Il 24 maggio gli Ulan Bator di Amaury Cambuzat si sono esibiti sul palco de L’Officina di Alessandria, locale scelto dalla band francese per concludere il tour del più recente lavoro “Dark Times”. Dopo più di trent’anni dalla loro formazione, gli Ulan Bator non hanno perso il tocco magico, incantando il pubblico piemontese con le atmosfere oscure e claustrofobiche del loro particolarissimo Avant-Rock.
Chi sono gli Ulan Bator

La storia degli Ulan Bator risale al 1993, quando i due polistrumentisti Amaury Cambuzat e Olivier Manchion, influenzati allo stesso modo dal Krautrock tedesco degli anni Settanta e dalla New Wave, reclutano il batterista Franck Lantignac e fondano a Parigi il primo nucleo della band. Bisognerà però aspettare il 1995 per la pubblicazione dell’esordio discografico, “Ulan Bator”, nel quale sono già chiare le coordinate che renderanno immediatamente riconoscibile la loro proposta musicale: spazi sonori dilatati, riff ossessivi, e soprattutto una quasi totale assenza di strutture tipiche della forma canzone, scelta questa che regala ai musicisti la possibilità di navigare liberamente all’interno dei brani, rendendo le esibizioni live degli unicum mai uguali a sé stessi.

Poco più tardi, vengono scoperti e portati all’attenzione del pubblico italiano dal Consorzio Produttori Indipendenti, capitanato dai C.S.I. Gianni Maroccolo, Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni. Il C.P.I. dà alle stampe “Polaire”, una compilation in cui vengono raccolti sia i brani del primo lavoro degli Ulan Bator, sia quelli precedentemente pubblicati sul mini album del 1996 “2 Degrees”, oltre alla ristampa del terzo disco,“Vegetale”. Grazie anche alla collaborazione con il Consorzio, gli Ulan Bator iniziano a farsi un nome tra gli appassionati di Rock Alternativo dello Stivale per i loro live energici e intensi, nei quali i pezzi vengono reinterpretati con un’attitudine al suono ancora più violenta, quasi disturbante.

Con i successivi lavori “Ego:Echo” del 2000 e “Nouvel Air” del 2003, che tra l’altro vede dietro al banco di regia il chitarrista dei Cocteau Twins Robin Guthrie, il linguaggio degli Ulan Bator si evolve ulteriormente, abbracciando atmosfere decisamente più oniriche e soft. Il gruppo rimane però orfano di Olivier Manchion, il quale abbandona il gruppo nel 2001, con un successivo ritorno di fiamma che si spegnerà definitivamente nel 2007.

Oggi gli Ulan Bator sono a tutti gli effetti un progetto transnazionale, che vede il bassista italiano Mario Di Battista affiancare stabilmente Cambuzat nel suo peregrinare tra la Francia e l’Italia – ormai una seconda patria per il musicista francese – sin dai tempi di “Stereolith” del 2017. Le batterie dell’ultimo “Dark Times” sono invece frutto del lavoro di una vecchia conoscenza come Franck Lantignac, tornato per l’occasione a collaborare dopo anni con il vecchio compagno di band. A sedersi dietro alle pelli nella formazione live, stasera come nel resto del tour, è invece Alessandro Vagnoni.
Il concerto degli Ulan Bator

La prima cosa che salta all’occhio guardando il palco è il cavallino a dondolo bianco piazzato al centro, tra le aste dei microfoni di Cambuzat e Di Battista, come se si trattasse del quarto componente della band. Dietro c’è la batteria, a fianco della quale spicca un microscopico synth rosso, anch’esso dalle fattezze infantili, che scopriremo più tardi venire manovrato da Vagnoni con un’indipendenza da polipo, mentre è impegnato a sostenere il groove con gli altri tre arti.

