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The Underground Youth live Bologna

Grande serata dal sapore misto, tra New Wave, Punk e Psichedelia: cosa chiedere di più?

Il 30 gennaio il mese è giunto a termine con il doppio live al Freakout di Bologna de La Mano Sinistra e dei The Underground Youth. Un concerto in due tempi, godibilissimo e pieno di sorprese. Bando agli spoiler ed entriamo. l locale è buio, così buio, così nero, che noto che sotto i pedali del chitarrista de La mano sinistra c’è un foglio o un supporto bianco, probabilmente per vederli, ipotizzo. La sala non è enorme ma è sempre stata molto punk come aspetto e attitudine. Il locale ha spesso avuto un calendario di tutto rispetto ospitando spesso artisti internazionali. Che dire poi del suo merchandising? Una maglietta con tutti gli insulti fatti al locale da alcuni recensori: geniale.

La Mano Sinistra

Attendiamo l’inizio dei live con una birretta e i NIN di sottofondo, con cui testano intanto delle luci. Do un’occhiata al set iniziale. Una chitarra, un microfono, un basso e un computer più altre cose.  Poco prima, all’entrata, incontriamo Giuseppe Lo Bue, componente non solo de La mano sinistra ma anche dei Caron Dimonio, altra band in cui c’è anche il bassista dei The Black Veils, Filippo Scalzi, e che fa parte della corrente dark new wave attuale con base bolognese. Il progetto che vedremo stasera, La mano sinistra, ha girato diversi teatri registrando il sold out o quasi, in uno spettacolo insieme a Eva Robbins. Fondamentalmente loro si sono occupati di comporre le musiche e, rendendosi conto dell’apprezzamento ricevuto a riguardo, hanno pensato di lavorare su un album partendo da esse. Album però che non è ancora stato pubblicato, quindi stasera potremo saggiare di questi inediti – ai più – nel miglior modo: live.

L’impronta sperimentale non si fa attendere. Neppure dai componenti. Entra Gianluca Lo Presti, uno di essi, musicista che ha lavorato in passato tra gli altri con Blaine Reininger dei Tuxedomoon e sul disco voluto da Lucio Dalla di Mons. Milingo. Un curriculum soprendente, direi.  Ha con sé un The Pipe black della Soma; soffia, registra, looppa. Crea l’atmosfera, il vento iniziale. Si tratta di un intro per il live. Mi trovo dunque a recensire brani inediti e non posso che scrivervi la prima impressione di quello che sentirò.

“Bells and Dust” parte con una drum su cui la chitarra fa fraseggi con delay. Osserverò molto Giuseppe suonare durante questa esibizione: non va mai su accordi pieni o sui bassi, non si sovrappone mai allo spettro delle equalizzazioni delle basi né col bassista ma occupa spesso, con arpeggi e bicordi, gli alti e i medi. Il tutto rende chiaro il live, una cura certosina e non sempre così frequente. La voce del teatrale (termine non a caso se indagate su di lui) Davide Sacco è cupa, scura, decisamente new wave. Da sinistra a destra, vedendo i componenti basso-voce e chitarra, andiamo dai bassi agli alti come ruoli.

La successiva “The Art of Bleeding” è sempre molto “urban”, una danza scura. Ho pensato ai Joy Division in chiave futuristica. Nelle basi noto uno slide scurissimo. “Scurissimo” è il termine che userò spesso con questa band.

“Unnecessary Perfection” è un brano più crudo rispetto alla successiva “The Void”, ma entrambe sono immediate, dirette. C’è qualcosa della prima che mi fa pensare a un accenno di Simple Minds, cosa che troverò anche verso la fine del live della band successiva. Il cantante si toglie la giacca, scorgiamo addominali. Basso e chitarra vanno a braccetto per un’altra song molto new wave.

“The Unseen Shrine” come andazzo sembra quasi il più sereno della scaletta nonostante le chitarre restino dure e con una spinta sulle drum molto Garbage dei ‘90. Ho detto “sereno”? Perdonatemi. Con la successiva “The weight of justice” si va su un bel dark wave dai bassi molto aperti. L’ultima, “The last walk” sembra leggermente affaticata all’inizio, quasi timida, a differenza delle precedenti, tutte molto immediate. Neanche il tempo di pensarlo che bam! Arriva il muro di suono.  Un live che ci ha dato un assaggio del lavoro a venire e che è stato apprezzato dai presenti. Attendiamo l’uscita discografica!

The Underground Youth

Cambio sul palco. Braccia tatuate mettono a posto i pedali. Si tratta di Craig Dyer, fondatore della band di Manchester/Berlino, che recentemente hanno pubblicato l’album “Décollage” per la Fuzz Club.  La bassista, più minimale, sistema un piccolo pedale e un accordatore, poi poggia il basso sulla spia vicino a noi guardandoci e dicendoci con lo sguardo: mi raccomando. Che altro sul palco? Una batteria minimal con rullante, tom e qualche altro pezzo che sarà suonata in piedi in maniera scenografica e infine il basso con tutti i suoi pedali. E poi, ah, una lattina di Guinness e una bottiglia di vino rosso: benvenuti in Italia.

