Se sei un fan di Caparezza, sai che esiste un prima e un dopo ogni suo album. Probabilmente conosci anche la sensazione, quando ne esce uno nuovo, di ritrovarti a mezzanotte di un giovedì con le cuffie nelle orecchie, in attesa di schiacciare play e con la consapevolezza che a breve sarai una persona diversa. Il 31 ottobre quel momento è arrivato, e dopo quattro anni da “Exuvia” è venuto alla luce “Orbit Orbit”, il nono album di Caparezza.
Sapere di stare per assistere a un nuovo Salvemini genera sempre grande curiosità e forse anche un po’ di agitazione (ancora non mi sono ripresa dal passaggio tra “Museica” e “Prisoner 709”). La fibrillazione per il ritorno si mescola alla smania di scoprire cosa avrà combinato stavolta, pur sapendo che c’è solo una cosa da fare: fidarsi, perché è impossibile restare delusi. Eppure, come ci racconta nel suo stesso album, Caparezza non torna mai davvero. O meglio, non quel Caparezza, quello che credevamo di conoscere fino all’album precedente. E se avevamo abbandonato le speranze di reincontrare il cantante “troppo politico” già da qualche album, ora possiamo affermare che alla fine il vecchio rapper non ci manca, e quello nuovo è sì diverso, ma finalmente compiuto, maturo e risolto.
Il 2021 ci aveva lasciati con i primi due capitoli di una trilogia, una storia partita con la prigionia di Prisoner 709, proseguita con la fuga di Exuvia e ora conclusa con la libertà di Orbit Orbit. Se in Prisoner 709 Caparezza raccontava la reclusione nel suo stesso personaggio tra acufene, l’invecchiamento e la difficile convivenza con sé stesso, e se in Exuvia si era ritrovato a fuggire nella selva dei dubbi, in Orbit Orbit ritrova finalmente la scintilla e recupera la libertà perduta.
L’ancora di salvezza è il fumetto, che nel suo periodo più buio lo risveglia dal torpore. Una passione che ha origine nella sua infanzia, ferma lì in stand-by, un po’ marginale, si trasforma nell’unica forma d’espressione possibile nel momento in cui la musica sembrava averlo abbandonato. E così, dalla creazione del fumetto “Orbit Orbit”, di cui ha curato la sceneggiatura, prende lentamente vita l’album, in cui ogni traccia racconta un capitolo dell’opera. La nona arte (il nove è un numero che si ripeterà spesso nell’album – il nono dell’artista – tra la sua data di nascita e i nove disegnatori del fumetto) ha quindi risvegliato la seconda dall’ibernazione.
Con questo disco si risolve la questione esistenziale iniziata con Prisoner “709” e lungamente sviluppata in “Exuvia”: “Orbit Orbit” è un’esperienza trascendentale, in cui Caparezza abbandona le sovrastrutture e si avvicina un po’ di più a Michele, gli parla con sincerità e gli si ricongiunge, finalmente libero e in pace. Con “Fluttuo, orbito” inizia il viaggio del cantante nel cosmo. Un cosmo personale e intimo, che prende forma con l’immaginazione. E così chiude gli occhi e parte, fluttua nel vuoto cosmico delle idee, dei pensieri, della fantasia e tutto ciò che può salvarlo dalla vita terrena che, come ha più volte raccontato il cantante, negli ultimi anni è stata tormentata dall’acufene e dalla nuova diagnosi di ipoacusia. Immaginare diventa l’unico modo possibile di ottenere quella libertà che rincorre da anni. L’unica speranza è abbandonare la materia, fluttuare e guardare la Terra da lontano, sempre più da lontano, fino a farla diventare un puntino nell’universo. Se non esiste libertà in terra, la si può trovare solo fuggendo con il pensiero.
