Do you think he’ll like it? Una fanciulla bellissima, straniera, dai lunghi capelli rossi che ne incorniciano il viso delicato sul quale spiccano occhi blu come zaffiri, confida al ragazzo che è con lei la speranza di riuscire ad avvicinare il suo idolo per poterlo omaggiare di un ritratto realizzato di suo pugno, che tiene saldamente stretto al proprio petto. Il giovane la cinge con fare rassicurante, facendo quasi cadere il cocktail che tiene in mano quando teneramente le sussurra: He’s going to love it, be sure about that. Lei sorride come una bambina, mentre un tenue rossore le colora le guance. È a pochi metri dal palco su cui si sta per esibire Tamino, protagonista della serata del 20 settembre all’Alcatraz di Milano, organizzata da Barley Arts.
Tamino-Amir Moharam Fouad è uno degli astri più brillanti nel firmamento del cantautorato contemporaneo europeo: nato nelle Fiandre da madre belga e padre egiziano, nelle sue vene scorre il sangue di nonno Muharram Fouad, attore, cantante e performer tra i più acclamati nella storia del cinema nilotico. La sua proposta musicale, melanconica e intima, sta conquistando sempre più l’approvazione di pubblico e addetti ai lavori grazie alle atmosfere drammatiche e ricche di pathos delle sue composizioni. Le sonorità del Rock alternativo e del Folk occidentale si colorano di evocative melodie arabeggianti in grado di trasportare d’improvviso l’ascoltatore nei vicoli polverosi della medina, dove i profumi provenienti dai banchetti del suq riempiono le narici di aromi esotici mentre il muezzin intona il suo canto.
Dopo l’esordio nel 2017 a soli ventun anni con il singolo “Habibi” e una serie di collaborazioni illustri come quella con Colin Greenwood dei Radiohead, Tamino è oggi arrivato al terzo album con il recente “Every Dawn’s a Mountain”, lavoro che, dopo la tranche primaverile del tour negli USA, sta presentando al pubblico europeo in queste settimane.
Il parterre dell’Alcatraz è invaso da una folla di fan veramente giovanissimi, a occhio e croce di un’età compresa tra i quindici e i venticinque anni, con solo qualche testa grigia a spiccare sporadicamente tra mullet alla moda, acconciature afro e vistosi capelli colorati: un pubblico eterogeneo per etnia, genere e status sociale, dove c’è chi nell’attesa si diletta con la sua console portatile, chi felice mette a conoscenza gli amici della sua eccitazione per l’evento che sta per cominciare e chi purtroppo si sente male e viene portato fuori dagli addetti della Croce Rossa ancora prima dell’inizio dello spettacolo, mentre mazzi di fiori dai colori vivaci risaltano tra le mani di alcuni spettatori delle prime file. Si respira un’atmosfera che solitamente viene associata più al concerto di un teen idol che al mood struggente delle canzoni dell’artista belga, ma chi scrive è genuinamente compiaciuto di rendersi conto di quanto la buona musica riesca ancora a smuovere i cuori delle generazioni più giovani.

Il compito di aprire le danze spetta al songwriter di Anversa Sam De Nef: solo in piedi al centro del palco, cattura l’attenzione della platea con la sua voce duttile, simile in qualche modo a quella di un giovane Sting quando va a toccare le note più alte, mentre lo strumming della chitarra elettrica fa rimbombare le pareti del locale grazie a un suono caldo, rotondo e ricco di frequenze basse anche quando il biondo cantautore decide di schiacciare il pedale dell’overdrive.

Quello di De Nef è un Folk sporcato di Rock dalle atmosfere intime e rarefatte, sicuramente debitore del lavoro di personaggi come Elliott Smith o Nick Drake ma in grado comunque di mantenere una certa freschezza: dal vivo è un piacere ascoltare le sue canzoni, l’entusiasmo che trasmette è contagioso e viene premiato con frequenti applausi e incitazioni da parte dei presenti, ai quali dona, per ricambiare, la primissima esecuzione di un nuovo brano scritto durante il pomeriggio, come spiega lui stesso.

Dopo cinque pezzi, accompagnato dall’affetto della platea, Sam De Nef saluta l’Alcatraz e la scena viene immediatamente invasa dai tecnici responsabili del cambio palco. Il momento tanto atteso sta per arrivare.