Amaury Cambuzat imbraccia la chitarra alle 19:30, in completo nero e cappello a tesa larga anch’esso nero, che per contrasto fa risaltare ancora di più i lunghi capelli argentati da stregone. Saluta il pubblico e si scusa per il suo italiano, a suo dire non perfetto (qui mi permetto di dissentire!), appena prima che il groove mastodontico di “Solitaire” faccia balzare improvvisamente il cuore in gola ai presenti. Il suono del trio è denso come pece, e ammanta di vibrazioni tenebrose la sala de L’Officina.

Un piccolo appunto: è stata fatta la scelta, da parte dello staff, di tenere aperte le porte del locale, facendo così entrare la luce del sole, ancora alto nel cielo; questo sicuramente ha evitato ai tanti avventori di patire il caldo torrido di fine primavera, ma d’altro canto ha forse un po’ penalizzato il mood del concerto, considerata la proposta musicale dell’ensemble d’oltralpe.

Poco male: la successiva “Airlines” trasporta metaforicamente la sala nella penombra di un Goth Club degli anni Ottanta, grazie a un riffing alienante, con atmosfere larghe pennellate da pochi ma incisivi tocchi sulla seicorde, e un portamento ritmico quasi soporifero, tirato indietro all’estremo da basso e batteria.

“Dark Times” è uno dei pezzi forti dell’ultimo disco, dove Cambuzat alterna parti del testo in francese così come in inglese, con il suono degli strumenti a corda a rendere decadente il panorama sonoro. Nonostante le sonorità psichedeliche e i groove elefantiaci, nel sound del gruppo si intravede sempre una sottile qualità rarefatta e sognante, che fa volare l’ascoltatore tra le stelle della Via Lattea anche nei brani più martellanti; questa è una caratteristica che gli Ulan Bator condividono con diversi loro connazionali saliti alla ribalta più o meno nello stesso periodo storico.

Armonicamente, molti pezzi sono dei mantra ipnotici che appoggiano la melodia su un pedale di basso e chitarra ripetuto all’infinito, assumendo caratteristiche vicine a quelle della musica modale. Un ottimo esempio di questo è “Inspire”, dove gli strumenti di Cambuzat e Di Battista si intrecciano per cesellare pazientemente un flusso di note, sospeso sulla sequenza di bass synth distorta che fa da tema al brano.

C’è qui qualcuno nato nel 1996? chiede Amaury Cambuzat al pubblico prima di chiudere il live con uno dei classici degli Ulan Bator, quella “D-press T.V.” contenuta nel secondo lavoro della band francese, pubblicato proprio in quell’anno. Gli strumenti a corda accentano in levare una sequenza discendente di power chord, che evolve successivamente in una sezione spappolameningi suonata in ottavi serrati, con la chitarra nel ruolo di sadico chirurgo mentre chi ascolta è legato al tavolo operatorio. La sala saluta con sincero entusiasmo il terzetto, che in cambio di un’esibizione di livello ha ricevuto per tutta la durata del concerto l’affetto incondizionato del pubblico, accorso numeroso per l’occasione.
Outro

Si spengono così i riflettori su una serata che ha confermato ancora una volta gli Ulan Bator come arditi esploratori del suono in ogni sua frequenza, capaci di condensare le spregiudicate sperimentazioni che hanno costellato la lunga carriera di Cambuzat e soci in un’esperienza musicale d’impatto, quasi fisica nel suo attraversare pelle, carne e ossa dei presenti. Oltre alla indubbia maestria dei musicisti, il merito del successo di stasera va anche al collettivo Anzianotti per lo Swag, che insieme a L’Officina ha portato ad Alessandria una data di tale spessore.

Una degna conclusione per questo tour, che ha ribadito, se mai ce ne fosse stato bisogno, il legame speciale tra gli Ulan Bator e la scena alternativa del nostro Paese.
Articolo di Alberto Pani, foto di Silvia Sangregorio
Set list Ulan Bator Alessandria 24/05/2026
- Solitaire
- Airlines
- L’Imperatrice
- Dark Times
- Longues Distances
- Inspire
- Lumière Blanche
- We R You
- Pensées Massacre
- Me(a)too
- NeuNeu
- La Jouese
- D-press T.V.
