Questa non è solo la cronaca di un concerto: per narrare ciò che è accaduto l’1 novembre al Gran Teatro Geox di Padova è necessario spingersi oltre. “Voci per Gaza” è stato un evento di solidarietà attraverso la musica, a sostegno di una causa al contempo nobile e terribile. È stato soprattutto un evento creato per ribadire con forza la necessità del recupero dei valori umani, e affermare il diritto dei popoli a vivere in pace e con dignità. Un evento che merita la definizione di “azione politica dal basso”, che ha attirato un pubblico di 1.200 persone ed è stato reso possibile dall’azione congiunta di 170 volontari. Per spiegare perché, è doveroso fare una premessa.

Nei due anni trascorsi dall’attacco di Hamas a Israele del 7 ottobre 2023, abbiamo assistito a un’escalation di violenza inaudita contro i civili palestinesi da parte di uno degli eserciti più armati del pianeta. Il conflitto ha contrapposto alcuni gruppi palestinesi e lo stato di Israele, in un crescendo di orrore inarrestabile. Molti di noi hanno provato un senso di profonda impotenza, davanti a eventi così complessi da comprendere. In una situazione simile, all’inizio, era possibile che si formassero fazioni divise da opinioni a loro volta contrapposte, in particolare (ma non solo) nel caotico mondo dei social network. Questo anche grazie a una macchina di disinformazione che rende difficile valutare i fatti in maniera oggettiva, un passaggio necessario per chiunque voglia farsi un’idea precisa. Sappiamo purtroppo che l’informazione è spesso manipolata e depistata, se non del tutto falsata.

A prescindere da qualsiasi convinzione individuale e ideologica, però, una guerra produce vittime, non solo tra i militari, e portare aiuto a chi ne viene colpito è un dovere umano e civile. È innegabile che i governi occidentali abbiano in media mantenuto posizioni ambigue, se non addirittura di comodo, nei confronti di Israele. Diversi intellettuali, e in generale personalità in grado di influenzare l’opinione pubblica, hanno preferito non schierarsi, per il timore di venire isolati e di perdere consenso. Il mondo della musica, in particolare, ha reagito in maniera confusa e poco incisiva all’orrore quotidiano: salvo qualche eccezione, non molte voci si sono levate per denunciare con forza i crimini perpetrati ogni giorno nella Striscia di Gaza. Questo vale anche per altri conflitti: sembra che abbiamo dimenticato il Sudan, lo Yemen e altri luoghi quasi scomparsi dai radar dei media. Alla ribalta delle cronache sono saliti i fatti di Gaza e la guerra in Ucraina, due conflitti dal costo elevatissimo in termini di vite umane e devastazione, ma non certo gli unici. Ciò che però distingue Gaza dal resto del mondo è il fatto che non è in corso una guerra tra due stati o tra due eserciti: è stato ucciso un numero inverosimile di civili, bambini, medici e operatori sanitari, giornalisti, e questo rende il conflitto diverso dagli altri, giustificando (al di là delle sterili discussioni linguistiche alle quali abbiamo dovuto assistere) l’utilizzo dell’atroce termine “genocidio”. Da qui, a maggior ragione, la necessità di prendere posizione.

A metà del mese di ottobre, grazie a un post su Facebook di Giorgio Canali, sono venuto a sapere che l’1 novembre ci sarebbe stato un concerto di artisti indipendenti a favore di Gaza. Mi sono informato, e mi è stato riferito che l’iniziativa era partita dalla comunità palestinese del Veneto che, per realizzare un evento così importante, aveva chiesto aiuto a Pierpaolo Capovilla, noto frontman del Teatro Degli Orrori e dei Cattivi Maestri. La questione, in realtà, era più strutturata: Pierpaolo era stato coinvolto da un amico palestinese attivo nel campo degli affari internazionali, incontrato quasi per caso nella sede di Rifondazione di Mestre a seguito di un suo intervento molto incisivo sul massacro gazawi iniziato dopo il 7 ottobre. In un incontro successivo, l’amico gli propose di organizzare un evento musicale a favore dei bambini mutilati dalla guerra nella Striscia di Gaza, e l’idea prese subito piede grazie al lavoro collettivo e corale svolto da un gruppo significativo di musicisti e professionisti riuniti dallo stesso Capovilla.

