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Paolo Fresu live Carpi

Il Davis che abbiamo ascoltato è senza dubbio Davis, ma firmato Paolo Fresu

“A Kind Of Miles” è lo spettacolo che Paolo Fresu sta portando su molti palchi d’Italia per omaggiare Miles Davis. Noi abbiamo assistito alla replica di Carpi, il 21 gennaio, al Teatro Comunale. Perché il Jazz su Rock Nation, appare la domanda più semplice già a questo punto della lettura. La risposta è semplice: quando si parla di Miles Davis, e ancor più in particolare dell’album del 1959 “A Kind Of Blue”, non si tratta mai di rigide suddivisioni di genere. Davis è uno dei grandi nomi della musica contemporanea, genio capace di trascendere i generi, se stesso e la sua stessa arte. Ecco il perché della scelta di partecipare a questo spettacolo e di parlarne qua, sulle nostre pagine.

Paolo Fresu, trombettista, compositore, flicornista e tanto altro ancora, di origini sarde, non si è preso sulle spalle un compito facile. Mettere in scena Miles Davis, e farlo in un’ora e trenta minuti. Detta così, l’impresa appare davvero ardua, sempre che non si decida di fare quello che va fatto, o che andrebbe fatto in ogni omaggio che si rispetti: essere rigorosi, mettersi in gioco, mettere da parte se stessi e far emergere il rapporto e la relazione che sussiste fra un’arte e un artista, e la propria arte e il proprio essere artisti. Solo così il risultato può sorprendere, come è accaduto a Carpi.

Fresu ha messo in scena il suo Davis. O meglio, il Davis che abbiamo ascoltato è senza dubbio Davis, ma firmato Paolo Fresu, che ha saputo portare il grande compositore e trombettista nel suo animo, nel suo mondo, e così farlo davvero (ri)vivere. Per riuscirci ha avuto bisogno di due band, una acustica e una elettrica, formate da Bebo Ferra, Christian Meyer, Dino Rubino, Federico Malaman, Filippo Zignato, Marco Bardoscia e Stefano Bagnoli. La regia è di Andrea Bernard, e non è secondario sottolinearlo, perché questo spettacolo mescola recitazione/racconto e musica. Non aspettatevi un solo e semplice concerto, ma un viaggio nell’essenza della musica di Davis. Già dall’apertura gli intenti sono chiari. Si parte con una frase dello stesso Davis, e cioè: “non suonare ciò che vedi (riferendosi allo spartito), ma ciò che non c’è, quello che non vedi”. Fresu ha fatto suo questo monito, e nel corso della serata mette ha messo il suo fiato e la sua anima in tanti pezzi importanti, che sono anche parte di un doppio disco che accompagna questo progetto.

Non si tratta di una biografia rigorosa, e tanto meno del racconto fedele alla cronaca della vita del grande musicista. Allo stesso tempo non è la genesi di “A Kind of Blues”, come il titolo può indurre a pensare. Fresu è riuscito a mettere in scena uno spaccato della vita e dell’arte di Davis, un racconto parziale che però mette bene in evidenza i cambiamenti e le novità che Davis ha apportato alla musica. Non dimentica la parte istrionica, umana e troppo umana, e l’impegno che Davis sapeva mettere nella sua musica. Ne deriva uno spettacolo ben equilibrato, dove i pezzi degli anni ’50 e ’60 convivono con le variazioni e innovazioni degli anni ’70 e ’80. Il tutto accompagnato da un racconto che non è mai invasivo, che non spezza il ritmo, che non è mai pedante e non appesantisce. Gli intermezzi non sono i racconti dei brani, tanto meno le spiegazioni.

Il viaggio di Fresu è un omaggio vero alla musica di Davis, intesa come arte capace di esprimere un mondo complesso. Con ben chiaro un asserto iniziale: la musica jazz, a differenza della classica, è inevitabilmente legata a come si suona un brano. Così Davis è diventato il Davis di Fresu, e Fresu, grazie a questo confronto, ha saputo diventare il Fresu che suona Davis. Insomma, per chi segue Fresu, una piacevolissima sorpresa, perché questo non è un concerto di cover, ma un vero omaggio jazz a chi il jazz lo ha stravolto per decenni. Trovarne la quadra e far emergere, per tutta la durata dello spettacolo, che uno degli insegnamenti di Davis era quello di non essere mai uguali a se stessi, ma eccedere ed eccellere, non era compito semplice. Fresu c’è riuscito, grazie anche a musicisti che vivono in prima persona questa musica, soprattutto Meyer (alla batteria), Ferra (alla chitarra) e Malaman (basso), tre autentiche forze della natura.

Tuttavia, gli applausi a fine serata saranno giustamente ben distribuiti a tutti i protagonisti, perché questo spettacolo, costruito con una messa in scena minimale all’apparenza, ma figlia delle moderne tecnologie – con schermi e proiezioni, luci e led che, spente, danno grande minimale eleganza al tutto – restituisce la bellezza di una musica unica e irripetibile, quella cioè di Davis, che dunque non può essere né copiata né rifatta, ma solo fatta vivere da chi ne coglie l’essenza intima. Noi vi consigliamo di non perdere questa occasione e di andare ad ascoltare questo spettacolo, prima che sia troppo tardi. Allo stesso tempo, per ovviare, nel mentre potete ascoltare l’album di Fresu, suonato con gli stessi musicisti e disponibile anche sulle piattaforme.

Articolo di Luca Cremonesi

Foto di Tommaso Lepera fornite dal Teatro Stabile di Bolzano

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