Il 13 settembre si è svolto il secondo giorno dello Spring Attitude, l’attesissimo festival romano che quest’anno, per la prima volta, ha trovato una nuova casa nel centro congressi La Nuvola all’EUR. L’evento ha accolto oltre 18.000 persone, un successo straordinario per la sua quattordicesima edizione, che è ormai un’istituzione per la capitale.
Quest’anno l’evento ha assunto una veste inedita in una location futuristica e dal sapore internazionale. Sebbene l’acustica abbia mostrato qualche limite, trattandosi della prima volta che lo spazio ospita un concerto, il mood complessivo sembra strizzare l’occhio a grandi festival italiani di musica elettronica come il Club to Club di Torino. La line-up, tuttavia, è tutt’altro che solo elettronica: tende come sempre ad assumere diverse sfaccettature, agglomerando diversi generi e presentando un mood non proprio chiaro, ma che permette a chiunque di goderne durante l’intera durata del festival, che inizia alle 17:30 per finire alle 4 del mattino inoltrate. Quest’anno, inoltre, l’organizzazione ha gestito i due palchi in modo diverso: il palco principale, il Ploom Stage, è stato diviso dal S/A Block Party in terrazza, che ha ospitato numerosi dj set in contemporanea. Durante tutto il corso dell’evento si nota infatti un notevole ricambio di persone, tra chi arriva nel pomeriggio e va via presto, chi invece si presenta direttamente a tarda serata per i dj set. Insomma, una line-up che in un modo o nell’altro lascia spazio ai gusti di tutti e che, fra artisti italiani e internazionali di alto livello, alza ancora una volta l’asticella del festival.


Dopo essermi persa i Bouganville alle prese con i mezzi pubblici romani, il primo che riesco ad ascoltare è faccianuvola, cantante e produttore classe 2002. Con il suo onirico pop-elettronico, l’artista domina il palco con naturalezza e, pur con un pizzico di timidezza, non fa difficoltà a far ballare tutti. Con un approccio al synth e al vocoder elegante e sperimentale, ascoltarlo è una ventata di aria fresca.

Si respira qualcosa di nuovo, di qualità e dal gusto raffinato, sia nelle sue scelte compositive, sia nei testi intimi ed emotivi. In una setlist di quaranta minuti contenente i suoi migliori pezzi del suo ultimo album, come “portami a ballare in primavera”, “verticale” e “disperata gioventù”, chiude il set con una cover di “Cuccurucucù” di Franco Battiato, con una performance piena di energia e un pizzico di commozione.



Dopo venti minuti di pausa passati ad esplorare la venue, davvero immensa e piena di gente, è il turno degli Altin Gün. Band turca di grande successo internazionale, i cinque componenti ipnotizzano tutti.


La strumentazione atipica, fatta da un saz, percussioni, synth, chitarra, basso e batteria proietta in oriente, con un alternative rock psichedelico ritmicamente catchy e ballabile, seppur complesso.



A seguire appare la vera headliner della serata, La Niña, rivelazione dell’anno del panorama mainstream italiano. Il pubblico si accalca, c’è molta più gente di prima e non appena l’artista entra in scena, viene accolta da un boato. In quanto napoletana io stessa, quest’accoglienza non può che rendermi orgogliosa. Sapere che la musica napoletana ha avuto un riscontro così grande anche nel pop e tra i più giovani è una grande conquista, e sentire tutti cantare la mia lingua è a dir poco emozionante.



Il live è incredibile: il mix di musica tradizionale napoletana e pop, l’utilizzo di strumenti tradizionali come i tamburelli e le nacchere rendono il tutto estremamente credibile, grazie anche alle grandi musiciste e musicisti di cui si circonda.



È un’esibizione ancestrale, tutti sono ipnotizzati da ciò che La Niña ha riportato in auge con il suo album “Furesta”, che suona quasi integralmente. “Figlia d’a tempesta”, la sua canzone più conosciuta, infuoca il pubblico, mentre chiude il set con “Manalonga”, un brano a cappella presente solo nel suo album in vinile.



Una voce potente e vera, che usa per esprimere temi di estrema importanza, con discorsi tra una canzone e l’altra che inneggiano al femminismo, al sostegno alla Palestina e ai chi migra dal proprio paese per cercare una vita migliore.
È poi il turno del siracusano Marco Castello, nome che aleggia da qualche anno tra gli appassionati di jazz, indie e pop italiano, che personalmente reputo fra i migliori che l’Italia possa vantare nel 2025.



L’artista, che ormai è di casa da diversi anni allo Spring Attitude, si esibisce con la band al completo, con tre sassofonisti, batterista, tastierista, bassista e chitarrista elettrico, il tutto come sempre mentre canta accompagnato dalla sua fedele chitarra acustica. Castello non smette neanche per un attimo di far ballare e cantare il pubblico, che dopo la Niña si è forse un po’ ridotto, ma che per il polistrumentista siciliano rimane piuttosto solido.



Come ogni suo concerto, la resa delle sue canzoni live è anche meglio che in studio, grazie alla completezza della band e ai fiati, che elevano ogni brano alle stelle. Nel suo mix tra jazz e cantautorato italiano, incendia il palco con “Copricolori”, fa cantare tutti a squarciagola con “Dracme”, emozionare tutti con “Melo”, e ci regala anche una cover di “Palco” di Gilberto Gil e una di “Orgoglio e Dignità” di Lucio Battisti. È sempre bello vedere sul palco delle persone “vere”, autentiche, che fanno quello che vogliono, anche un po’ fregandosene di quello che ci si aspetta da un artista in questo periodo dominato dai social e dalla scarna estetica.

La band più attesa del secondo giorno è sicuramente L’Impératrice, colossi della disco-pop francese. La prima cosa che emerge è il suono, incredibilmente pulito, con bassi preponderanti e tastiere delicate ma presenti.



Tecnicamente infallibili, si muovono sul palco con maestria e lo conquistano tutto. Il pubblico balla dall’inizio alla fine, la nuova cantante Louve mostra un’energia travolgente e si rivolge spesso al pubblico per incitarlo, ricevendo un riscontro sempre positivo ed energico.



Tra giochi di luci, non mancano anche momenti più elettronici, soprattutto verso la fine del set che si macchia di EDM e apre le danze per i dj set successivi. La serata si conclude con il duo italiano Planet Opal e la dj tedesca Ellen Allien, che ha tenuto in pista il pubblico fino a tarda notte.
Come ogni anno, si lascia la venue con un po’ di malinconia. Con La Nuvola alle spalle, mentre si torna a casa, ci cade addosso la consapevolezza che l’estate è finita, e che si dovrà attendere un altro anno per rivivere il festival romano underground più interessante dell’estate. Nostalgia a parte, lo Spring di quest’anno si consacra come un grande evento, con un futuro più che promettente e tutte le carte in regola per crescere ancora e affermarsi tra i grandi festival italiani.
Articolo di Marta Mazzeo, foto di Daniele Bianchini