Il contatto principale, all’inizio, fu con Khaled Al-Zeer, presidente della comunità palestinese del Nord-est, e il primo passo fu quello di sondare le disponibilità di artisti, intellettuali e volontari. Piotta e Davide Toffolo (Tre Allegri Ragazzi Morti) furono tra i primi ad aderire; alcuni artisti più vicini al mainstream, che avevano inizialmente sposato l’idea, diedero poi forfait, talvolta a causa di altri impegni. Con la struttura del Gran Teatro Geox già prenotata e pagata, c’era pochissimo tempo a disposizione, e le problematiche da affrontare non erano semplici. Di conseguenza, si rese necessario allargare rapidamente il gruppo, coinvolgendo altri artisti, ma anche operatori e professionisti che, con competenze diverse, hanno contribuito a realizzare un evento complesso anche dal punto di vista logistico. In aggiunta, era necessario attuare una comunicazione decisa, al fine di attirare l’attenzione di più persone possibile. Tutti hanno lavorato, naturalmente, senza alcun compenso, per sostenere l’iniziativa alla base dell’evento: raccogliere fondi destinati all’acquisto di protesi bioniche per i bambini mutilati di Gaza, e dare vita – quando i tempi saranno propizi – a un centro di riabilitazione nella Striscia.

Per risalire ulteriormente all’origine, ho intrattenuto una lunga conversazione con il primo responsabile dell’idea. All’altro capo del telefono ho trovato un uomo di grande cultura, tanto fermo quanto pacato nell’esporre la sua posizione, basata su fatti e non su distorsioni mediatiche. Il nucleo della nostra lunga chiacchierata, in perfetto italiano, si può riassumere in un solo pensiero: se davvero si cerca la pace in Medio Oriente, è necessario dare al popolo palestinese la possibilità di vivere in una propria nazione riconosciuta a livello mondiale, e che la convivenza con Israele si basi sul riconoscimento del diritto dei palestinesi ad abitare nella propria terra. In subordine, che i processi di pace non vengano calati dall’alto ma coinvolgano realmente la popolazione. È lo stesso concetto espresso nel corso della serata da Moni Ovadia (ebreo, e questo va sottolineato), che ha ricevuto un’enorme ovazione della platea quando ha dichiarato che “la pace non si fa sopra un popolo, ma con un popolo”. È difficile dissentire, a prescindere da ogni convinzione e ideologia politica, soprattutto alla luce del fatto che sono trascorsi oltre trent’anni dalla firma degli Accordi di Oslo. Quegli accordi aprirono una prospettiva di pace, successivamente fallita per varie ragioni, in primis l’ambiguità degli impegni assunti da Israele. La ripresa dei negoziati, oggi, sarà inutile se identificherà il negoziato come obiettivo finale; il negoziato deve essere uno strumento per raggiungere il vero obiettivo: porre fine all’occupazione israeliana dei territori al fine di giungere, nel tempo, a una vera convivenza pacifica.

Fatta questa delicata premessa, torniamo all’evento di sabato 1 novembre. Quando sono arrivato in teatro, a metà pomeriggio, il palco era pronto, e le prove dei musicisti erano sul punto di iniziare. C’era un’atmosfera di gioiosa e variopinta confusione, grazie all’incrociarsi di etnie diverse, ciascuna con la propria cultura. C’era la frenesia tipica di queste occasioni: gli interventi registrati in video arrivati all’ultimo minuto e montati in loco pochissimo prima del via, i piccoli problemi tecnici prontamente risolti, l’ultima attenta revisione della scaletta. Alle 18 sono stati aperti i cancelli, in attesa dell’inizio fissato per le ore 19. Chi entrava, trovava alla propria destra un immenso sudario bianco (25 x 7 m) che gelava il sangue: su di esso, i nomi dei 18.457 bambini uccisi a Gaza (dato aggiornato al 31 luglio 2025). Un sudario nato per volontà dell’associazione “Carnia per la pace”, presente a Padova per testimoniare solidarietà. I nomi, scritti a mano da un gruppo di volontari, rappresentano una silenziosa ma assordante testimonianza di sdegno di fronte a quella che è stata una vera e propria strage degli innocenti.

