanno sostenuto il contrario, il Rock non è mai morto; ha solo continuato a esibirsi nei locali, a lasciare sudore in quella bolla d’aria chiusa ed elettrica o, molto semplicemente, non era più in tv e nelle radio nazionali – salvo emittenti eccezionali che però troppo spesso celebrano i grandi classici del passato – ma c’è eccome, è vivo, è LIVE. Così, il Rock non è mai morto, forse alcuni di noi hanno solo smesso di viverlo o di cercarlo nei posti giusti: i club, appunto.

Lo Sghetto è uno di essi; è situato in quello che definirei il quartiere underground musicale di Bologna poiché a pochi metri, oltre allo stesso, ci sono anche i vicini Freekout, Thannk e il Locomotiv. Lo Sghetto con la sua fervida vita notturna è ormai attivo da diversi anni non solo con il suo calendario live ma anche come realtà artistica: diverse sono le proposte di qualità pensate e sfornate dal suo interno. Decisamente una fucina di live di qualità e qui concedetemi una dovuta specifica su questo termine spesso abusato: a volte si parla di “live di qualità” riferendosi alla sola esecuzione dell’artista, ma un buon concerto è anche quello dove l’acustica dell’ambiente è buona e usufruibile in maniera chiara dai presenti paganti, elemento da sommare alla performance. In poche parole, un live che si sente da schifo è uno schifo di live, al di là di come gli artisti suonino. Lo Sghetto propone live di ottima qualità.

I preliminari

Io e la fotografa arriviamo puntuali all’apertura porte. Bisogna scendere lungo una piccola discesa per accedere. Dentro vediamo fotografi e giornalisti vagare per la sala nell’attesa. Ci mettiamo a nostro agio su un basso divano bianco e beviamo una birra ascoltando ottima musica selezionata, lì dalle casse – per lo più rock e rock garage con qualche sterzata leggermente psichedelica; il tutto risulta piacevolmente ipnotico. Mi guardo attorno; il locale è molto carino e ha un che di anni ‘70, almeno in questa serata; luci soffuse, la toilette (la cerco sempre subito in ogni locale come se fosse un’uscita d’emergenza) si trova dietro brillanti strisce argentate, il bancone è illuminato con tatto, la sua luce non disturba ma rassicura, lì in fondo, sembra parlarmi: sono qui, quando hai bisogno alzati dal divano e fatti un drink, ma quando lo dici tu, solo quando lo vuoi tu. In questo tipo di situazioni ci vuole poco a passare da una birra a quello che era il cocktail preferito di Lemmy Kilmister, un semplice Jack&Cola per avere giusto un po’ di aroma in bocca durante la serata, non so se mi spiego, ma attendo ancora un poco. Nel frattempo arrivano i musicisti in sala e incrociamo Mars Valentine dei MarsX che si esibiranno come terzo e ultimo gruppo.

Pronti? gli dico. Lui sgrana gli occhi e mi fa gesto col dito che preferisce parlarne dopo l’esibizione. C’è emozione ed elettricità; a parte una data zero di qualche giorno prima, è il primo live di un progetto formatosi durante la stessa composizione dell’album “The Rabbit Hole”. Già, una band che si è composta proprio come una canzone: man mano ha messo i suoi pezzi al giusto posto. La sala è ormai piena, si parte. Prendiamo posizione.

B.R.E.N.S.O.

I Brenso sono una band garage rock attiva dal 2020 con tre ep in canna. Tra le loro influenze comunicano i vari Sleater Kinney, Amyl and the Sniffers e “Anna Oxa conciata come una punk londinese” (per citare gli – ovviamente – Offlaga disco pax). Sul palco vediamo i sei componenti (due chitarre, tastiera, batteria, basso e voce). Poco prima di iniziare il batterista saluta tutti gli altri con un pugno a pugno affettuoso.

Via, si parte: un muro di distorsioni arriva senza preliminari, a secco. Il palco, dato il numero dei componenti, non è così grande ma la cantante sa districarsi e gesticolare da frontwoman a dovere. Il tastierista passa da momenti in ginocchio ad altri in cui ha un piede quasi sopra la tastiera, è decisamente un tipo contorsionista, mi si incricca la schiena solo a guardarlo. Il batterista è una carica di buon umore, sa picchiare bene il suo attrezzo. Non ci sono soli lunghi o particolari nella loro esibizione, si va molto di muro sonoro e cambi. L’outfit generale è misto, si passa da camice a quadri grunge al punk al dark. Arrivati al secondo brano li sento quasi più metal e più “Race Against the Machine” come approccio.

