L’8 novembre Stef Burns, conosciuto in Italia soprattutto per essere il chitarrista americano di Vasco Rossi, è tornato a Castel Goffredo (MN) ospite di For Freedom Music di Mario Chiesa e dell’Associazione J. Pastorius. Una serata speciale, come sempre quando Burns passa di qua, dove ormai è di casa. Speciale anche perché questa volta il musicista statunitense ha portato sul palco del San Luigi, giustamente sold out, con persone anche in piedi, un progetto inatteso.

Chi lo ha sentito qui nel mantovano, in questi anni, ha ascoltato omaggi al Rock, al Punk, al Grunge. Lo ha visto al fianco del batterista metal Will Hunt; e lo ha ascoltato con gli Heroes and Monsters, un progetto decisamente duro e spigoloso. Che quella sia la sua anima è cosa nota. Non va dimenticato che in Italia suona con Vasco, che ultimamente ha deviato verso un pop-rock commerciale dove di spazi ne ha, ma sempre più morbidi e poco pungenti (un tempo, per fortuna, non era così), ma nel suo passato vanta collaborazioni con Alice Cooper e con un mondo che oscilla fra Metal e Hard Rock.
Questa volta, invece, a Castel Goffredo Stef Burns è arrivato in compagnia di Fabio Valdemarin alle tastiere, Federico Malaman al basso e Paolo Muscovi alla batteria. Che la serata fosse anomala lo si è capito dal fatto che i musicisti questa volta non hanno suonato con i ragazzi e le ragazze della scuola, e questo era già un tratto distintivo. Poi, una volta cominciato il concerto, si è capito che il quartetto oscilla fra Jazz, Soft-Rock, sperimentalismo che sfocia in un Jazz-Rock di ottima fattura. Un connubio che mette insieme Jeff Beck, Pat Metheny, Yellowjackets, Thelonious Monk, Mike Stern, e composizioni originali. Il tutto con una scaletta che, di fatto, esiste e non esiste. Un’ossatura c’è, e circola anche in sala, ma di fatto tutto avviene per flusso di coscienza.

Mi spiego. Nelle altre formazioni con le quali Burns si è esibito a Castel Goffredo c’è sempre stata tanta intesa e, allo stesso tempo, quel pizzico di sano professionismo che solo gli americani sanno imprimere alla musica. In poche parole, tutto ha sempre funzionato bene, senza però mai uscire dalle righe. Questa volta, invece, c’è stato un elemento nuovo e inatteso: il sorriso.

Burns ha sorriso per tutto lo spettacolo. Cosa che, solitamente, si concede nella seconda parte dello spettacolo di Vasco, quando ormai si va verso i classici, e la tensione si stempera. A Castel Goffredo, invece, ma non fatico a credere che sia così anche nelle altre tappe di questo tour, i quattro sono apparsi in grande sintonia, rodati ovviamente, ma con una variabile in più: quella, cioè, del divertimento. Che si è condensato, appunto, nel sorriso. La band è apparsa a tutti felice e ha suonato con grande tranquillità brani non del tutto di facile accesso. Un caso è “James” di Pat Metheny, esecuzione che si è fusa con improvvisazioni e passaggi jazz, soprattutto di un basso che ha strappato applausi continui. Pat Metheny Group era poi già stato protagonista in apertura di serata, con una rivisitazione, nel mezzo di una vera jam, di “Last Train Home”, brano che già aveva fatto capire come il basso sarebbe stato il vero socio di Burns.

Anzi, il basso di Federico Malaman è forse stata la più bella scoperta della serata. Perfetto in “Mr. Fonebone”, un brano di Jaco Pastorius e di Bob Mintzer, che viene fatto reagire con momenti di jam e improvvisazioni, dove i componenti della band hanno dimostrato quanto amino suonare insieme. Nel mezzo dell’esecuzione, oltre ai momenti di esibizioni da solisti, ci sono stati sguardi, intese e tanti sorrisi. Malaman si è poi confermato splendido anche in “Shine”, composizione di Burns, eseguita integralmente, che in origine era un pezzo rock e solido, che in questa nuova vita ha invece mantenuto la morbidezza della chitarra di Burns – il suo vero tratto distintivo – con l’aggiunta di una parte ritmata, figlia di Malaman, che ha dato completezza a questa musica.

Fra le sorprese anche “Echo Lake”, brano composto nel 2005 con Peppino D’Agostino, e presente nell’introvabile album “Bayshore Road”. In chiusura spazio per l’esecuzione perfetta, anche grazie al tappeto jazz, di “Couldn’t Stand the Weather” di Stevie Ray Vaughan and Double Trouble, brano del 1984, che diventa senza dubbio il pezzo più rappresentativo di questa fusione di Jazz-Rock che la band sta portando in giro. Rispetto alle scalette delle altre date, a Castel Goffredo Burns ha mescolato, sperimentato, suonato molte sue composizioni e, nel mezzo, fatto reagire brani di autori noti, senza però toccare grandi classici.

Una serata piacevole, per un pubblico attento, quale è quello che qui a Castel Goffredo segue i progetti di For Freedom Music di Mario Chiesa e dell’Associazione J. Pastorius che, ancora una volta, ha saputo investire in un concerto non banale, ma che ha fatto capire quante siano le potenzialità di musicisti che, troppo spesso, releghiamo in caselle solo perché abituati a vederli legati a un genere specifico. Burns, come tutti gli americani, ha dimostrato versatilità e grande capacità professionale, oltre che talento da vendere.
Articolo di Luca Cremonesi, foto di Giulia Bui

Set list (approssimativa) Stef Burns Brothers Castel Goffredo 8 novembre 2025
- Last Train Home
- Little Shoes
- Minuano
- Mr. Fonebone
- Cross the Heartland
- Shine
- Never Alone
- Nutty
- James
- Echo Lake
- Couldn’t Stand Weather
- El Beko
- Revelation