Davanti a tragedie di simile portata, il rischio di piombare nella tristezza e nell’emotività incontrollabile è elevato, ma non è stata questa la cifra della serata. Merito degli artisti, che se da un lato hanno portato un messaggio fortissimo, dall’altro sono riusciti a veicolarlo con la leggerezza derivante dalla convinzione di essere nel giusto. Gli artisti si sono trovati in una sorta di area protetta, grazie al fatto che tutti erano orientati nella stessa direzione e si stavano impegnando per una causa condivisa. L’atmosfera che si respirava era quella che Giorgio Gaber avrebbe chiamato “appartenenza”, prima ancora che “partecipazione”. Merito anche del pubblico che, pure ordinatissimo, ha letteralmente abbracciato il palco, al punto che in alcuni momenti non si percepiva alcuna discontinuità tra ciò che accadeva sopra e sotto. Una platea sempre attenta, silenziosa nei momenti giusti e scatenata quando era il caso di esserlo.

Alle 19 in punto, sale sul palco Omar Suleiman, attivista e attore palestinese trapiantato da tempo a Napoli. Viene raggiunto da Khaled Al-Zeer, che saluta brevemente il pubblico, e da Paolo Rossi, che ricoprirà il ruolo di presentatore principale. Un presentatore anomalo, che riesce a stemperare l’inevitabile tensione di certi passaggi con la surreale ironia che lo contraddistingue.

La musica inizia con il set di Auroro Borealo, artista bresciano attivo da oltre venti anni in varie formazioni e dal 2017 come solista. Il suo repertorio, a cavallo del Punk e dell’Indie Pop, è attraversato da una vena ironica spesso tagliente: il breve set (dieci minuti, come per la maggior parte degli artisti) è l’apripista perfetto per rompere il ghiaccio in una serata particolare che è però partita con il piede giusto. Tra le quinte, l’infaticabile Silvia Pozzati gestisce l’entrata e l’uscita degli artisti, facendo in modo che i tempi previsti vengano rispettati. In un contesto che prevede una ventina di interventi, è un’impresa titanica, che Silvia porta avanti con sorridente rigore. Per merito suo, il programma slitterà solo di pochissimi minuti nell’arco di diverse ore.

Durante il cambio palco, il giornalista Ivan Grozny e Silvia Girotto recitano un testo sovrapponendo le loro voci, che evocano uno scenario di guerra e l’invasione degli spazi più reconditi e intimi per un essere umano: le case, ma anche i sentimenti, le convinzioni, le aspettative. Parole intense, che lasciano il campo a Diplomatico e il Collettivo Ninco Nanco, formazione veneziana attiva dal 2018 e capitanata da Francesco Scatigna. Il loro repertorio prende le mosse dalla World Music, attingendo alla grande tradizione del canto popolare del Sud Italia. In formazione ridotta a trio, il gruppo propone, tra gli altri brani, la splendida “Nettuno”, una luminosa presa di posizione contro le persecuzioni dei rifugiati politici e degli attivisti civili, in attesa che il sole possa sorgere di nuovo.

Diplomatico lascia il palco a una delle rivelazioni della serata: Rossana De Pace, pugliese non ancora trentenne, che incanta il pubblico con due brani molto intensi e una vocalità sorprendente. Rossana, stasera in veste di solista, fa parte del collettivo “Canta fino a dieci”, nato allo scopo di affermare il cantautorato femminile nella scena musicale italiana. Anche senza il gruppo di voci che sta guadagnando notevoli riconoscimenti a livello nazionale, la sua performance è magnetica, specialmente in “Pelle d’oca”, il brano che di recente l’ha portata a vincere la sedicesima edizione di Music For Change – Musica contro le mafie.

A seguire, Piotta. Il notissimo artista della scena hip hop romana ha presentato un set minimale, accompagnato solo da tastiera e cajon. Nel terzo e ultimo brano, è stato raggiunto sul palco da Davide Toffolo dei Tre Allegri Ragazzi Morti, con il quale ha recentemente pubblicato “Ecchime”, un sentito omaggio a Pier Paolo Pasolini. La scelta di eseguire la canzone è azzeccata, in occasione del cinquantesimo della morte del poeta e scrittore friulano, avvenuta il 2 novembre 1975: manca un solo giorno all’anniversario.

Dopo l’intervento di Paolo Rossi, perfetto e dissacrante elemento di connessione tra i set dei vari artisti, sale sul palco una band che incarna la leggenda del Rock progressivo italiano: Le Orme, in formazione a quartetto, con il batterista Michi Dei Rossi a fungere da elemento di continuità con gli esordi di una formazione nata ormai quasi sessant’anni fa. La celeberrima “Gioco di bimba” è simbolica: qualsiasi interpretazione si voglia dare al testo del brano, il riferimento è a una bambina che viene strappata alla sua infanzia nel modo più violento possibile.

