Prepariamoci a sognare. È la prima cosa che mi passa per la testa quando varco le porte dell’Orion, la venue romana che il 29 settembre si trasforma in una sorta di tempio per l’australiano Xavier Rudd. Appena dentro, lo sguardo cade sul palco. Una montagna di strumenti. Cavi, percussioni e strumenti. Tutto lì, pronto. E pensi: ma davvero sarà un uomo solo a usarli? Eh sì, perché Xavier è questo: un polistrumentista fuori dal normale, totale. Il concetto di one man band lo ha preso e se l’è cucito addosso. Andiamo piano, però. La serata è lunga e le sorprese non mancano.


Si parte con Finojet. Giovane, fresco, la voce che scivola morbida sulla chitarra. Ti prende, ti cattura. Un opener perfetto anche perché è figlio di Xavier Rudd. Sì, vabbè, il figlio, il solito raccomandato vi vedo già scuotere la testa. E invece no! Somiglianza col padre? Certo, impossibile negarla.

Ma lui ci mette il suo, lo reinterpreta, lo porta nel presente della sua generazione. Buon sangue non mente. La sala applaude, canta, balla. E quando lascia il palco con la sua chitarra acustica, la folla lo saluta con passione.

Poi il fermento. Tecnici che corrono, strumenti che brillano sotto le luci. Essere roadie di Xavier Rudd non dev’essere proprio una passeggiata. E allora eccolo, finalmente: scalzo, salopette marrone, sorriso largo che ti scalda il cuore. Saluta, si siede, sistema l’armonica, imbraccia la lap steel. Signori, pronti? Si parte. La folla esplode – e per essere un lunedì il locale è pienissimo.

La scaletta corre tra epoche e canzoni, un viaggio dentro la sua carriera. “Culture Bleeding”, “We Deserve To Dream”, “Morning Birds”. Ogni pezzo è un universo a sé. Chitarra, didgeridoo, percussioni, batteria: ogni strumento vive tra le sue mani. Si rimane a bocca aperta.


Poi “Spirit Bird”. E qui, miei compagni di viaggio, succede la cosa che non sai spiegare. Ti ritrovi a fluttuare. Non sei più a Roma, non sei più in un locale. Sei sospeso. Viaggi sulle note, guardi attorno: sconosciuti che ondeggiano come fratelli, occhi chiusi, respiri allineati. La magia della musica: creare comunione. Ci ricorda che siamo tutti la stessa cosa. Stasera ce lo sussurra ad ognuno di noi. Grazie Xavier.

Il brano si allunga, ipnotico. Lui si alza, canta in piedi, si lascia attraversare dalle vibrazioni. Sorride. Non un sorriso di scena: un sorriso vero. Applausi, urla, energia che gira. Poi si rimette seduto, parte “Stoney Creek”. Altro colpo al cuore. E subito dopo “Follow The Sun”. Mani al cielo, sorrisi, brividi.

Fa la finta di uscire di scena con “Shake It”. Ma ci caschiamo? Nemmeno per sogno. Torna subito, con “Breeze” e “Magic”. Looper che incolla tonnellate di suoni, un mosaico sonoro che cresce fino all’assolo di didgeridoo. Una sorta di sciamanesimo musicale moderno. Il pubblico esplode, ma lui non si prende tutta la gloria. Chiama Finojet. Lo stringe forte, padre e figlio che condividono il palco. Si inchinano insieme al pubblico. Una scena che ti resta negli occhi.

Concerto finito. Fuori dall’Orion respiro a pieni polmoni. Sono un groviglio di emozioni. Ma sopra tutto sento una pace, una calma che mi avvolge. Come se le vibrazioni positive fossero rimaste incollate addosso. La musica ha questo potere: ricordarti che siamo uno, che siamo parte dello stesso respiro. Forse la magia durerà solo per la notte, ma se ci portassimo dietro anche solo una scintilla di questa magia ogni giorno, questo folle mondo girerebbe meglio.
Articolo e foto Daniele Bianchini

Set list Xavier Rudd live Roma 29 settembre 2025
- Let Me Be
- Energy Song
- Culture Bleeding
- We Deserve To Dream
- Storm Boy
- Ball And Chain
- Morning Birds
- Messages / Guku
- Spirit Bird
- Stoney Creek
- Lioness Eye
- Come Let Go
- Follow The Sun
- Shake It
- Breeze
- Magic