Noi siamo i Brenso, si presentano al terzo brano e abbiamo mangiato cime di rapa. Viva il Pathers Party, Viva Gaza e ‘fanculo il resto. Be’, come intuirete, hanno un approccio molto amichevole con il pubblico. Questo brano parla di tutti quelli che hanno scritto erroneamente “Brenso” su Google Nel pezzo di chiusura la cantante sfodera un trapano e inizia a giocarci con sguardo allucinato. La loro esibizione è un crescendo: tutto esplode sul finale.

Primo set finito, sono stati carichi e allegri; be’ è arrivato il momento di quel Jack&Cola di cui parlavo prima, durante il cambio di palco.

Mad Dogs

Qui andiamo su un altro intento. Una band più hard ed energy rock con tre album all’attivo. Di poche parole col pubblico, tirano avanti spesso senza pause tra i brani trainando un ottimo spettacolo. L’esibizione mi è piaciuta molto: decisamente rock da stadio se si ascoltano per esempio i finali, con un che di anni ‘70/’80 non solo nella durezza delle sonorità ma anche nel look (saranno le suggestioni da camice fiorate e che sono tutti capelloni. Beati loro). Tornando alla musica, c’è una maggiore e importante presenza di assoli rispetto alla band precedente con un ottimo gioco di cambi e di bridge.

Riff molto godibili, veramente, e ho notato che il chitarrista ogni tanto crea delle brevi bolle spaziali fatte di tremolo: quando l’effetto c’è, si sente ma solo per un paio di battute, poi viene disattivato. Durante il terzo brano noto che il batterista si scambia delle occhiate con quello dei B.r.e.n.s.o.; stanno cercando di comunicarsi qualcosa: è in atto un’operazione quasi chirurgica. Praticamente il pedale della grancassa ha ceduto durante l’esibizione dei precedenti B.r.e.n.s.o. e assistiamo a un cambio in diretta durante un brano dei Mad Dogs, più precisamente durante il bridge, senza interrompere lo spettacolo. Si passano il pedale continuando a tenere il tempo e via. Una sorta di pit stop da Formula 1 per batteristi.

Il frontman a fine esibizione va tra il pubblico con la chitarra, continua a suonare. Noto che il loro sound a volte tocca delle punte psichedeliche e quasi orchestrali. Insieme, formano un suono molto completo e mai di troppo.

Marsx

Benvenuti al ballo delle debuttanti esordisce ironicamente Marzio Valentine presentando la band al suo debutto. “Ironicamente” perché è una band nuova ma con dei componenti decisamente navigati: Valentine militava nei Valentine e nei Tribal Noise (in cui all’epoca era presente anche Federico Poggipollini), Riccardo Ricky Pedrini nei Nabat, Franz Attack Dal Cerè nei Rappresaglia e nei Thee Boozers, Cesare Ferioli nei Tribal Noise, nei Jack Daniel’s Lovers, nei Dirty Hands e nei Wu Ming Contingent e infine GiMod dai Bromance, Kisa e Sachertorte duo tecno punk.

Eppure l’elettricità dell’esordio c’è eccome, la tensione si sente nell’aria ma soprattutto si avverte l’elettricità, quella cosa eccitante e tesa da pre-concerto che va via scemando lentamente, si dissolve come un’aspirina forse dopo il quarto o quinto brano, quando ormai sai come è andata la serata, se magnificamente o uno schifo. Ecco, in quei minuti prima c’è ancora da giocarsi tutto, con quel fato che ci mette lo zampino tra cavi, cavetti, corrente elettrica, eccetera.

Marzio entra con la sua Gibson Les Paul; la guardo e penso che sembra così vissuta: è come se fosse ingiallita nelle sue parti chiare, ingiallita come una vecchia pagina di un libro. Chissà quante ne ha viste, quella chitarra, trasuda anni, chilometri, veli. Poi magari l’ha comprata l’altro ieri e io mi sto facendo suggestionare, io e le mie fantasie. Ma no, guarda, è proprio vissuta quella chitarra, non raccontiamocele. Quel ferro ne ha viste.

Mi colpisce anche un’altra cosa: se i chitarristi delle altre band avevano valigette con pedali e pedalini, dei Boss collegati a marche meno conosciute o diciamo sperimentali, lui si presenta con semplicemente un singolo, bianco pedalino e che credo fosse semplicemente un accordatore. La Les Paul ha la sua voce, su quel Marshall, che diamine c’è da aggiungere?