Le luci si spengono e, mentre la macchina del fumo inonda l’aria di una sottile coltre di nebbia profumata, Tamino sale sul palco insieme ai suoi musicisti, accompagnato dagli applausi e dai tanti gridolini eccitati della folla. Un lungo dialogo tra il suono profondo del violoncello e le note appena accennate dall’oud fanno da introduzione alla sommessa “My Heroine”, brano di apertura della serata: rispetto alla versione da disco, l’arrangiamento viene qui dilatato con una potente coda che fa pensare alle sonorità dei primi Muse, complici gli stacchi guidati da batteria e chitarra distorta su cui si libra il falsetto cristallino del cantante.


Il pubblico non fa in tempo a riprendersi che l’enigmatico riff di “Raven” trasporta tutti in un mondo cupo e angosciante, fino ai lampi di fulgida bellezza sonora che ne contraddistinguono la sezione finale; nell’outro della successiva “Willow”, invece, la batteria dell’ottimo Ruben Vanhoutte assume un ruolo centrale, tirando notevolmente indietro il tempo e creando un’atmosfera generale di tensione, come se il brano stesso trattenesse il respiro.


Ammetto di essere colpito da quanto i pezzi traggano beneficio dagli arrangiamenti live, non perché su disco non funzionino, ma perché la band è una macchina da guerra che non sbaglia una nota e dona all’insieme sfumature più decise che, complice anche l’ottima acustica del locale, fanno risaltare ancora di più i virtuosismi di Tamino: una voce che, ascoltata dal vivo, impressiona per quanto sia versatile e potente, con bassi che vibrano fin nella pancia del pubblico e note sul registro più alto che raggiungono il cielo, senza sforzo apparente da parte del cantante. Fondamentale è il ruolo di Frederik Daelemans al violoncello, le cui melodie maestose fanno costantemente da contraltare ai vocalizzi del band leader, dimostrando inoltre di essere un ottimo vocalist a sua volta quando sostituisce Mitski sul duetto finale della ballad a tempo di valzer “Sanctuary”.


All’incirca a metà spettacolo la band lascia da solo Tamino sullo stage, il quale si spazientisce per un attimo quando le continue richieste della folla lo costringono a interrompere l’introduzione alla bella cover di “Flyin’ Shoes” di Townes Van Zandt, eseguita in un delicato arrangiamento per chitarra e voce; l’artista e il suo pubblico torneranno di nuovo amici poco dopo, quando alla fine di una vibrante versione di “Indigo Night” Tamino viene travolto da tutto l’amore e l’affetto dei presenti, con un’ovazione che lascia visibilmente commosso il musicista belga.


Siamo quasi agli sgoccioli: le armonie mediorientali della dolente “Babylon” fanno da preludio alla ninna nanna straziante di “Dissolve”, brano di chiusura del set, in cui l’artista canta dell’accettazione della perdita e del processo di trasformazione del dolore, in un momento di catarsi collettiva che si conclude tra gli applausi scroscianti dell’intero Alcatraz.

Tamino torna poco dopo sul palco, armato della sua chitarra per gli immancabili bis: una elegante, solitaria versione di “My Dearest Friend and Enemy” tiene con il fiato sospeso la folla, prima che proprio quel singolo che aveva decretato il successo giovanile del cantautore, “Habibi”, chiuda il concerto in una danza struggente tra voce e violoncello che fa commuovere tutti i presenti, i quali ricambiano i musicisti con un’ovazione finale colma di gratitudine.


Il pubblico si dirige in file ordinate verso l’esterno, qualcuno con gli occhi ancora lucidi per l’emozione, altri impegnati a intonare a squarciagola il proprio brano preferito. All’uscita incrocio nuovamente la ragazza con i capelli rossi, il ritratto sempre stretto vicino al cuore. È raggiante. Sta aspettando il suo idolo per potergli finalmente dire quanto le sue canzoni siano importanti per lei e donargli il dipinto sul quale ha tanto lavorato. Sono sicuro che Tamino ne sarà onorato.
Articolo di Alberto Pani, foto di Silvia Sangregorio

Set list Tamino Milano 20 settembre 2025
- My Heroine
- Raven
- Willow
- The Flame
- Persephone
- Sanctuary
- Every Dawn’s a Mountain
- Elegy
- Flyin’ Shoes (Townes Van Zandt cover)
- Sleep Talking
- Sanpaku
- Indigo Night
- Babylon
- Dissolve
- My Dearest Friend and Enemy
- Habibi