Entrano sul palco. Molto stilosi, cappotti lunghi, bei stivaletti, un’eleganza appena dark e sicuramente urban. Underground, esatto. Lui, il cantante, ha un basco e occhiali da sole tondi.L’entrata non è affidata all’ultimo album ma alle chitarre stoner di “You mada it baby”, dal disco del 2017 “What Kind of Dystopian Hellhole Is This?”. Il brano è una danza scura, ruvida, sensuale, notturna. C’è della salsa Crumps in questa magnifica scelta di apertura. La batterista suona in piedi, dà dei colpi quadrati. La bassista resterà sempre molto seriosa per tutto il concerto. La band non scambierà molte parole con il pubblico, lascerà parlare la propria musica, ma ci sarà un contatto con esso molto particolare più in là.

Torniamo ancora più indietro con l’attacco di basso e i riff new wave della melanconica “I Need You” (dal secondo album “Delirium”, 2011) per poi avvicinarsi ai nostri anni estraendo da “Nostalgia’s Glass” (2023) un’esecuzione di “The allure of the light”, dal vivo una sorta di grunge rallentato con molto chorus nelle chitarre e un cantato alla Dave Gahan. Il tutto è una miscela squisitamente dark. “The allure of the light” insieme a “I Thought I Understood” sono i brani più recenti esposti in questo primo set iniziale; la band continua a pescare dal passato restando con un sound marcatamente new wave e chitarre leggermente stoner anche con la successiva Juliette (del 2013) e con “Morning Sun”, introdotta da un grandissimo eco scandito sempre dalla batterista.

Con la ruvida “Hedonism” entrano in spazi più aperti e meno claustrofobici, una sorta di boccata d’aria da tutto sommato una comunque bellissima atmosfera invocata nella prima parte.“Last exit to Nowhere” ci riporta all’atmosfera più surf del primo brano “You made it baby” e della prima citata “Morning Sun” ma ancora più carica di rabbia. L’esecuzione ha giocato molto con bolle di sospensioni e riprese cariche. Il concerto da questo brano in poi inizia una scalata verso atmosfere più soffuse. La prima parte è stata gestita con vecchi cavalli di battaglia.

Solo al nono brano viene introdotto infatti il primo estratto dall’ultimo disco, “Décollage”, uscito l’anno scorso, con “You (The Feral Human Thunderstorm)”: base con drum machine accompagnato da uno shaker, bellissime tastiere e un’atmosfera fin’ora inedita, più raffinata e soffusa. La band così mostra tutto il suo essere poliedrico nei generi. Si può dire il primo lento del live.

L’aumento di velocità, di spinta, nei brani successivi sarà graduale, non immediata, vedi la calda “Half poison” e “Silhouette”, decorata da tremolo e affondi di basso: un’accellerazione calibrata fino ad arrivare alla bellissima e aperta “Alice”, una vera hit anche per chi è al loro primo ascolto.

Con “Madamoiselle” arriviamo all’anima più rock da stadio della band: una marcia carica e sognante, un brano dal sound popolare. Durante “Collapsing into night” che ci riporta a un new wave più ricercato, la fotografa mi fa notare che il cantante ha appeso a una collana una fede irlandese.

Uno strumming su bicordi ci introduce alla bellissima e riflessiva “Strangle up my mind” e un basso molleggiato alla successiva “Death of the author”: una grande esecuzione, uno dei brani più belli dal vivo, con voce calda, narrata e il chitarrista che usa una bottiglia di birra come slide. Il brano esplode, esplode e rallenta molto gradualmente inseguendo gli ululati di chitarra. Un qualcosa alla The Doors e gli U2 di Rattle & Hum in “Bullet the blue sky” live.

Arriva l’ultimo brano in scaletta, sempre dallo stesso e omonimo disco: “Delirium”. Il frontman piazza l’asta del microfono tra il pubblico, canta tra noi, continua l’atmosfera psichedelica alla Doors. Un gran finale, un gran live. La band smonta e saluta il pubblico con un Free Palestina. Torneranno con un paio di bis tra cui “Hope & Pray”.

Una gran serata al Freekout, entrambi i gruppi ci hanno deliziato. Da non perdere live oltre che scoprirne (o attende) la discografia.

Articolo di Mirko Di Francescantonio, foto di Giovanna Dell’Acqua

Set list La mano sinistra Bologna 30 gennaio 2026

  1. Intro
  2. Bells and Dust
  3. The Art of Bleeding
  4. Unnecessary Perfection
  5. The Void
  6. The Unseen Shrine
  7. The weight of justice
  8. The last walk

Set list The Underground Youth Bologna 30 gennaio 2026

  1. You made it baby
  2. I need you
  3. The allure of the light
  4. Juliette
  5. I Thought I Understood
  6. Morning Sun
  7. Hedonism
  8. Last exit to Nowhere
  9. You (The Feral Human Thunderstorm)
  10. Half Poison
  11. Silhouette
  12. Alice
  13. Madamoiselle
  14. Collapsing into night
  15. Strangle up my mind
  16. Death of the author
  17. In the dark/ Delirium
  18. Hope & Pray

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