E così alla fine mi ritrovo all’AFAS Live di Amsterdam per assistere al concerto di Shane Michael Boose, in arte Sombr. È il 2 marzo, ma il pomeriggio è insolitamente tiepido e soleggiato. Per fortuna, dico io, perché fuori c’è già una fila chilometrica e bisogna aspettare parecchio. Ci fanno entrare a piccole ondate, a singhiozzi. Per lo più sono attorniato da ragazzine e ragazze scollacciate che devono essersi precipitate qui non appena uscite di scuola, irrequiete e scalpitanti dopo otto mesi di impaziente attesa da quando Sombr ha annunciato la data olandese del suo “The Late Nights & Young Romance Tour”.

A convincermi ad andare al concerto è stata mia figlia, che la scorsa estate si è fatta regalare un biglietto per festeggiare una brillante promozione al liceo. Un mese prima del concerto, carico una playlist su player e, durante un viaggio in macchina attraverso i Paesi Bassi, mi ascolto ininterrottamente l’ultimo album di Sombr, che si intitola “I Barely Know her” (a dire il vero è l’unico, se si esclude un ep di otto tracce e una caterva di singoli, ma della discografia ne parlerò più avanti). Lo trovo, a primo impatto, molto gradevole. Tiro un bel sospiro di sollievo, perché all’inizio non avevo grandi aspettative per la musica di un ragazzino diventato famoso con qualche video virale su TikTok.
Charlotte Lawerence ospite d’apertura
L’AFAS live è un gioiellino architettonico dall’acustica superba che può arrivare a una capienza di 6000 spettatori. Appena dentro, snobbiamo i posti a sedere, che potremmo occupare liberamente nella zona frontale ma lontana, e ci precipitiamo verso il palco. L’atmosfera, data la giovane età media, è allegra e distesa.Quando Charlotte Lawrence, artista d’apertura, fa il proprio ingresso sulla scena, il pubblico si ammutolisce all’istante. Il fatto che qui tutti capiscano perfettamente l’inglese rende l’interazione possibile. Saluta, si guarda attorno, fa qualche battuta da captatio benevolentiae. Indossa un abitino succinto, ha un’aria pensierosa, una chitarra in spalla e una marcata cantilena californiana.

Charlotte vuole far passare l’immagine di sé come una donna giovane ma vissuta. Al di là delle frasi di circostanza, e delle gentilezze per guadagnarsi la simpatia degli astanti, i brevi aneddoti che ci regala lasciano pochi dubbi sul fatto che ogni canzone sia dedicata allo stesso tema, ovvero a un fucking bastard bello e dannato che fa soffrire le tutte donne (si presume che lei sia sempre inclusa in questo gruppo di sciagurate). Charlotte è attrice, modella, cantautrice. La sua voce spezzata dai lamenti riflette tutto il dramma esistenziale di una giovane donna sballottata qua e là dalle tempeste di chissà quali amori sbagliati.
Di notevole fascino l’interpretazione di una cover dei Depeche Mode (“Enjoy the Silence”) a metà scaletta, che il pubblico GenZ, grazie alla riscoperta nostalgica per gli anni ‘80 ispirata da certe serie televisive oggi assai popolari tra i post-adolescenti, dimostra di conoscere a memoria e di cantare con generoso trasporto. Dismessa, infine, la chitarra da rocker, Charlotte si accosta alle tastiere per concludere il suo intervento, durato esattamente mezz’ora, e salutando il pubblico con un brano lento e romantico dal titolo “Somewhere”, che poi dà anche il titolo all’album che sta attualmente promuovendo. Prima di salutarci, non manca un ringraziamento accorato a Somber, che le ha permesso di calcare i palcoscenici di mezza Europa.
L’ingresso trionfale di Sombr
A questo punto scatta il viavai concitato di assistenti e tecnici del suono che aggiustano microfoni, spostano strumenti, posizionano oggetti, sbrogliano cavi lunghissimi secondo percorsi prestabiliti. Sombr non rinuncia, infatti, al microfono cablato, e come vedremo più avanti, questo è parte della sua peculiare e ben studiata estetica. Ma torniamo alla sistemazione del palco. La musica di sottofondo crea attesa, qualcuno si siede per terra per ricaricarsi prima del vero, attesissimo spettacolo, altri vanno al bar e tornano al gruppo di amici che avevano lasciato più avanti facendosi largo con leggere gomitate. Trascorrono quaranta minuti, poi cala il buio. Cominciano le note di “i wish i knew how to quit you”, che crescono insieme alle grida deliranti del pubblico, fino a esplodere in un boato all’ingresso di Sombr.

