Sono le 22.30 di mercoledì 16 luglio al BOnsai Garden e The Jesus and Mary Chain si fa attendere. Un forte messaggio di solidarietà, la scritta a caratteri cubitali “Free Mo Chara”, frontman dei Kneecap, tinge lo sfondo del palco. La venue non è particolarmente gremita, richiamando un evento più intimo e a cui ho l’impressione che partecipino solo i già fan. Finalmente il palco gemello del Sequoie Music Park si spegne e compaiono come per effetto diretto i membri della band: i fratelli fondatori Jim e William Reid (voce e chitarra rispettivamente), Justin Steven Welch (batteria), Mark Crozer (basso) e Scott Von Ryper (chitarra).

Il live inizia lento, con vari brani downtempo, e fatica a carburare. Il frontman appare stanco, sempre piegato sull’asta del microfono come quarant’anni fa ma senza verve, mentre gli altri restano nelle retrovie a tratti nascosti tra banchi di nebbia fitte. Magari devono solo ingranare, mi dico.


Termino il servizio fotografico e mi fermo nel parterre a seguire il concerto e osservare la platea. Una grande fitta di nostalgia mi colpisce, come se sia chi sta sul palco sia chi sta sotto sia presente in memoria di tempi andati, come una commemorazione. The Jesus and Mary Chain sta disponendo in tavola tutte le carte di una carriera quarantennale, portando una esecuzione corretta e senza sbavature che però manca totalmente di pathos. Non c’è particolare coinvolgimento dal gruppo, non c‘è particolare emozione: solo una immensa e pregnante nostalgia.


Qualcuno inveisce con un sono troppo vecchi. Può essere che non riescano più a sostenere un live, ma stacci tu a quasi settant’anni su un palco. E questo apre a una discussione sull’ageismo piuttosto attuale: chi può giudicare quale sia l’età consona per performare? E soprattutto, chi ne avrebbe il diritto? Sarebbe come dire che la musica, l’emozione hanno un’età. Non ne sono convinta, per niente. L’età poco c’entra con l’assenza di connessione emotiva, che mi sembra il vero problema di questa performance. Sicuramente hanno dato il meglio di loro in altri tempi, ma si legge comunque chiaro sul volto di molti che stanno riportando indietro le lancette.


Si riprendono su “Head On” e sento un dai cazzo! La gente ricomincia a ondeggiare; del resto è una delle hit più conosciute ed emblematiche della loro produzione. Nonostante questo, lo scollamento e il distacco della band dal pubblico è eccessivo e va a erodere l’entusiasmo che si è creato. La presenza scenica di The Jesus and Mary Chain è troppo disallineata dal mood generale della platea: la flemma ristagna e cozza ulteriormente con i fasci colorati dell’allestimento luci e le proiezioni di immagini astratte e frenetiche.


La struttura del live è chiara, il crescendo ritmico porta in un viaggio dai brani più downtempo a quelli più movimentati e colorati. I brani “Come On” e “In a Hole” danno un po’ di gas al concerto e finalmente anche la gente sembra più convinta. Arrivano così anche i pezzi “Sometimes Always” e “Just Like Honey”, eseguiti con la voce femminile di Her Skin a supporto, eterea e che ben si incastra nell’estetica musicale del gruppo.


Forse stanno cavalcano un’onda del passato che ormai è una risacca e si aspettano di avere un pubblico diverso, in cerca di una valvola di sfogo e disposta a mettere la connessione con il musicista in secondo piano. Ma il pubblico è cambiato, complice il fisiologico alzarsi dell’età media, ed è più contemplativo. Non ci si può permettere di non tenere il palco, quando tutti in platea hanno gli occhi puntati su di te.
Articolo e foto di Linda Lolli
Set list The Jesus and Mary Chain Bologna 16 luglio 2025
- Jamcod
- April Skies
- Far Gone and Out
- Happy When It Rains
- All Things Pass
- Chemical Animal
- Some Candy Talking
- Cracking Up
- Nine Million Rainy Days
- Pure Poor
- Head On
- Venal Joy
- Blues From a Gun
- Sidewalking
- Between Planets
- In a Hole
- Sometimes Always (with Her Skin)
- Just Like Honey (with Her Skin)
- I Hate Rock ‘n’ Roll
- Never Understand
- Taste of Cindy
- Reverence
