Non tutti i dischi chiedono di essere compresi al primo ascolto. “Vol. II”, secondo lavoro dei Bantoriak, appartiene a quella categoria sempre più rara di album che preferiscono insinuarsi lentamente, lasciando che sia il tempo – e non l’impatto immediato – a rivelarne il significato. Pubblicato il 19 giugno da Argonauta Records, il nuovo capitolo della formazione musicale ideata da Izio Orsini arriva a sette anni di distanza da “Weedooism” e rappresenta una naturale evoluzione di quel percorso, ma con una consapevolezza compositiva decisamente più matura.
Più che un ritorno, “Vol. II” rappresenta una ridefinizione del progetto. Se il debutto mostrava già un forte legame con il Desert Rock e lo Stoner più psichedelico, oggi i Bantoriak ampliano ulteriormente il proprio orizzonte sonoro senza rinnegare le proprie radici. Le coordinate restano quelle del Doom psichedelico e delle sonorità vintage degli anni Settanta, ma il disco evita accuratamente di rifugiarsi nella nostalgia. Al contrario, utilizza quel linguaggio come punto di partenza per costruire un universo personale, in cui ogni brano sembra nascere da una lenta trasformazione.
L’elemento che colpisce maggiormente non è però il genere, quanto il modo in cui viene utilizzato. Il vero filo conduttore dell’album sembra essere il tempo; ogni composizione respira, cresce lentamente, rifiuta qualsiasi accelerazione artificiale. Le chitarre si espandono con naturalezza, le tastiere emergono gradualmente, gli effetti analogici ampliano lo spazio sonoro e la sezione ritmica accompagna senza mai imporsi. Tutto appare in continuo movimento, ma senza fretta, è proprio questa scelta compositiva a distinguere “Vol. II” dalla maggior parte delle produzioni contemporanee.
L’apertura introduce immediatamente questa filosofia prima di lasciare spazio a “Blue Bus”, il singolo che meglio sintetizza lo spirito del disco. La composizione è costruita su un groove magnetico e su una continua espansione melodica. Se “Ritualism” accentua il carattere più ipnotico dell’album attraverso un basso pulsante, è “Liquid Brain” a rappresentarne probabilmente il vertice creativo. Qui emerge tutta la maturità raggiunta dalla band: ascoltiamo una lunga progressione strumentale che costruisce una tensione costante, capace di coinvolgere.
“Kairot” riporta in primo piano l’anima più desertica del progetto, ma lo fa con una libertà compositiva che evita ogni schema precostituito; mentre “La Muerte”, impreziosita dalla partecipazione di Dome La Muerte, introduce sfumature più oscure e contemplative che arricchiscono ulteriormente il percorso. Infine, “Karpura” chiude il disco con un andamento quasi rituale, lasciando l’ascoltatore in una dimensione di sospensione più che di reale conclusione. La scelta di privilegiare lo sviluppo atmosferico rispetto all’immediatezza richiede inevitabilmente disponibilità all’ascolto. È però proprio dentro la lentezza che il disco trova la propria identità più autentica, trasformando ogni brano in un tassello indispensabile di un’unica esperienza narrativa.
Questa dimensione era già emersa con forza durante la presentazione in anteprima dell’album al The Cage di Livorno, venerdì 8 maggio. Dal vivo, le proiezioni, il lavoro sulle luci e le parti strumentali avevano trasformato il concerto in un’esperienza immersiva, capace di coinvolgere anche chi si avvicinava per la prima volta a queste sonorità. La sensazione finale è quella di trovarsi davanti a un album che non rincorre alcuna tendenza; infatti, i Bantoriak scelgono la strada più complessa, ovvero costruiscono un’opera coerente, che preferisce evocare piuttosto che spiegare, accompagnare invece di sorprendere.
“Vol. II” non prova a reinventare il Desert Rock o la psichedelia contemporanea, piuttosto costruisce un luogo sonoro in cui il tempo torna ad avere un peso, dove ogni ascolto aggiunge un dettaglio nuovo e ogni brano acquista significato nella relazione con quello successivo. In un panorama musicale sempre più dominato dalla velocità e dalla frammentazione, i Bantoriak ricordano che anche la lentezza può essere un gesto creativo ed è probabilmente proprio questa la qualità più preziosa del loro ritorno.
Articolo di Benedetta Rubini
Track list “Vol. II”
- Intro
- Blue Bus
- Ritualism
- Liquid Brain
- Kairot
- La Muerte
- Amanita
- Karpura
