Il 13 febbraio il tour dei Vintage Violence “Concerti a sentimento” fa tappa a Torino, ospitato dallo sPAZIO21: una serata scoppiettante, con la band lecchese protagonista di un set ad alto voltaggio accolto con entusiasmo dalla platea adorante. Vediamo com’è andata.
Nello sPAZIO siderale
sPAZIO211 è, da più di vent’anni, un’istituzione per ciò che riguarda la musica indipendente torinese: l’origine “filosofica” del progetto risale in realtà addirittura agli anni Settanta, quando gli abitanti di Barriera di Milano si ribellarono alla costruzione dell’ennesimo capannone industriale, a scapito ancora una volta della già risicata quota di verde presente tra le strade del quartiere; una lotta durata tre anni, destinata non solo ad avere successo, ma a piantare semi che avrebbero portato poi a frutti succulenti negli anni a venire. Negli anni Novanta, infatti, inizia a farsi strada l’idea di strutturare uno spazio in grado di dare voce ai tanti artisti lontani dalla scena mainstream dell’epoca: uno studio di registrazione con annessa sala prove, autogestiti e autofinanziati, nel contesto del centro polifunzionale di zona Parco Sempione. Piccoli eventi musicali iniziano a venire organizzati sporadicamente nel cortile o nella sala interna, condivisa durante il giorno con gli anziani che frequentavano il centro, fino a quando, nei primi anni del nuovo millennio, non viene presa la decisione di ristrutturare i locali, per ospitare finalmente concerti ed eventi live con una certa regolarità. L’inaugurazione di sPAZIO211 per come lo conosciamo oggi risale al 2005: il suo palco ogni settimana è calcato sia da artisti emergenti che da nomi di culto, questi ultimi desiderosi di poter guardare il pubblico negli occhi in un contesto lontano da quello asettico dei palazzetti, oltre a essere un hub culturale a 360 gradi dove trovano spazio progetti di formazione e inclusione sociale legati alla vita del quartiere.
Zoomer, OK!
Le luci blu e fucsia che avvolgono da un capo all’altro la sala concerti, spezzate e riflesse in ogni direzione dalla palla da discoteca argentata appesa al soffitto, restituiscono una vibe che oscilla tra quello che doveva essere un club clandestino di Berlino Est ai tempi della STASI e una festa delle medie decadente per quattordicenni darkwave; su un lato della stanza c’è il piccolo palco, invaso da una selva disordinata di strumenti, mentre dalla parte opposta troviamo il bancone del bar, dove gruppi di ragazzi chiacchierano amabilmente, tracannando birra e ascoltando la Noise che pompa implacabile dalle casse dell’impianto.
Sorprende vedere così tanti Zoomer: cosa questa non scontata, considerato che lo stile degli headliner di stasera si rifà palesemente all’estetica in auge nel primo decennio dei Duemila. Non per cantare vittoria troppo presto, ma sembra che le nuove generazioni stiano finalmente ritrovando quella voglia di ammassarsi sottopalco in un locale mentre la band riempie l’aria di elettricità, scambiandosi fluidi corporei di vario genere con il vicino di pogo, per poi, magari, tornare a casa alle quattro di mattina a scrivere pezzi sgangherati in un garage foderato dai cartoni delle uova. È un modo di vivere la socialità che negli ultimi dieci o quindici anni si era un po’ perso, travolto dai falsi idoli usciti dai talent e dalle playlist senza cervello a uso e consumo delle multinazionali, lasciando il settore in una crisi nera di cui paghiamo ancora lo scotto. Insomma, il futuro potrebbe essere sorprendentemente radioso, sempre che non finiremo tutti nuclearizzati a breve per colpa di qualche cowboy dall’ego smisurato, a compensare il suo microscopico schwanzstück.
Narratore Urbano
Ma veniamo alla ciccia della serata: spetta ai torinesi Narratore Urbano aprire le danze con il loro Rap schierato, sporcato dalle sonorità più aggressive dell’Alt-Rock; una molotov sonora atta a scuotere le coscienze, ma anche a far muovere il culo a tutti i presenti. I riff distorti del basso di Luca Abbrancati si incastrano con precisione sul groove sempre ficcante della batterista Giorgia Capatti, mentre il frontman Alekos Zonca tratteggia una società dove i privilegi sono barriere insormontabili.

La sua ironia tagliente ben si adatta alle situazioni tragicomiche descritte in “Il mio coinquilino vuole uccidermi”, così come alla cruda denuncia di “25MAG”, che introduce sbraitando nel microfono questa è per mandare a cagare gli USA e quel ciccione di merda! per poi lanciarsi in mezzo al pubblico a pogare.

Il breve set della band si conclude sulle note della love song di periferia “Champs-Elysées”, per ricordare a tutti che in un mondo che va al collasso, l’unico collante che ci resta è amare le persone vicine a noi, anche se stanno cercando di toglierci anche questo.
Vintage Violence: si consiglia l’ascolto a un pubblico adulto
L’orda di fan dei Vintage Violence inizia ad accalcarsi sotto allo stage in attesa del gruppo: una vibrazione eccitata pervade l’aria, mentre qualcuno si scatta selfie davanti agli strumenti, e gruppetti di persone intonano sguaiatamente frammenti di linee melodiche dei brani preferiti, come partecipanti di un sabba impegnati a evocare qualche Signore degli Inferi.