E se nel “pianeta delle idee” Caparezza percepisce la propria inventiva come un luogo deserto, grigio e svuotato dalla creatività, in “Io sono il viaggio” torna effettivamente la sua voglia di muoversi, lento ma consapevole, attraverso l’arte, che resta la sua unica stella polare quando è tutto buio. Racconta che si è sentito un po’ “Darktar” quando nel periodo più oscuro ha passato il tempo a piangersi addosso, racconta di come il fumetto lo ha guarito in “A comic book saved my life”, del proprio processo di accettazione dell’invecchiamento in “Come la musica elettronica”, della perdita della capacità di emozionarsi in “Pathosfera”. Non mancano riferimenti ad altri artisti, come il delirio cosmico de “Il banditore” di Enzo Del Re, un pezzo futurista nel senso letterario del termine e unica cover della discografia di Caparezza, o come il campionamento di “Delirio” di Gianni Morandi in “Gli occhi della mente”.
A chiudere l’album, con “Perlificat” Caparezza torna sulla Terra e ci spiega effettivamente il senso di tutto questo viaggio spaziale: è un invito a raccogliere i rifiuti del mondo e a trasformarli in arte, un inno alla resistenza. È questa la chiave, l’unico modo di rimanere in vita: fuggire dal grigiore del mondo, dalla prigionia delle strutture sociali, dalla consapevolezza che il mondo è allo sbaraglio e che non possiamo fare nulla per cambiarlo, dalla razionalità che ci lega ancora a questa terra, che è di per sé un’enorme gabbia. Citando “Cosmonaufrago”, “la vita è una cella”, e c’è un solo modo per uscirne: trovare la perla nel nostro guscio, creare bellezza e arte.
Ciò che commuove in questo disco è la sua sincerità. L’album suona come una confessione diretta e questa onestà si percepisce anche nella metrica dei suoi brani. Questa volta Caparezza ha rallentato, ha voluto raccontare tutto in modo naturale, senza forzare incastri complessi o ricercare una musicalità artificiale. Allo stesso tempo, la liberazione di Caparezza sembra coincidere con l’apice della sua maturità musicale. Anche se i testi sono come sempre centrali, sono sostenuti da una minuziosa e colta ricerca sonora e, personalmente, non ho dubbi sul valutare “Orbit Orbit” come l’album con la migliore produzione e il miglior arrangiamento della discografia di Caparezza.
Le strumentali sono proto-elettroniche (strizzano l’occhio ai Kraftwerk, gli Space ma anche a Giorgio Moroder) ma arricchite da elementi orchestrali, risultando stratificate e piene, colme e compatte. Il basso distorto de “Il pianeta delle idee”, i synth di “Curiosity (oltre il bagliore)” e le parti orchestrali di “Cosmonaufrago” e “Perlificat” ci portano su un altro pianeta, mentre i cori più soul e R&B di “Io sono il viaggio” e “Come la musica elettronica” sostengono perfettamente il peso dei testi. Per non parlare del theremin de “Il banditore”, del tocco hyperpop di “Autovorbit” e del denso 5/8 di “The NDE”.
In un panorama musicale spesso artefatto, l’autenticità di questo lavoro – così personale, sentito e riflessivo – rappresenta un valore inestimabile. È un album estremamente lucido e consapevole, che non si esaurisce al primo ascolto, ma forse neanche al decimo: richiede e merita attenzione per cogliere la miriade di concetti, citazioni, strumenti ed effetti sonori celati. In “Orbit Orbit” Caparezza ci regala una dimensione intima, concettuale, che ci conferma l’infallibilità della sua penna e la sua capacità di rinnovarsi costantemente. E mi rendo conto che quella sua vecchia frase, “fa’ uno sforzo e prenditi il cosmo”, adesso ha tutto un altro significato: malgrado quegli ostacoli che sembravano insuperabili, Caparezza lo sforzo l’ha fatto, e il cosmo l’ha conquistato tutto.
Articolo di Marta Mazzeo
Track list “Orbit Orbit”:
- Fluttuo, orbito
- Il pianeta delle idee
- Io sono il viaggio
- Darktar
- A comic book saved my life
- Il banditore
- Autovorbit
- Curiosity (oltre il bagliore)
- Gli occhi della mente
- Come la musica elettronica
- The NDE
- Pathosfera
- Cosmonaufrago
- Perlificat
Caparezza online:
Instagram: https://www.instagram.com/fotocaparezza/