Poco prima delle 20.30, sale sul palco uno dei giganti della serata, senza nulla togliere a nessuno degli straordinari artisti che hanno partecipato: Moni Ovadia, che espone il suo pensiero sulla questione palestinese con una lucidità e una veemenza senza pari. Tagliente, ma sempre equanime, difende il diritto di un popolo ad autodeterminarsi, e la sua ascendenza ebraica sefardita lo pone in una posizione ben più che simbolica. Il pubblico applaude a lungo e lo richiama in scena per tributargli una nuova ovazione.

Siamo a metà del programma, e il Rock si fa più duro con Pierpaolo Capovilla e i Cattivi Maestri, che sparano una raffica di tre brani fulminanti caratterizzati da un sound sporco e possente. “Morte ai poveri” è una mazzata in piena fronte, che punta i riflettori sulle ragioni economiche e di interesse a monte dei conflitti. La band propone anche l’inedita “Facciamo all’amore”. Non scherzava, Pierpaolo, quando prima dello spettacolo diceva che il loro line check, ovvero l’ultima prova di suono, non poteva avvenire durante un intervento parlato, perché “suoniamo un Rock vero e rumoroso”: il suono è massiccio ed elettrico, e veicola la rabbia e il dolore che da sempre attraversano i brani di quello che si conferma come uno dei protagonisti più lucidi e taglienti del Rock italiano.