Il live inizia. Va tutto liscio per questi “debuttanti”, tutto procede, GiMod accompagna con un tamburello dalla prima “Happy Now”: scopriremo nei brani a seguire che lui è la piccola chicca aggiunta di recente che fa la differenza: accompagna il live sì con i tamburelli in maniera scenica, salendo su amplificatori e coinvolgendo il pubblico ma anche con piccole note di tastiera che armonizzano bene i passaggi. GiMod qui è un dettaglio, un gran bel dettaglio fondamentale, l’addetto ai luccichii.

Le canzoni del disco passano bene, dal vivo; il primo brano mi fa venire in mente questo pensiero: prendete una poesia, scrivetela su un foglio, poi accartocciatelo e usatelo per colpire qualcuno. È una cosa bella, non so se avete afferrato lo spirito.

Basta con il fumo del cazzo borbotta il batterista per i vicini fumogeni. La sala ora è gremita, sento la massa di gente dietro di me, mi pressa, mi spinge, siamo un polmone che sta per esplodere, siamo un cuore che cerca la linearità dopo aver dato dei pugni su quel muro del petto da dentro il petto stesso, gli aliti sanno di alcol, stiamo diventando dei draghi narcotizzati, sono quasi sul palco, non so dove mettere il piede destro, c’è un ventilatore, cosa ci fa un ventilare, ah i fumogeni sarà per quelli, per questo c’è un ventilatore. Il secondo brano, “A real mighty fall” è più hard rock come distorsioni, ha un attacco ancora più duro. Guarda la gente come si diverte, guarda come mi diverto io. È inizio anno, ci voleva del Rock, ci voleva come un colpo di cannone.

Il prossimo brano è nella compilation dei Panthers introduce Marzio. Noi vogliamo uccidere il mondo marcio. Ma anche la nostra vita marcia. Si tratta di “Rotten World”. Così la gente lo segue, segue queste note e queste parole di un romantico decadente.

Si arriva a una parentesi da un approccio quasi più rockabilly, “LSD Flash” dei Decibel: la band ormai è più sciolta, quella tensione iniziale si è dissolta come detto, vediamo i primi sorrisi dei componenti che tradiscono soddisfazione e sollievo. Cos’è che è free? chiede Marzio. Il fascismo risponde ridendo uno dal pubblico, una fulminante battuta satira degna di Altan e Forattini a bruciapelo. Così la band attacca con il brano “Is it Free?”. Le canzoni sembrano delle hit, sono orecchiabili, memorizzabili ma non scontati: piuttosto urgenti e immediati. Lo spirito è quello: è rock, è punk, è affascinante.

“Berlin Last New Year’s Eve” è un brano che credo abbia toccato tutti, anche stasera dal vivo. In un’intervista ho letto che Marzio l’ha definita la canzone più bella che ha scritto. È il racconto di una Berlino che sarebbe scomparsa, ci racconta, è il Capodanno prima della caduta del muro. Che dire? Ci sono brani dove il vissuto è un solco, forse proprio come quello di un disco. Un solco può essere tante cose.

A volte è una riflessione, a volte una cicatrice, comunque un ricordo e quella puntina quando ci passa sopra, quando punge dove brucia, quando cammina sopra l’animo, scrive delle cose molto belle dopo che si è imbevuta del nostro inchiostro. In certe canzoni lo senti. Come questa e direi come tutto questo live. I MarsX concludono con una cover di Faust’o, “Benvenuti tra i rifiuti”, lasciando cantare tutto il pubblico.

Che serata, la serata delle pantere. A Bologna ci sono delle pantere, già. Stasera abbiamo visto tre delle sue unghiette. Andate a cercarle, vale la pena essere graffiati.

Articolo di Mirko Di Francescantonio, foto di Giovanna Dell’Acqua

Set list Panthers Party Bologna 5 gennaio 2026

B.R.E.N.S.O.

  1. Back in time / 3 Roles
  2. Dance the disaster
  3. Brenso
  4. Tonight
  5. Drill
  6. System overload
  7. TV War
  8. Sugar Cane
  9. Food Porn City

MAD DOGS

  1. Intro
  2. No More Lies
  3. Go Ahead (Don’t Give Up)
  4. It’s Not Late Tonight
  5. Stoker
  6. Don’t Bend Over
  7. Switch Up My Time
  8. The Future is Now
  9. Black Sheep
  10. We Are Ready to Testify

MarsX

  1. Happy Now
  2. A Real Might Fall
  3. Scratch Like a Cat
  4. Wanna Live Until Now
  5. Rotten World
  6. LSD Flash (Decibel Cover)
  7. Is it Free?
  8. I Feel Lovely
  9. Two Holes
  10. Berlin
  11. This Final Race
  12. The Rules
  13. Benvenuti tra i rifiuti (Faust’o Cover)

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