È questo il momento che marca un’ora e un quarto di ininterrotta carica iuvenile, un tripudio di gioventù e di vigore irrequieto. Malgrado i suoi vent’anni, Somber cavalca il palco con una sicurezza da star matura. I gesti sono disinvolti, la presenza è reale, autentica, convincente. Indossa un bolero da ussaro con alamari dorati. Si tratta di una giacca iconica nel Rock britannico degli anni Sessanta e Settanta, che Sombr usa per esaltare l’impatto scenico della sua performance. La tiene tutto il tempo sbottonata per lasciare intravedere il suo petto nudo completamente glabro ed emaciato. La teatralità dei suoi gesti e della sua figura esile e asciutta si fondono con il viso ovale incorniciato da ricci appena spettinati, che nel contrasto con il pallore del viso emanano un senso di acerba ribellione. La silhouette magrissima si slancia ancor di più grazie ai tacchi gialli dei suoi stivaletti, il cui colore rima con quello delle mostrine fissate sulle spalle, il fazzoletto annodato al collo e i paramani sull’avambraccio.

Non passa il tempo di raccogliere un applauso e di salutare gli astanti che siamo già alle prime note di “we never dated”, introdotta dall’inconfondibile giro di basso. Qui il giovane pubblico si scioglie, i corpi si abbandonano ai movimenti dettati dal ritmo. La forza maggiore di questo brano è la sincope sull’ultimo quarto che introduce il ritornello: trasmette un senso di potenza che ti sbalza via in avanti e ti invita a saltare. Sombr, sul palco, non è da meno: si dimena spostandosi da un punto all’altro con una tale energia che suscita ammirazione ed emulazione.
Una digressione sulla discografia di Sombr
La terza canzone, “savior”, segna un cambio di andatura, un rallentamento che amplifica l’intimità dell’atmosfera. Ha anche inizio una specie di alternanza tra i titoli dell’album uscito nel 2025 (“i barely know her”) e i singoli più vecchi.

Qui è d’obbligo aprire una parentesi sulla discografia di Sombr. Al contrario dell’approccio classico, che vede la pubblicazione di un paio di singoli prima del lancio di un album, Sombr preferisce una strategia più moderna e dinamica, dettata da una felice integrazione tra tecnologia, algoritmo e test sui social. Anziché puntare all’uscita di un disco ogni due anni, il giovane artista newyorkese rilascia un singolo ogni quattro-sei settimane, tenendo alta l’attenzione del proprio pubblico e fornendo ai follower un costante dose di appagamento a dir poco dopaminico. Nel caso una canzone abbia più successo delle altre, Sombr prova a costruirci attorno qualcosa di coerente che ne ripeta il successo, raccogliendo solo a posteriori una serie di tracce da far confluire in un album. Mi spiega Giulia che spesso Sombr interagisce con il suo giovane pubblico su TikTok, pubblicando un tema musicale, un frammento o un ritornello, per poi chiedere un parere. Se ottiene un feedback particolarmente positivo, sviluppa quel frammento e completa la canzone, operando così all’interno di un modello di verifica e controllo assai efficiente, grazie al quale non rischia quasi mai un disallineamento con i gusti e le aspettative dei fan.

Tutto questo meccanismo creativo ha portato Sombr a collezionare un numero elevato di singoli che non sono ufficialmente parte di un album o un extended play. Eppure la gente li canta a squarciagola e li conosce alla perfezione, anche se sono passati anni da quando sono diventati virali. Il contrasto tra vecchie e nuove produzioni è ben palpabile in alcuni momenti centrali del concerto, allorché dalla cadenzatissima “undressed”, successo del 2025, passa alla struggente “caroline”, scritta da sedicenne nel 2022. Proprio al momento di “caroline”, in molti nella sala si emozionano perché l’interpretazione è struggente e melanconica, e in più il testo è colmo di esclamazioni che Sombr vocalizza con gemiti capaci di toccare in ciascuno dei presenti il ricordo di qualche amore passato che resta sospeso in un’aura di sofferenza.
La teatralità di Sombr
L’esuberanza di Sombr, là dove il tempo veloce del pezzo lo consente, si esprime anche attraverso gesti eclatanti, come mettersi in piedi sul pianoforte mentre canta “crushing” o dandoci dentro con un mic swinging durante i momenti più agitati, per esempio interpretando la recentissima “homewrecker”.