Mentre i Cattivi Maestri tengono il palco, Davide Toffolo attende tra le quinte. Sale dopo di loro, per eseguire (in duo) due brani dei Tre Allegri Ragazzi Morti, e in chiusura recupera la sua versione di “Me and the Devil Blues” di Robert Johnson, eseguita a suo tempo dai Bud Spencer Blues Explosion. La maschera che gli copre il volto, che caratterizza tutte le esibizioni della sua band, simboleggia la morte e la rinascita, che coincide con la liberazione dalle aspettative e il germogliare di una coscienza diversa.
A seguire, gli abruzzesi Management del Dolore Post-operatorio si dimostrano coesi e potenti nel loro Indie Rock alternativo. Canzoni solo in apparenza leggere come “Chiara scappiamo” svelano in questo contesto il loro reale significato, con i riferimenti agli orrori delle guerre e delle torture: l’invito è a fuggire da questo mondo, in cui l’informazione appiattisce il pensiero individuale uniformandolo a un pensiero unico.
Ivan Grozny torna sul palco insieme a Yassine Lafram, presidente dell’Unione delle Comunità Islamiche in Italia. Entrambi hanno partecipato alla Global Sumud Flotilla, e il secondo è stato incarcerato insieme ad altri compagni di viaggio diretti, come lui, a Gaza. Lafram si presenta sul palco con un libro di oltre mille pagine intitolato “I nomi della memoria del genocidio a Gaza”. Il volume contiene quasi sessantamila nomi, età, date di nascita e altri dati personali dei primi morti identificati nel conflitto: purtroppo non gli unici, né gli ultimi. L’inizio e la fine riguardano la morte di una bimba di pochi giorni e di una donna di 110 anni: una misura di quanto la tragedia abbia colpito trasversalmente un popolo, senza alcuna pietà.
Giorgio Canali, uno tra i nomi più attesi, propone in versione solista tre canzoni tratte da “Pericolo Giallo”, ultimo album dei suoi Rossofuoco. La performance è tanto intensa quanto intima e convince fino in fondo. L’inconfondibile voce di Giorgio, unita a un’altrettanto inconfondibile scansione delle parole, crea quindici minuti di canzone d’autore antagonista ed emotiva, in cui la critica sgorga da una profonda sensibilità individuale.
Tocca di nuovo a Paolo Rossi introdurre sul palco Giorgio Pavan e Vasco Mirandola: chitarrista dei Tarantolati di Tricarico il primo, noto attore il secondo. Il loro set è originalissimo: Giorgio accompagna alla chitarra (suonando in modo sublime) la lettura di Vasco di alcune poesie tratte principalmente dal repertorio di Gianni Rodari. Poesie per l’infanzia, ma con una morale forte e orgogliosamente pacifista.
Segue il set di Kento, rapper calabrese militante, che infiamma la platea con parole taglienti unite a una presenza scenica di grande impatto: l’artista scende in mezzo al pubblico e la sua performance si conclude con una miriade di lucine accese in platea – i telefoni cellulari dei presenti, che creano un momento di grande suggestione sulle note di “Tutto e subito”, uno dei brani più noti del suo repertorio.
Ivan Grozny accompagna sul palco Marco Mascia, professore associato all’Università di Padova che si occupa di relazioni internazionali e diritti umani, che offre il punto di vista di uno studioso di temi che invadono necessariamente anche l’area della politica.
A seguire, Giancane propone un set musicale ad altissima energia, confermandosi un cantautore di vaglia che non teme di schierarsi e sostenere le proprie idee. Le canzoni vanno in crescendo e infiammano il pubblico, con la band che dà tutta se stessa nei brani intrisi di ironia che sono il marchio di fabbrica dell’autore romano.
Gli ultimi due set vengono introdotti da uno dei momenti più attesi della serata: il video di Francesca Albanese, impossibilitata a partecipare di persona, in dialogo con Pierpaolo Capovilla. La Albanese, personaggio indubbiamente divisivo, è salita alla ribalta nelle cronache a causa delle sue posizioni sugli eventi di Gaza, maturate nel corso di una lunga carriera di studio del diritto internazionale e, negli ultimi tre anni, nel suo ruolo di relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati. Il suo messaggio, oltre che sociale, è politico, e insiste sul fatto che la presa di coscienza individuale prima, e collettiva poi, dei cittadini del mondo occidentale sia cruciale per il raggiungimento della pace in Medio Oriente.
Poco prima delle 23 sale sul palco la Kofia Band, corposo ensemble proveniente da Göteborg fondato da George Totari, esiliato dalla Palestina nel 1967. Il loro brano più famoso, “Leve Palestina”, risale al 1978 ed è diventato un inno di protesta, spesso sottoposto a censura, riscoperto nel 2023 con l’inizio della guerra e la conseguente crisi umanitaria. Un set di World Music coinvolgente, che ha riunito musicisti di culture diversissime, accomunate da una causa comune.
La serata volge al termine con l’intervento di Don Nandino Capovilla, attualmente parroco a Marghera, ma da tempo attivo a Gaza insieme all’organizzazione Pax Christi: un’attività che lo ha fatto finire sulla lista nera del governo israeliano per avere partecipato a iniziative di sensibilizzazione a favore del dialogo e della pace tra i due popoli coinvolti nel conflitto. Un abitante di un mondo a rovescio, verrebbe da dire.
Infine, l’esaltante conclusione con Abidat R’ma, un ensemble marocchino che utilizza solo voci e percussioni per creare un clima festoso. Nel giro di pochi secondi, si crea uno scampolo di Africa all’interno del Gran Teatro Geox. Venti minuti ininterrotti di musica fanno saltare in piedi buona parte della platea, con tutti a danzare al ritmo forsennato dei tamburi, in un mescolarsi di culture apparentemente distantissime, per una volta unite dalla musica.
“Voci per Gaza” è stata una serata indimenticabile per tanti motivi: il livello artistico, la partecipazione del pubblico, ma soprattutto l’aria che si respirava dietro le quinte. Un atto di volontà in cui tutti si sono messi a disposizione alla pari, senza personalismi e con profondo rispetto reciproco. Una formula che varrebbe la pena di replicare, e che potrebbe insegnare molto a chi ha un concetto snob della cultura e dell’arte, che invece sa germogliare e crescere dal basso.
Le persone escono ordinatamente, sorridendo nonostante i fatti gravissimi che hanno portato a organizzare la serata. Probabilmente hanno toccato con mano cosa significhi rendersi individualmente responsabili, e il fatto che evitare di prendere coscienza e di schierarsi ci rende indirettamente complici di un abominio. Forse hanno trovato il coraggio di affermare che ciò che è accaduto e sta ancora accadendo è uno dei baratri più profondi del nostro mondo ormai al collasso. Insieme a loro, un manipolo di artisti, operatori, volontari, visionari, ha dimostrato che è possibile dire “no”, e lo ha fatto a Padova la sera dell’1 novembre 2025.
Articolo e foto di Marco Olivotto
