“Until We Are Free” è il debutto discografico del collettivo romano fabric, in uscita il 17 aprile su Four Flies Records, etichetta romana che nell’ultimo decennio si è distinta nella nicchia musicale del recupero di musiche italiane per sonorizzazioni destinate al grande e al piccolo schermo, a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta. Questo filone dimenticato dal mainstream gode di un seguito limitato ma agguerrito e, incredibilmente, ha assunto lo stato di oggetto di culto all’estero, in particolare negli USA, grazie a certe caratteristiche che in retrospettiva erano avanguardistiche. Molte di queste musiche, assai varie e spesso “povere”, si intersecarono in maniera inestricabile con la Club Scene dell’epoca, soprattutto nel periodo in cui imperava la Disco Music. Non sorprende, dunque, che Four Flies abbia iniziato in parallelo a pubblicare anche lavori di artisti che si rifanno a quel mondo sonoro.
La Disco Music, come bene narra il music teller Paolo Mazzucchelli, non nacque come musica commerciale: scaturì da un melting pot di sonorità afroamericane e latine, in cui Soul, Funk e Swing si miscelavano per creare il sound inconfondibile che tutti ricordiamo grazie a Gloria Gaynor, Donna Summer e Sylvester. Ciò che abbiamo però scordato della Disco sono le radici sociali, che affondano nella controcultura nordamericana, caotica e difficile da incasellare. La storia, in realtà, inizia molto prima della metà degli anni Settanta: addirittura un decennio prima, i quando germi della futura Disco si insinuarono nel Motown Sound e nei lavori di artisti come The Supremes, The Temptations e, naturalmente, James Brown.

Crediamo che questa introduzione sia necessaria per dare la giusta fisionomia al progetto fabric, che a quel sound attinge a piene mani, contaminandolo però con componenti molto attuali; soprattutto, recuperando la valenza sociale e di protesta della Proto-Disco. “Until We Are Free”, titolo dell’album, è già un manifesto che punta a temi importanti come i diritti umani, la libertà espressiva e di movimento, la fratellanza e la pace. Un vero e proprio statement of intention, che interroga ed esamina il presente senza falsi presupposti, e una proposta di resistenza, se non di lotta (pacifica) contro ciò che è ingiusto. Anche la copertina, curata da Raissa Pardini, riprende l’idea delle insegne realizzate con le flashing lights negli anni Settanta, donando coerenza al tutto.
Dovendo descrivere l’album nel modo più semplice possibile, si potrebbe affermare che è “un disco per ballare”. Il termine “ballo”, però, va inteso nel senso più alto di momento comunitario di festa e di incontro: un’occasione sociale in cui molte barriere cadono e il corpo si libera nel movimento, muovendo un primo passo verso una libertà ancora più alta.
La formazione è un quintetto, che comprende Tiziano Tarli, Alex Dusty, Bob Colella, Utibe Joseph e Symo. Le ultime due sono cantanti afrodiscendenti, caratterizzate da un timbro vocale che rimanda al sound amato da tutti i musicisti del collettivo, le cui influenze sono diverse, ma sempre riconducibili alla matrice afro. Funk, Soul, Jazz, uno spruzzo di Psichedelia, una scheggia di Hip-Hop: il risultato è un intreccio affascinante, simile a quello delle fibre di una tela. Non a caso, il nome dell’ensemble è fabric, termine inglese che indica il tessuto, oltre che rimandare all’idea dell’officina, luogo in cui si crea. Volendo spingersi più in là, fabric potrebbe anche rappresentare il tessuto sociale, sul quale la musica di questa band vuole incidere.
Partendo dal presupposto che chi scrive apprezza ogni genere musicale, ma non può definirsi un cultore della musica afro, il risultato appare sorprendente per onestà e freschezza, e si muove senza cedimenti. Un album breve, che supera di poco la mezz’ora, e proprio per questo sintetizza in maniera nitida una verità spesso dimenticata: è possibile unire il momento (anche) ludico della danza con riflessioni sui temi più scottanti che attraversano il nostro presente.
Anche dal punto di vista comunicativo, la presenza pressoché paritaria nella formazione di uomini e donne, di bianchi e neri, di cultura italiana e africana, testimonia in maniera coerente un’idea di integrazione che si incarna poi nel mix di generi musicali che caratterizza il sound del disco. Dal beat iniziale di “Taste This Sound”, il cui titolo è un vero e proprio invito, il tuffo negli anni Settanta è verticale: il basso sincopato, le voci in evidenza con una gioiosa eco, la chitarra che tesse trame Funky senza diventare invasiva, sono un invito a muovere il corpo, ma anche la mente.
L’album scorre fluido, senza perdere la direzione. Tale fluidità rende difficile (e molto soggettivo) indicare i brani di maggiore rilievo. Sorprende “Tic Toc”, in cui un cantato in stile Rap/Hip-Hop si innesta su un nostalgico mellotron che rimanda addirittura al Rock Progressivo. Spiazza il breve intervento parlato di “No More”, posto a metà lavoro come una cerniera che annuncia l’orientamento ideologico del progetto – e non a caso la musica rimane in secondo piano. L’incedere di “Once Again”, il brano che forse più si stacca dagli altri, strizza l’occhio a melodie che attraverseranno il Synth Pop britannico negli anni Ottanta. Sorprendono le spruzzate dei synth retro in “Aria”. Ma in generale, questo è un disco da ascoltare dall’inizio alla fine, e non come musica di sottofondo. Una menzione doverosa per il suono, che anche in streaming suona caldo e avvolgente come quello del vinile, grazie anche alla mano sapiente di Tom Campbell, che ha preso posto in console nel mixaggio forte di un curriculum che comprende artisti come Sault, Adele e Jungle.
fabric non ha alcuna necessità di giustificare le proprie scelte, ma vale la pena di riportare la parte finale di una loro dichiarazione, che riassume in maniera esemplare il senso dell’operazione: “Muoversi è affermare la propria esistenza, ribellarsi agli schemi imposti, conquistare spazio con il corpo e con la musica. Il ritmo non è solo suono, è energia che si propaga, è connessione, è resistenza. Ogni nostra nota è un atto di sfida, un’esortazione a non restare in silenzio.” Vi attendiamo dal vivo, naturalmente.
Articolo di Marco Olivotto
Track list “Until We Aree Free”
- Taste This Sound
- Make Me Dance
- Go Let Your Freedom Grow
- Fight!
- Tic Toc
- No More
- Once Again
- Feel It
- Aria
- Falling Down
Line up fabric: Tiziano Tarli tastiere, chitarre / Alex Dusty batteria, percussioni / Bob Colella basso / Utibe Joseph voce / Symo voce
Fabric online:
Instagram: https://www.instagram.com/fabric_sound/