Ci riescono: infatti, dopo un rapido cambio palco, inondati dalla luce rossa delle teste mobili, ecco che finalmente Beniamino Cefalù, Roberto Galli, Rocco Arienti e Nicolò Caldirola salgono sul palco, accompagnati dal chitarrista aggiuntivo Franco Cassinelli. Una voce gracchia ironicamente dagli altoparlanti un avvertimento prima di iniziare: si consiglia l’ascolto a un pubblico adulto, e il riff in sedicesimi di “Astronauta” fa esplodere la platea in un fuoco d’artificio di approvazione, mentre Nico, in giacchetto di pelle e occhiali da sole, si aggira per il palco con la stessa soddisfazione di un felino che fiuta l’odore del sangue.


L’affetto del pubblico nei confronti della band è palpabile: non si tratta dell’adorazione cieca e tossica che contraddistingue i fandom delle superstar del Pop, quanto dell’orgogliosa partecipazione riservata dagli amici al gruppo che, dopo anni di gavetta, si esibisce finalmente nel locale più importante della città; questo consente ai Vintage Violence di “suonare” la platea come fosse uno strumento musicale, la quale si accovaccia nei momenti di quiete come un unico organismo, guardando con attenzione negli occhi i direttori d’orchestra presenti sul palco, in attesa del momento giusto per scatenarsi di nuovo.


Non appena parte il groove di “Dio è un batterista”, Rocco Arienti salta sopra alla cassa, quasi a voler recitare una preghiera fatta di note distorte alla divinità percussiva cui è intitolata la canzone, mentre il vocalist canta spalle al muro, di profilo rispetto al pubblico, con la sicurezza di Fonzie nei suoi giorni più felici; “Paura dell’Islam” è introdotta con sarcasmo dall’estratto di un comizio sparato a tutto volume dall’impianto audio, in cui il nostro (poco) stimato vicepresidente del Consiglio assicura al suo popolo una folgorante vittoria – sui deboli e gli oppressi, ovviamente, come da tradizione.


Il popolo dei Vintage Violence, invece, toglie metaforicamente di bocca il microfono a Nico spesso e volentieri per intonare in coro intere strofe, come succede per esempio sul finale di “Caterina”, per essere poi ricompensato da grandi sorsate di amaro Braulio – gentilmente offerte dallo stesso cantante – mentre la band fa scintille sul ritmo ossessivo di “Neopaganesimo”.


Quello di stasera non è un concerto, è un assedio: il pubblico è abbarbicato al palco come gli orchetti di Mordor durante la battaglia del Fosso di Helm, con i più tenaci che riescono a scalare i bastioni allo scopo di abbracciare il frontman, ballare con lui, per poi proiettarsi verso le onde di mani alzate per una surfata sulla folla, trattamento questo riservato non solo ai grandi classici della band, ma anche ai più recenti brani dell’ultimo EP “A Sentimento” (qui la nostra recensione), come “Contro la società securitaria” o “Guaribili ottimisti”. “I non frequentanti” è dedicata a una fan, Cristina, che stasera ha deciso di festeggiare insieme a noi la sua laurea in Architettura, con tanto di bacio accademico da parte di Caldirola, mentre “Il nuovo mare” chiude il set tra applausi entusiasti e suppliche di tornare per qualche bis.


Bis che, ovviamente, non tardano ad arrivare: i Vintage Violence infatti, dopo una breve pausa, si presentano di nuovo sul palco per regalare al pubblico delle versioni ispirate di “I funerali” e “Metereopatia”, con le quali la band saluta, stavolta per davvero, il pubblico di sPAZIO211.
Outro

Le luci si riaccendono, il ronzio nelle orecchie sostituisce la distorsione delle chitarre, e la folla inizia ad abbandonare il locale per disperdersi nella notte fredda di Barriera di Milano, i vestiti impregnati di sudore, fumo e odore di birra. I Vintage Violence se ne vanno lasciando lo sPAZIO211 saturo di elettricità e Braulio: a dar loro l’arrivederci c’è una Torino col fiatone, la maglia fradicia e il sorriso soddisfatto di chi sa che, per quanto il futuro possa essere incerto, stasera il presente ha suonato maledettamente bene.
Articolo di Alberto Pani, foto di Silvia Sangregorio
Set list Vintage Violence Torino 13 febbraio 2026
- Astronauta
- Finiremo tutti in ospedale
- Capiscimi
- Zoloft
- Sono un casino
- Pora stella
- Dio è un batterista
- Paura dell’Islam
- Il processo di Benito Mussolini
- Caterina
- Primo ostacolo
- Comunione e liberazione
- Neopaganesimo
- Abbronzarsi il culo
- S.I.A.E.
- Piccolo tramonto interiore
- Capiscimi II
- Dicono di noi
- Contro la società securitaria
- Guaribili ottimisti
- I non frequentanti
- Il nuovo mare
- I funerali
- Metereopatia