E qui, a proposito di teatralità, bisogna aprire un’altra parentesi. Abbiamo detto che la giacca militare da ussaro lo accosta a tanti artisti degli anni Sessanta, e lo stesso avviene anche con certi movimenti ben codificati nell’iconografia Rock, quando sul palco si afferra il microfono per il filo e lo si fa roteare come un lazo, vorticosamente, per lanciarlo in aria nella speranza di una presa spettacolare. Lo abbiamo visto fare a molti gruppi blasonati – chi non ricorda Roger Daltrey dei The Who? – ma adesso Sombr incarna i vecchi movimenti della tradizione con una presenza scenica da GenZ ben più fluida e meno mascolina – in altri concerti indossava camicie in pizzo nero –, una fisicità glam quasi androgina, dalle guance imberbi, dalle quali sparisce ogni segno di brutalità. Si capisce subito che siamo di fronte a un artista un po’ riluttante agli stereotipi di genere, coraggioso nel mostrare dolcezza, vulnerabilità, fragilità emotiva e ricercatezza nei dettagli estetici. La sua faccia pulita e intonsa lo rende un perfetto esempio di bellezza efebica degna dei migliori racconti di mitologia, tutto dedito ai drammi del cuore e alla sincerità delle sue passioni incipienti.
Eppure la teatralità non si limita alla sola figura di Sombr come personaggio ma si proietta sapientemente anche sulla scenografia e sugli spazi che attraversano il palco. Il fondale, per esempio, ha tre macro aree. Al centro e a sinistra ci sono due archi che riproducono due ampie finestre, al di fuori delle quali si indovina una New York stilizzata tra palazzi, luci e grattacieli. L’alternanza di rosso e blu dalla regia delle luci sembra voler mettere d’accordo i due grandi filoni della politica statunitense, come a significare che la musica di Sombr è bipartisan e non vuole scegliere tra il rosso dei Repubblicani e il blu dei Democratici, ma decide piuttosto di abbracciare e inglobarne ogni differenza. A ben guardare queste due finestre sullo sfondo, si indovinano il Chrysler Building e l’Empire State Building, entrambi al centro, e le Twin Towers sulla finestra a sinistra.

A cinque canzoni dalla fine, è il momento di “canal street”, titolo scelto in omaggio a una celebre strada a sud di Manhattan che si colora di luci e si carica di una classica atmosfera natalizia a dicembre, ma che nella canzone si trasforma in profonda nostalgia e solitudine per un amore finito.Ebbene, cosa fa Sombr? Con enfasi, si sposta sul lato destro del palco, dove invece troviamo un divano, due piante e un tavolino, e cantando da comodamente seduto ci porta in questo salotto a sud di Manhattan da cui si vedrebbero esattamente a nord e a ovest le torri che abbiamo nominato poc’anzi. Certo, al posto delle Twin Towers ci sarebbe Ground Zero, ma la sua è una New York iconica, idealizzata e cristallizzata, e poco importa che al momento della sua nascita le Torri Gemelle fossero state già abbattute: lui sta lì a raccontarci il suo personalissimo sogno americano, dalla musica improvvisata in una stanzetta durante il Covid alla popolarità mondiale.
Epilogo con saluto ravvicinato
Le ultime due canzoni chiudono in bellezza un concerto che ha emozionato e divertito. Prima “back to friends”, introdotta dalle note basse e sostenute del pianoforte, perentorie come quella situazione pressoché universale di una relazione conclusasi con l’assurda richiesta di ritornare amici da chi ne ha decretato la fine, e poi “12 to 12”, un riferimento al tempo dell’abbandono, da mezzogiorno a mezzanotte e viceversa, che non scorre più nell’intesa di due cuori che pulsano a distanza ravvicinata e lo scandiscono all’unisono.

Sazia di musica e di spettacolo, la folla defluisce ordinatamente verso l’esterno, ma i fan più informati come Giulia sanno bene che Sombr spunta sempre dal retro della venue per concedere una generosa mezz’ora di autografi e selfie. Ed è così che nella limpida notte di Amsterdam, con la temperatura che comincia a precipitare verso lo zero, dopo una paziente attesa alle transenne che lambiscono la passerella improvvisata di Sombr, ce ne torniamo alla macchina con un bottino di tutto rispetto e un’esperienza da ricordare a lungo.
Articolo e foto di Giuseppe Raudino
Set list Sombr Amsterdam 2 marzo 2026
- i wish i knew how to quit you
- we never dated
- savior
- perfume
- do i ever cross your mind
- come closer
- in your arms
- undressed
- caroline
- dime
- would’ve been you
- homewrecker
- canal street
- crushing
- under the mat
- back to friends
- 12 to 12
Set list Charlotte Lawrence Amsterdam 2 marzo 2026
- Morning
- Better Than This
- Dog
- Fear of Falling
- Enjoy the Silence (Depeche Mode cover)
- I Don’t Wanna Dance
- Bodybag
- Somewhere
