“What Remains” (Kono dischi), il primo album solista di Elisa Begni, già in formazione con i Bluedaze, uscito 24 ottobre, e si candida a essere fra i dischi più interessanti del panorama sotterraneo vitale della musica italiana. Otto tracce, prodotte da Francesco Sergnese, con gli arrangiamenti sempre di Francesco Sergnese e della stessa Begni. Il disco dura 38 minuti e per il momento è disponibile solo sulle piattaforme online. Un lavoro compatto, che rimanda al Jazz nordico come alle migliori correnti di cantautorato internazionali, a tinte dark folk, con sapori tanka (non troppo) e real world (senza eccedere), e senza dimenticare le esperienze di sonorizzazione della voce (è il caso di “Strega”) e il miglior pop d’autore (nella conclusiva “…Voids”). Tuttavia “What Remains” è un album non immediato, ma allo stesso tempo non troppo intellettuale. Non è un disco banale, ma richiede attenzione senza mai diventare stucchevole per eccesso di zelo.
Il tema del lavoro è il viaggio, e da questo punto di vista Begni mette le mani in una materia antica come la storia dell’uomo. Un viaggio interiore, dove la meta è imparare a vivere, senza sopravvive. Insomma, un tema ben codificato e sfruttato da chiunque. Ma proprio per questo Begni sa fare la differenza, nell’etimo della parola. E cioè non ci propone un disco trito, con suoni già noti, con melodie stantie. Il suo disco suona bene, non perché troppo innovativo, ma si inserisce a pieno titolo in quel filone di lavori con respiro che va oltre il localismo estremo, che provano a dare nuova dignità alla musica d’autore italiana.
Non è un disco figlio dell’Elettronica, e neppure cantato in dialetto, perché Bagni utilizza l’inglese. Begni è una cantautrice di base sul Lago Maggiore, che nel suo bagaglio personale ha già esperienze consolidate all’estero grazie al lavoro con i Bluedaze – band dream/psych pop nata nel 2017 in provincia di Varese – e questo passato emerge chiaramente in questa proposta musicale, che nasce da un’esigenza personale – il viaggio intimo che il disco racconta – e da un approccio alla musica che tiene conto di riflessioni quali gli studi di Murray Schafer sul “Paesaggio Sonoro” e il “Deep Listening” di Pauline Oliveros. Il mix che ne deriva, però, non è affatto un album pesante, ma otto tracce che scavano lentamente nell’animo di chi sa ascoltare.
Le prime quattro canzoni – “Knots”, “Trauma”, “Where Are You Now?” e “Strega” – sono la parte più cupa del viaggio. La partenza, non intesa come il salpare, ma la consapevolezza del proprio essere in transito, è descritta con suoni che rimandano all’ambito dark, ma con suoni morbidi e atmosfere costruite grazie all’uso di pianiti e synth. Lo spaesamento di “Where Are You Now?”, ballad che rimanda alle suggestioni sonore della tromba di Nils Petter Molvær, si arricchisce della notte di “Strega”, uno dei brani più interessanti del disco, dove la modulazione della voce è protagonista assoluta con atmosfere rarefatte, oniriche, notturne, da sabba delle streghe.
L’avvio della risalita esistenziale è consegnata alla seconda parte del disco, con i brani “Everlasting, Ever Changing”, “Exposed”, “Am I?” e “…Voids”. Brani dove la musica appare meno dominata dalle atmosfere dark (che però non scompaiono mai del tutto), con le percussioni che diventano protagoniste sui suoni di synth, con il passaggio finale di “Exposed” che rimanda alle migliori dilatazioni degli Swans. Il singolo “Am I?” è l’altro vertice di questo ottimo disco, un brano che profuma di suoni europei, con atmosfere che ricordano il Jazz dei Paesi nordici, da Tomasz Ludwik Stańko al New Jazz di Bugge Wesseltoft. Sia chiaro, restiamo con Begni sempre e comunque nell’ambito di musica meno ricercata di queste esperienze, ma il riferimento del mondo o paesaggio sonoro di Begni non è da ricercare nella solita America e tantomeno nel blues, esattamente come non lo fu per “Achtung Baby” degli U2.
Ho ascoltato dal vivo l’intera esecuzione del disco, con in scena i tre musicisti che lo hanno creato e suonato, all’Arci Dallò di Castiglione delle Stiviere (MN) sabato 22 novembre 2025. Il valore musicale si conferma anche dal vivo, come d’altronde l’ottima estensione vocale di Begni, che sul palco porta tutta l’esperienza della sua prima vita artistica. L’emozione del viaggio che l’artista del Lago Maggiore racconta è pura, tocca corde all’interno di chi ascolta, scava nell’anima. La differenza fra evento e concerto – spiegava qualche anno fa Jacopo Incani “IOSONOUNCANE” – sta nel fatto che i primi ti lasciano indifferenti, mentre i secondi ti devono mettere in contatto con una visione del mondo, che è quella dell’artista. A quel punto può piacere o non piacere, ma un artista è chiamato a darci un punto di vista sul mondo. Elisa Begni ci riesce, sia nel disco che dal vivo. Un ottimo progetto, sotto tutti i punti di vista. Per davvero.
Articolo di Luca Cremonesi
Track list “What Remains”
- Knots
- Trauma
- Where Are You Now?
- Strega
- Everlasting, Ever Changing
- Exposed
- Am I?
- …Voids
Line up Elisa Begni: piano e voci / Francesco Sergnese synth e chitarre / Nicolò Cagnan percussioni
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